Austria · Diari di viaggio

Arte moderna e passeggiate in solitaria

È l’ultimo giorno. Passeggio da sola per Vienna, la mia amica lavora oggi. Pranziamo insieme con un immenso wrap rigorosamente bio. Voglio andare al Mumok, al MuseumsQuartier: c’è una mostra d’arte moderna che deve essere interessante. Ma apre alle 14, il lunedì. Fino all’ora di pranzo seguo i suoi consigli: torno nella Innere Stadt e cerco qualche regalo da portare a casa.

Lungo Mariahilfer Strasse ci sono negozi di ogni genere, da Zara a Butlers. Decido di passare di nuovo dalla Wiener Secessionsgebäude e dalla Staatsoper, poi vado a vedere il Palazzo dell’Albertina e il famoso Sacher Hotel.

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Wiener Secessionsgebäude

La Kärntner Strasse porta a Stephansplatz. È pedonale e circondata da palazzi bianchi e color sabbia: mi sembra di tornare al tempo in cui Sissi viveva all’Hofburg. La Kaisergruft, dove si trovano le tombe degli Asburgo, è in ristrutturazione e non si può visitare.

Giro per i vicoli intorno alla piazza del Duomo, passo dalla Mozart Haus e faccio una sosta alla boutique dei Manner, i famosi wafer viennesi. Mi godo la piazza principale sedendomi su una panchina sotto il sole rovente. Vedo l’Ankeruhr, progettato da un collaboratore dei fratelli Klimt secondo i dettami dello Jugendstil.

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Ankeruhr

La Ruprechtskirche, romanica e sobria, è la più vecchia della città. Scendo le scale e nelle vie che seguo per tornare verso il Graben ci sono solo io, quasi! Su Herrengasse c’è un negozio di dolciumi con vetrine bellissime e un paio di posti dove acquistare regalini davvero carini.

Prima di entrare al Mumok mi rilasso sulle panche azzurre. Al museo c’è la mostra Painting 2.0: Expression in the information age, dove sono esposti dipinti da Andy Wahrol a Monika Baer. Mi rilasso per un paio d’ore, al fresco e nella quiete del museo.

Torno al sole, passeggio per Neubaugasse e Lindengasse. È ora di tornare verso casa: devo fare la valigia, prendere la metropolitana e il treno, se non voglio perdere l’aereo. Mi mancano già la mia amica e l’atmosfera della grande città!

Continuo a sognare di vivere in una metropoli. La gamma di possibilità a disposizione è ciò che mi manca nel paesello. Usare i mezzi pubblici, la bicicletta, muovermi a piedi. Per quanto mi piaccia guidare, potrei anche fare a meno dell’automobile in un posto così. E ogni volta che ne visito una, il desiderio diventa più forte!

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Dato che i consigli gastronomici non guastano mai, ecco qualche idea.

A Spittelberg ci sono una serie di ristoranti di cucina austriaca molto graziosi, per una serata, un pranzo o un brunch rilassante.

Se si cerca qualcosa di più alternativo (e più viennese, ormai), vegan burgers davvero squisiti si trovano da “Swing Kitchen”:

  • Oberngasse 24, di fianco all’università TU, in Karlsplatz;
  • Operngasse 24.
  • www.swingkitchen.com

Per il gelato cercate “Eis Greissler”. Se c’è la fila, non preoccupatevi. Mettetevi in coda e ne varrà la pena!

  • Rotenturmstrasse 14, vicino a Schwedenplatz;
  • Mariahilfer Strasse 33.
  • www.eis-greissler.at

Il Film Festival c’è ogni anno, da metà luglio ad inizio settembre. Se vi trovate a Vienna in questo periodo venite qui per cena: l’atmosfera è giovane e vitale e la scelta è molto ampia. Se volete, potete mangiare cibi assolutamente diversi stando seduti allo stesso tavolo!
www.filmfestival-rathausplatz.at

Se vi piacciono i würstel, ci sono chioschi che li vendono in ogni angolo e quasi a ciascuna fermata della metropolitana e del tram.

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Per acquistare i Manner, i Mozartkugeln e qualsiasi altro genere di dolci non fermatevi nella Innere Stadt: lungo Mariahilfer Strasse ci sono molti negozi che li vendono e i prezzi sono decisamente inferiori!

Austria · Diari di viaggio

Emozioni: Wien, day 2

È domenica. I negozi sono chiusi, la città è tranquilla e più vuota del solito. Passeggiamo per Spittelberg con il sole alto nel cielo, fotografiamo i giardini dei ristoranti e le porte, le vetrine dei negozi con i cartelli che intimano “No Photos” proprio sotto i nostri occhi.

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Spittelberg

Il MuseumsQuartier è perfetto per un brunch (o una colazione domenicale – tanto qui si prolunga anche fino alle 15 l’orario del breakfast). D’inverno il cortile centrale è vuoto, visto il clima gelido. Ma d’estate è letteralmente gremito di tavolini e bar, panche colorate per sdraiarsi a prendere il sole tra la visita di un museo e un altro.

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MuseumsQuartier

L’Hofburg è poco lontano, basta attraversare Maria-Theresien-Platz. Prima di camminare per i vicoli affollati della Innere Stadt, però, voglio saperne di più su Friedensreich Hundertwasser. Il museo e l’edificio progettato dall’architetto eclettico a me sconosciuto (fino a questo momento) si trovano nei dintorni di Löwengasse, poco lontano dal Canale del Danubio. Andiamo in tram.

La Hundertwasserhaus è stupenda, anche se ancora non conosco il pensiero che sta dietro le sue forme. È colorata e morbida, tutta curve, sembra in grado di cullare chi la osserva e vi cammina accanto. Ed è subito amore per questo architetto e i suoi lavori. Andiamo alla KunstHausWien, poco lontano, e il sentimento diventa ancor più profondo: la sua filosofia ecologista, la concezione dello spazio e della natura sono sorprendenti! Un artista puro, che non pretende di spiegare i propri dipinti, anzi, vuole “solo” trasmettere emozioni.

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Hundertwasserhaus

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KunstHausWien

Dopo un’insalata, basta attraversare il canale del Danubio per raggiungere il Prater. L’immensa macchia verde è dotata di un grande parco divertimenti, che quest’anno compie 250 anni ed è stato il primo ad essere aperto nel mondo.

Lo attraversiamo fino al nuovo campus universitario della WU, dove gli edifici sono tutti particolari: uno arancione e senza angoli, che un po’ mi ricorda Hundertwasser; la biblioteca sospesa sopra le nostre teste, che sembra la prua di una nave, grigia, inclinata e con immense vetrate.

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Prater

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Campus WU

Con la metropolitana torniamo a Schwedenplatz, quella che nell’intento dei suoi progettisti doveva essere la nuova porta d’ingresso alla città. Ci incamminiamo sulla passeggiata che costeggia il Danubio per raggiungere a piedi il Fernwärme, l’inceneritore di rifiuti che Hundertwasser ha riqualificato nel 1971, vicino alla fermata della metropolitana di Spittelau.

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Fernwärme

Da Schwedenplatz percorriamo più di due chilometri lungo il fiume. Sono perfetti per un’oretta di jogging, nonostante le persone in passeggiata siano molte nel weekend. I graffiti, il fiume e lo sferragliare della metropolitana che passa proprio di fianco al sentiero lo rendono diverso dai soliti lungofiume. Ci sono le zone dove fermarsi a fare esercizio e le panchine per riposarsi.

Dopo centinaia di foto all’inceneritore, davvero spettacolare, ricco di colori e positività, torniamo di nuovo a Schwedenplatz, per il gelato e la Innere Stadt. E devo dire che il gelato bio di Eis Greissler è uno dei più buoni che abbia mai mangiato! Oltre al fatto che il gusto “semi di papavero” non l’avevo mai scovato da nessuna parte…

Si capisce subito che stiamo entrando nel centro storico della capitale. I negozi – anche qui chiusi, per lo più – e il numero di persone è altissimo, la piazza del duomo è piena di vita! Passiamo da Stephansdom e percorriamo il Graben, la via pedonale con i negozi di lusso. Torniamo alla Syria e al presente per qualche momento, davanti a un tentativo ben riuscito di sensibilizzare i passanti alla condizione attuale del Paese mediorientale.

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“Hier ist Syrien”

Andiamo alla Judenplatz, dove c’è il monumento commemorativo dell’Olocausto, alla Kirche am Hof, a Freyungplatz e Michaelerplatz, dove l’edificio volutamente modesto progettato da Adolf Loos contrasta con la magnificenza dell’Hofburg e le carrozze parcheggiategli di fronte. Passiamo dallo storico Café Central, prima di tornare alla residenza degli Asburgo.

C’è un artista di strada che fa le bolle di sapone, con il tramonto rosa e giallo alle spalle, tra le cupole del Naturhistorisches e del Kunsthistorisches Museums.

Ceniamo in Rathausplatz e ci diamo alla pazza gioia: Spätzle al formaggio, baked potatoes con la crema di formaggio e aglio, Himbeerbowle con i lamponi – buonissimo, ma decisamente alcolico!

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Austria · Diari di viaggio

Wien 2.0

La prima volta sono stata a Vienna nel 2009. Per le vacanze di Natale. Cinque giorni di freddo polare, alberi illuminati, qualche mercatino, residenze degli Asburgo e superbi musei.

Questa volta è stato diverso: lunghissime passeggiate, shorts e abbronzatura. Tre giorni intensi, di cibo vegano, architettura, due musei di quell’arte che vuole solo trasmettere emozioni, senza provare a spiegarle. Le università, il Danubio, Hundertwasser, i vigneti e i parchi di Schönbrunn e del Belvedere.

Come tutte le grandi città, a Vienna esiste l’alternativa. Anzi, qui forse ciò che fino a qualche anno fa era alternativo, ormai è quotidiano. In tutti i ristoranti  ci sono alternative vegan dei piatti proposti, nei negozi si vendono cibi biologici, ci sono hipster in ogni dove. E la folla di turisti (questo non tanto alternativo) si trova per lo più nella Innere Stadt, il centro storico.

 

DAY 1

Il primo luogo che torno a visitare è il palazzo di Schönbrunn, tanto grande da non riuscire a racchiuderlo con un unico sguardo. I colori delle t-shirts dei visitatori rendono la ghiaia dei viali più vivace e le aiuole fiorite mettono di buonumore, nonostante il caldo soffocante. La gloriette domina il parco e dalla sua altezza si dominano Vienna e la residenza principale.

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Schloss Schönbrunn

Andiamo al Naschmarkt, perfetto per scattare foto di frutta e verdura esposte con grazia, ma un po’ costoso per fare la spesa. Vi si trova di tutto, dalla manioca ai pomodori ai fiori secchi per condire l’insalata. I ristoranti sono affollati e vivaci, il caos è così simile a quello dei bazar di Istanbul e Marrakech da essere rilassante.

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Narschmarkt

A pranzo mangio il mio primo vegan burger da Swing, vicino all’università TU. E devo dire che il ripieno alla soia non mi dispiace! Sarà diverso, senza dubbio, ma è comunque buono!

Vegan burger

Karlsplatz è poco lontano. La Karlskirche che domina la piazza, protetta da due colonne istoriate che mi fanno sentire nel centro di Roma, è leggera, nonostante le dimensioni. A pochi passi c’è il Wiener Secessiongebäude, con la cupola d’oro che risplende sotto il sole che la colpisce. Poco più in là la Staatsoper, un mastodontico palazzo ottocentesco davanti a cui transitano tram, automobili, biciclette e autobus turistici. Sembra schiacciato tra gli edifici e scuro, quasi chiuso su se stesso, poco visibile. È possente.

Da qui prendiamo il tram per arrivare al palazzo del Belvedere, bianco, leggero, circondato dai giardini, libero. Tutta un’altra storia! È magica la vista dall’ingresso principale, dal Belvedere inferiore – due sono i palazzi che costituiscono il complesso, costruito su una collina con giardini terrazzati alla francese e adorni di cascate, fontane e statue.

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Schloss Belvedere

Dietro il Belvedere superiore, nel laghetto, c’è un’installazione fatta di giubbotti di salvataggio, quelli che si usano sulle barche, per richiamare l’attenzione su tutti coloro che stanno morendo, in questi anni più di prima, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa. Per contro, nella piazza antistante il Belvedere inferiore si può provare a fare surf in una piscina temporanea in cui vengono create delle onde artificiali ad hoc.

Poco lontano dal centro, a circa 15 minuti di tram, si arriva a Grinzing. Qui gli Heurigen sono lungo tutte le stradine e si può bere il vino prodotto dai vigneti circostanti senza la preoccupazione di dover guidare per tornare a casa!

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Heurigen, Grinzing

Con altri 15 minuti di autobus arriviamo sulla cima della collina, a Kahlenberg. Dalla terrazza si dominano le vigne, Vienna e il Danubio. Uno spettacolo che mi ero persa l’altra volta, ma che merita una visita! Ci sono anche tante passeggiate da fare, tra i vigneti o nel bosco, al fresco.

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Kahlenberg

Torniamo in città e andiamo a Spittelberg per la cena. Le vie acciottolate, i ristoranti con i tavolini fuori o nei giardini, le piante che si arrampicano sulle case, i negozi vintage. Bisogna andarci! E non solo con il buio…

Nella Rathausplatz c’è il film festival. Il grande schermo proietta un concerto che si è tenuto a Stoccolma. Ci sono un numero non ben definito, ma notevole, di stand gastronomici. Si può mangiare greco, giapponese, italiano, austriaco e chi più ne ha, più ne metta. Domani sera veniamo qui, per cena, no?

Italia · Liguria

Focaccia e camogliesi al Rum

Mi piace andare a Camogli. Soprattutto in primavera, nel weekend. Quando abbiamo voglia di vedere il mare o mangiare la focaccia, veniamo qui. È legata a ricordi davvero Felici, forse per questo mi piace tanto.

I vicoli acciottolati, il pesce fritto nei cartocci, il castello della Dragonara. Il lungomare abbracciato dalle case di colori pastello che salgono su per la collina e il porticciolo – amo sedermi sulla spiaggia con i sassi levigati  dall’acqua ad osservare l’orizzonte, mi rilassa.

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La mia focacceria preferita è “Cose Buone”, dove vendono anche i camogliesi, dolcetti un po’ per tutti i gusti. Potete comprare calamari, alici, gamberi e fritto misto take away sopra il porto, al “Semmu Friti”. Di bar e ristoranti ce ne sono tantissimi, la maggior parte davvero buoni!

Le giornate che riescono ad essere ancor più caotiche di una domenica di agosto sono quelle del secondo weekend del mese di maggio, in occasione della Sagra del Pesce. Da 65 anni ormai si cucinano in una pentola di 3,8 metri di diametro circa 30000 porzioni di pesce fritto nell’arco di una sola giornata (meglio, in meno di 6 ore!).

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Per i vicoli ci sono bancarelle che vendono ogni sorta di prodotti artigianali e cibo proveniente da ogni regione d’Italia. Il sabato sera i fuochi d’artificio sono spettacolari e, subito dopo, sulla spiaggia, vengono accesi due falò, uno per ogni quartiere di Camogli, il Porto e il Pineto. Quello più bello e duraturo, costruito con materiali di recupero raccolti in paese, vince la competizione. L’anno scorso c’erano uno squalo e l’Arca di Noè, quest’anno Iron Man e il deposito di Zio Paperone.

Falò

2016

Così si festeggia San Fortunato, patrono dei pescatori.

Per mangiare il pesce fritto nello storico pentolone bisogna prendere il biglietto e mettersi in coda: questione di ore e chilometri, quasi. Noi non abbiamo ancora avuto il coraggio di metterci in fila, né qui né allo stand gastronomico allestito in una piazzetta affacciata sul porto. Abbiamo comprato i cartocci di “Semmu Friti” e mangiato seduti sulle scale che portano al mare.

Il castello della Dragonara si può visitare e, ogni anno diversa, nelle settimane che precedono la sagra, viene allestita una mostra temporanea riguardante questa festività.
È del comune di Camogli che fa parte anche la splendida abbazia di San Fruttuoso, che si raggiunge a piedi o in battello da Camogli e Portofino.

Sagra del Pesce 2016

Sagra del Pesce 2016

http://www.camogliedintorni.it/

Take away “Semmu Friti”
Via Piero Schiaffino, 22
Camogli
Tel. 348 8817524

Ristorante “Sâ”
Via Piero Schiaffino, 5
Camogli
Tel. 0185 774512
saristorante@gmail.com

Eventi · Sudafrica

Mandela Day, back to 2010

Ufficialmente istituito dalle Nazioni Unite a novembre 2009, il giorno del compleanno di Nelson Mandela non è una giornata di vacanza, ma da dedicare al volontariato e alla comunità. Il Premio Nobel per la Pace del 1993, primo presidente nero sudafricano eletto con le prime elezioni multirazziali nel 1994 è nato il 18 luglio 1918. Già attivista e poi capo dell’ANC, si è battuto, dentro e fuori dal carcere, con e senza azioni violente, per l’abolizione dell’apartheid. Ed è stato proprio il 18 luglio 2010 ad essere il primo Nelson Mandela International Day ufficiale.

A scuola, a Cape Town, facevo ore di letteratura e storia sudafricana. Mandiba ha scritto pagine importanti della storia contemporanea, non solo del suo Paese, ma del mondo intero. Robben Island, il District Six Museum, la sua statua al Waterfront. È nei racconti che si ascoltano e si leggono.

Ricordo il mio Mandela Day in Sudafrica, esattamente sei anni fa.
La cosa più semplice da fare è dare alle persone più povere, che vivono per le strade delle città, qualcosa da mangiare. È una giornata simbolica di ciò che andrebbe fatto ogni giorno. E lo fanno in molti, indipendentemente da credo e colore delle pelle.

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Noi abbiamo preparato dei sacchettini con mele e arance e abbiamo camminato per Long Street, Kloof Street e le strade più piccole che le intersecano, distribuendoli. Abbiamo regalato qualcosa da mangiare a coloro che vedevamo quasi tutti i giorni passeggiando andando a scuola. I parcheggiatori, i senzatetto, i venditori di giornali. Un’esperienza speciale, che ogni anno ricordo con dolcezza. Come gli scambi di cibo che ci sono tutte le sere lungo Chiappini Street durante il mese del Ramadan. Come il fatto di essermi sentita a casa mia nella mia host family e sentire per loro un profondo affetto, anche dopo così tanto tempo.

Mi fa credere nell’umanità, questa bellissima esperienza. Effettivamente, ognuno dei miei viaggi e dei miei incontri mi fa credere nell’umanità e nella bellezza delle persone, nonostante tutte le brutte notizie che arrivano ogni giorno e tutte quelle che non arrivano, ma sappiamo esistere ogni minuto.

Perciò…

“Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.”

Invictus – W. E. Henley, 1875

Queste sono le  parole conclusive della poesia che ha dato a Mandela la forza di non soccombere a ben 27 anni di reclusione. E sono così belle che vale la pena ricordarle.

Ciò che decidiamo di fare, dipende da noi! So… Make everyday a Mandela Day!

www.mandeladay.com

Eventi

The Floating Piers

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La passerella galleggiante sul lago d’Iseo suscita emozione. Curiose ed eccitate per questa nuova esperienza, attendiamo di buon grado in fila per un’oretta. I pompieri ci bagnano con le pompe dell’acqua e il sole scalda, anche se alle 18 ormai non scotta più. Alcuni tornano rossi come pomodori, noi senza neanche un po’ di abbronzatura. Ma va bene così!

Appena appoggiamo i piedi sul tessuto color oro che riveste i cubotti di plastica che costituiscono il nostro ponte sospeso, è tutta un’altra storia. Niente più coda, una leggera brezza, il silenzio anche circondati da un numero spropositato di gitanti. Quando ci ricapita di raggiungere Montisola a piedi?

È uno degli eventi dell’anno, per altro gratuito, nella bellissima Regione dei Laghi.
4,5 km di passeggiata sull’acqua. Migliaia di persone. Panini con le salamelle, gelato, polenta e frutta fresca sul lungolago di Monte Isola. E poi di nuovo sull’acqua togliendoci le scarpe, fino alla minuscola Isola S. Paolo intorno a cui possiamo camminare e dove ci sdraiamo, per lasciarci cullare dalle acque del lago.

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Chiudo gli occhi mentre il sole si abbassa, è quasi il tramonto.

Il lago è uno degli ambienti più rilassanti del mondo, per me. E, anche circondate da infinite persone, ho sentito il silenzio avvolgermi. Come fossi su una barca nel bel mezzo del nulla.

Torniamo verso Montisola e poi Sulzano con il sole che cala sempre di più alla nostra sinistra. Una nuvola lo copre, ma i raggi riescono comunque a cambiare il colore del tessuto che riveste i piers sotto i nostri piedi. Sembra di fluttuare, con questi cubotti bombati e in certa misura morbidi, che ti accompagnano nel naturale ondeggiare del corpo quando si sposta.

Stanca, devo ammetterlo, questa passeggiata sulle acque. In un paio d’ore e con calma si può percorrere tutta la passerella. Un tratto scalzi va fatto: la sensazione che si prova è ancora diversa, più coinvolgente. Fermatevi, chiudete gli occhi e lasciatevi cullare.

Rimangono tre giorni per visitare l’opera d’arte dei coniugi statunitensi Christo e Jeanne-Claude. Questo che si avvicina è l’ultimo weekend che darà la possibilità di raggiungere le isole a piedi. E di essere entusiasti e meravigliati davanti ad un’installazione che è in grado di coinvolgere il visitatore in tutto il suo essere!

Se ne avete l’occasione, non lasciatevi sfuggire questa incredibile opera d’arte!

Noi ne siamo rimaste stregate!

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Un dettaglio tecnico: evitate di raggiungere Sulzano in treno da Milano. Se ci andate al mattino, va bene. Ma se decidete di vederlo, come noi, nel pomeriggio raggiungete Brescia o Iseo in automobile. Gli orari dei treni previsti in direzione Brescia non vengono mai rispettati e, piuttosto che impiegare 30 minuti, il viaggio da Sulzano a Brescia dura più di un’ora. La coda per prendere il treno è incalcolabile e, rispetto ai normali treni pendolari, qui viene lasciato salire un numero limitatissimo di persone per volta.
Non è stata una cattiva esperienza, anzi, abbiamo trovato buona compagnia e abbiamo passato una notte fuori casa diversa dal solito, ma non per tutti è possibile dormire in stazione come abbiamo fatto noi o, men che meno, spendere 170 € per spostarsi in taxi da Brescia a Milano. Quindi, attenzione ai treni! E non fidatevi di ciò che c’è scritto sui siti internet…

Le code e i diversi inconvenienti, comunque, non rendono meno magica l’esperienza!

http://www.iseolake.info/it/eventi/the-floating-piers

Cuba · Diari di viaggio

Aprender siempre: occhi e orecchie rivolti a Cuba

I Paesi e le città sono fatti di persone. Le persone rendono bello un luogo, più ancora di quanto possa esserlo di per sé. Con cattivi incontri, anche il posto più magico può diventare brutto.

E i nostri incontri lungo questi 4382 km sono stati importanti per rendere il viaggio lo spettacolo che è stato!

Cuba è una nazione forse molto più complessa delle altre in cui ho viaggiato. Ovunque ciò che viene raccontato non è lo stesso che vivono gli abitanti, ma qui mi pare sia ancora più evidente la discrepanza.

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Fidel Castro e il PCC hanno costruito ciò che sembrava meglio, che pareva si avvicinasse all’ideale comunista che sognavano. Molte cose sono andate per il verso giusto, le parole della gente che ho incontrato lo confermano, ma per altre non è stato così.

Io lo definisco un Paese-contraddizione, dove il sogno socialista è in buona parte fallito. La propaganda scrive a lettere cubitali che “la cultura rende liberi”, ma in una nazione dove il tasso di alfabetizzazione si avvicina al 100% e governa una dittatura, dimostra che qualcosa non funziona come dovrebbe. Ad ogni angolo di strada, sul muro di una casa sì e su quello vicino pure, Fidel e la Rivoluzione sono esaltati alla massima potenza.

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Estudio, trabajo y fusil

Questa propaganda martellante è riuscita a far ricordare anche a me i nomi dei rivoluzionari meno famosi e le date che hanno segnato la storia degli ultimi cinquant’anni di vita sull’isola. Con ciò non voglio dire che l’avvento della Rivoluzione non abbia portato (per quanto io ho potuto leggere e ascoltare) grandi miglioramenti rispetto alle precedenti dittature, ma vorrei sottolineare che per quanto riguarda la libertà questa è sempre estremamente limitata. Per tentare di mantenere uno status di uguaglianza anche solo simile a quello postulato dal socialismo non resta che la repressione feroce.

Fidel ti guarda mentre compri il succo di frutta, mentre bevi il caffè e mentre guidi. È in tutti i negozi e molte case.

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Trinidad

Ti mostra le bellissime scolaresche in uniforme in Plaza Mayor a Trinidad e scrive in prima persona per il Granma, uno dei giornali del partito che vengono praticamente regalati alla popolazione e sono l’unica stampa autorizzata. Otto/dieci pagine al giorno che raccontano la politica vista da un unico lato. Nelle librerie non trovi altro che la storia di Cuba e le biografie dei suoi rivoluzionari (anche se io non sono riuscita a scovare neppure una copia dei diari del Che da portare a casa). Ad internet è quasi impossibile accedere e nelle prigioni sembra ci siano o ci siano stati in tempi anche recenti scrittori e “dissidenti politici”.

Passeggiando per la capitale, se si esce dalle quattro piazze turistiche e le due vie che collegano Habana Vieja al Capitolio, si percepisce subito questa contraddizione. Le strade di Centro Habana, per quanto affascinanti, non hanno nulla a che fare con il centro turistico.

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Comprar cibo in Habana Centro

E se si lascia la capitale, tutto diventa ancor più lampante sotto i raggi incessanti del sole tropicale. Una povertà dignitosa ti circonda da ogni lato.

Quando mi sono sentita ricordare che le persone muoiono di fame anche qui, i miei occhi hanno cominciato a vedere un pochino oltre ciò che il governo cerca di mostrare ai turisti. Leggere queste cose sulla guida non è lo stesso che trovarsele di fronte. È vero, le persone non muoiono di fame per strada perché a tutti è garantito un pezzo di pane al giorno e del pollo almeno un paio di volte al mese, ma questo non significa vivere dignitosamente. Anche perché chi ha dei talenti e potrebbe fare di più viene bloccato da questo morboso desiderio di uguaglianza, chi non è in grado di far nulla viene mantenuto a spese dello Stato e non ha la necessità di impegnarsi a fare nulla per migliorare.

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Sono racconti letti e ascoltati e ciò che ho visto attraversando l’isola che mi hanno condotta a questi pensieri. E dato che credo sia giusto condividere i regali che ci fanno, voglio raccontarvi dei miei incontri speciali e delle parole che i loro protagonisti mi hanno regalato.

A Santiago sono passata dalla direttrice del Museo del Carnaval a un giovane José che fa lo spazzino nelle vicinanze del Balcón de Velázquez.

La signora è una donna di 53 anni con una figlia di 17 che vuole studiare medicina all’università. È laureata in storia dell’arte e dirige il famoso museo di Santiago de Cuba da anni per la modica cifra di 25 CUC al mese. Figlia di due raccoglitori di canna da zucchero, si è “fatta da sola”, studiando e lavorando con dedizione e disciplina. Parla solo spagnolo, ma capisce l’inglese e appena avrà un po’ di tempo libero vorrebbe studiarlo.

Sostiene che Cuba sia uno dei pochi luoghi al mondo dove viene data la possibilità di emergere a chiunque e allo stesso tempo vengano tarpate le ali a chiunque cerchi di emergere. Mi sembra una contraddizione in termini, ma lei mi ricorda che con impegno ognuno può studiare gratuitamente, laurearsi e trovare un buon lavoro. Fare carriera anche, indipendentemente da chi siano i propri genitori. Lei ne è la prova. Chi non studia è semplicemente perché non ne ha voglia, non ci sono altre scuse. I ragazzi che preferiscono bere e fumare, piuttosto che impegnarsi, hanno scelto questo stile di vita e questo futuro, nessuno glielo ha imposto. Probabilmente danno per scontato ciò che hanno e preferiscono sprecarlo, ma è comunque una scelta libera che decidono di fare. Ciò che manca però per chi fa di tutto per raggiungere i propri obiettivi è la ricompensa. Chiunque non faccia nulla ha pane, acqua, elettricità e un tetto sopra la testa. Chi si impegna costantemente ha comunque solo il minimo per sopravvivere, non molto di più. Questo è ciò che di brutto accade. E lo dimostra anche il fatto che chi non ha voglia di far niente, se riesce a fuggire all’estero, torna sempre: almeno a Cuba, il minimo indispensabile se lo guadagna non facendo nulla (o quasi) tutto il giorno! Nel resto del mondo morirebbe davvero di fame e dormirebbe sotto le stelle (o sotto i ponti, i portici o nella metropolitana).

Mancano tantissime cose a causa dell’embargo: anche avendo a disposizione dei soldi, è quasi impossibile procurarsele. Ma si può sopravvivere bene lo stesso, secondo lei.

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Mi dice che ciò che insegna a sua figlia è che ci sono delle priorità: i soldi non sono molti, quindi è inutile avere tanti vestiti, ad esempio. L’importante è che siano sempre puliti e ordinati. Si va in vacanza una volta all’anno, con una vecchia auto sovietica che fino a che funziona non è necessario cambiare.

Mi ripete che Cuba è il Paese delle opportunità che vanno colte. Ed è molto orgogliosa della sua ragazza che andrà in una buona università ed è presidentessa del corpo studenti.
Per essere ammessi alla facoltà di medicina, bisogna mantenere un punteggio superiore ad 88/100 in tutti gli esami che si sostengono nel corso degli ultimi tre anni di scuola superiore. I medici studiano per sei anni e lavorano nella sanità pubblica per due, prima di poter accedere ad una scuola di specialità. Adesso gli stipendi stanno leggermente aumentando per questi professionisti, ma rimangono comunque così bassi che tanti se ne vanno o guadagnano molto di più lavorando con i turisti per poche ore al giorno.
Il primo soccorso è garantito a chiunque, ma per il resto è necessario pagare.

La criminalità a Cuba rasenta lo zero, perché la violenza non è ammessa. Chiunque compia atti violenti prima ancora di essere catturato dalla polizia pare venga punito dalla comunità.

Vorrebbe aprire una casa particular, motivo per cui cominciamo a parlare. Mi chiede cosa si trova di solito in questi bed&breakfast che permettono di guadagnare con una notte di affitto lo stipendio di un mese intero. Non lascerebbe il proprio lavoro per nulla al mondo, ma arrotondare non sarebbe male! Mi spiega che per averne una è necessario aprire un conto iniziale depositandovi 100 dollari, senza aggiungere le spese indispensabili per sistemare la stanza. Non è facile mettere da parte così tanto se i soldi che si guadagnano devono bastare per sostenere la propria famiglia per un intero mese! Di solito, chi ha una casa particular è stato a lavorare all’estero o ha qualcuno che può prestargli dei soldi, almeno inizialmente.

Alla fine, come un mantra, mi ricorda che bisogna “aprender siempre“, imparare sempre qualcosa di nuovo. E che la cultura è libertà. Su quest’ultimo punto concordo in pieno, ma non sono per nulla sicura che una frase del genere possa essere applicata a questo contesto!

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Manifestazione per la Semana de Cultura, Bayamo

José, invece, pulisce esattamente cinque vie tra le 5 alle 8 del mattino per 5 CUC al mese. Con lo stipendio della moglie riescono a guadagnare 12 CUC e, oltre i figli che già hanno, aspettano un’altra bambina. La pubblicità che fa ad un paladar, un ristorante privato della zona, gli frutta qualche bottiglia d’olio e un po’ di cibo extra se qualche visitatore si presenta dicendo che gli è stato consigliato da lui. Racconta che i CDR (Comitati di Difesa della Rivoluzione) controllano i singoli quartieri. È illegale non lavorare e parlare contro il governo e tutto ciò è punito con la prigione. Sostiene che l’unica speranza per Cuba sia la fine dei Castro, ma è sicuro ci sia qualcuno già pronto a sostituirli dopo la loro morte.

Revolucion

CDRs

Il ragazzo di 23 anni a cui diamo un passaggio tra Baracoa e Moa, sulla strada senza mezzi pubblici, mi racconta che fa il DJ. Vorrebbe comprare un cellulare con il sistema Android per poter usare delle applicazioni che gli permetterebbero di mixare la musica, ma l’unico posto sull’isola dove si trovano è la capitale. La musica che ha è solo cubana e i pochi cd stranieri che si riescono ad acquistare sono solo dei cantanti più famosi.

Il wifi è arrivato a Moa da qualche mese e le persone lo usano essenzialmente per chiamare i parenti che vivono all’estero. Non sa cosa siano Facebook o un indirizzo e-mail, quindi mi lascia il suo indirizzo di casa nel caso un giorno tornassimo in città.

Una venditrice di mango, al mercato di Guantánamo, mi racconta che anche sua figlia studia medicina e ha 19 anni.

Avevo letto che a Cuba ci sono tantissimi medici, ma sono rimasta comunque sorpresa dal fatto che la maggior parte delle persone che ho incontrato fossero medici, stessero per diventarlo o avessero parenti stretti che fanno questo lavoro!

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In farmacia

Ho chiacchierato per una mezz’oretta con il taxista che ci ha portato da Centro Habana all’aeroporto. Abbiamo parlato di Fidel, Obama, mercato nero e automobili.

Fidel, a suo parere, ha lasciato solo ufficialmente la presidenza del Paese al fratello Raúl. Sarebbe ancora lui a comandare, essendo sempre un membro importante del PCC, il vero organo di governo dell’isola. Fidel userebbe Raúl quasi come una pedina, a cui far fare tutto ciò che desidera. Oggi abita nell’entroterra di Miramar, poco distante dalla Marina Heminguay, si vede poco e scrive sul Granma. Dopo il rientro di Obama negli USA, ha scritto immediatamente di non essere d’accordo con la sua visita a Cuba e ne ha aspramente criticato il discorso tenuto a L’Avana.

Mi conferma che Cuba è un Paese tranquillo, dove la criminalità è praticamente pari a zero. Mi spiega che i cittadini non rubano, se non allo Stato.
Ad esempio: i taxisti ricevono dal governo 200 litri al mese di carburante gratuito per svolgere il proprio lavoro. 150 litri li utilizzano per la propria attività, i restanti li rivendono ad altri automobilisti ad un prezzo più basso rispetto a quello fissato dal governo per i distributori di benzina. Si dice che si passa “por la izquierda” e il mercato nero è una specie di difesa contro questo socialismo ostentato. Cuba acquista il petrolio dal Venezuela ad un prezzo “da amico”, poiché estrarlo dai propri giacimenti costerebbe troppo e non sarebbe comunque sufficiente.

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Allo stesso tempo gli acquisti “por la izquierda” non sono sempre convenienti: se vuoi acquistare un’auto come la sua, una Hyundai Atos di seconda mano (di nuovo, anche volendo, non si trova nulla qui), vale la pena comprarla dal governo. Te la vendono per 21mila CUC contro i 25mila CUC del mercato nero. E così controllano meglio ciò che i cittadini vogliono e acquistano!

Alla fine, mi ricorda anche che il 27 marzo 2016 c’è stato un grande concerto gratuito dei Rolling Stones: vi hanno assistito oltre 500mila persone!

Panem et circensem, mi vien da dire.

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Per quanto abbia avuto su di me un forte potere disincantante, questo viaggio, mi ha resa ancor più consapevole di quanto io sia fortunata! E porto le parole che mi sono state dette, soprattutto dalla direttrice del Museo del Carnaval, nel cuore. Provo un forte senso di affetto nei suoi confronti, nonostante abbia passato solo un paio d’ore in sua compagnia. Sento ancora la sua voce che mi ripete che bisogna aprender siempre!

Chiudo questo capitolo su Cuba con tanta voglia di viaggiare e studiare, ancor maggiore di quella che avevo prima di partire!

H. Vieja

Habana Centro

E se volete rimanere aggiornati sulle ultime novità pubblicate dal famoso Granma, ecco qui il sito internet del giornale: it.granma.cu/ .

Cuba · Diari di viaggio

Back to the 40s

Mi aspettavo un salto nel passato, durante il viaggio a Cuba. Sapevo avrei visto vecchie automobili americane anni ’50 da sogno. Sospettavo ci fossero sidecars e camion usati come autobus. Ma alcuni mezzi di trasporto mi hanno colta di sorpresa: non immaginavo così tanti calesse, carri trainati da buoi, bici-taxi e macchine della polizia che sembrano uscire da un film russo girato nella prima metà del ‘900.

A questo si aggiunge la mia sorpresa per le giostre e i giocattoli per bambini a dir poco vintage. Affascinanti, ma anche un po’ spaventose per quello che potrebbe succedere a coloro che vi salgono. Nelle piazze ci sono i calessi trainati dalle caprette come trenini e tricicli come macchinine. Mi hanno ricordato vecchie fotografie delle nostre sagre di paese di più di cinquant’anni fa, quando le giostre erano i pony che venivano fatti girare in circolo.

Un fantastico tuffo in un lontano passato, che ora sono riuscita a vedere anch’io!

 

Cuba · Diari di viaggio

Arrivederci, Cuba!

Lasciamo Viñales per tornare a L’Avana.

Visitiamo la Cueva del Indios, una sovraffollata grotta all’interno di un mogote. Con annesso giro in barca sul fiume sotterraneo, la parte più suggestiva è l’uscita tra le rocce!

Seguiamo la strada costiera per la capitale e sostiamo a Playa la Mulata, un piccolo porto di pescatori, e a La Altura, a 10 km dalla strada principale e con un po’ di sabbia.

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Playa la Mulata

Passiamo anche dall’inquinata Mariel, grande porto commerciale dove è difficile respirare quasi quanto a Moa. Arriviamo a La Habana da Miramar, il quartiere delle ambasciate, tutte in fila sull’Avenida 5. Facciamo un giro sul Malecón e per Vedado, vediamo la stazione con un treno in partenza e riportiamo l’automobile.

La sera, passeggiamo per tutta Habana Vieja: Calle Obispo, Plaza de Armas, Plaza San Francisco, Plaza Vieja. Sembra di essere in un’altra città, calma e un pochino più fresca anche!

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Il giorno successivo camminiamo in lungo e in largo per L’Avana e visitiamo il Museo del Rum. Malecón, Castillo de la Real Fuerza (che ha anche l’acqua nel fossato!), il mercatino dell’usato di Plaza de Armas. Mangiamo buonissimi manir comprati al semaforo, che sono noccioline in conetti di carta arrotolata.

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Plaza de Armas

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Manir

Il Museo della Havana Club è davvero interessante: scopro che tutto il rum di questa marca è prodotto a Cuba ed esportato nel resto del mondo! Per fare i cocktails si usa quello invecchiato per 3 anni. Gli altri vengono bevuti anche da soli, perché hanno già acquisito un certo aroma. Come per i sigari, ce ne sono di forti e leggeri, più o meno invecchiati. Il più costoso che vedo al negozio costa ben 1700 CUC!

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Museo del Rum

Si produce dalla canna da zucchero, che fu importata sull’isola da Cristoforo Colombo. All’inizio si spremono le canne per ottenere il famoso jugo de caña (che, tra parentesi, io amo!), detto anche guarapo. Da questo si possono ricavare zucchero o rum. Per il rum si cuoce il succo per 48 ore, si ottiene la melassa e da questa, dopo fermentazione e distillazione, il rum. A metà processo si ha l’aguardiente, con un’elevatissima percentuale di alcool. I barili in cui viene fatto invecchiare per almeno due anni hanno una particolarità: devono essere stati usati per almeno 15 anni per distillare altri liquori, come brandy o whisky. Ce ne sono alcuni vecchi anche più di 200 anni!
Alla fine assaggiamo puro rum invecchiato 7 anni: un certo aroma ce l’ha già, ma è veramente fortissimo!

Seguiamo il lungomare fino al vecchio deposito di tabacco e legno, dove oggi c’è un buonissimo birrificio, con musica e prezzi abbordabili. A fianco c’è il gigantesco mercato di souvenir San José. È immenso e decisamente meno costoso di tutti gli altri negozi di Habana Vieja.

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L’ultima mattina, invece, andiamo a Vedado. Vediamo il Museo Napoleonico, l’università, l’Hotel Habana Libre e gli edifici Lopez Serrano e Focsa. L’Hotel Capri non è più in rovina, è stato ristrutturato e riaperto come parte della catena NH.

L’Hotel Nacional è il più spettacolare: l’interno sembra una stazione dell’Orient Express anni ’30 e il patio e giardini, con la vista sull’oceano, sembrano quelli di un film.

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Hotel Nacional

Si visitano le trincee costruite durante la crisi dei missili del 1962: dopo lo sbarco nella Baia dei Porci organizzato dalla CIA per rovesciare il governo di Castro, il capo del governo cubano accettò di posizionare missili per conto dell’URSS a Santa Clara e Piñar del Río. L’Hotel Nacional fu trasformato in caserma e furono costruite queste trincee in caso di un attacco via mare proveniente dalla Florida. Gli USA risposero alla provocazione posizionando missili in Turchia, sul confine con l’URSS, e alla fine fecero un accordo che evitasse lo scoppio di una guerra aperta. Dato che Castro non fu coinvolto nella contrattazione, i rapporti con l’URSS si raffreddarono notevolmente.

Poco dopo partiamo per l’aeroporto e, anche se con un po’ di ritardo, lasciamo l’isola caraibica per tornare a casa.

 

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Suggerimenti utili:

  • Fate un salto al mercatino dell’usato di Plaza de Armas: sembra ancora una volta di essere catapultati indietro nel tempo, tra macchine fotografiche, orologi, poster e libri vintage.
  • I manir costano solo 1 CUP l’uno: acquistateli sul Malecón, piuttosto che nelle turistiche piazze di Habana Vieja. Uno tira l’altro!
  • Mangiate fantastici pasticcini all’angolo tra San Rafael e Lealtad. Ognuno costa solo 3 CUP e sono davvero deliziosi!
  • Pranzate e ascoltate un po’ di musica alla Cerveceria Antiguo Almacén de la Madera y el Tabaco, su Avenida del Puerto.
    Poco lontano invece fate shopping al Almacénes San José, lasciando stare i negozietti di Habana Vieja.
  • Al ristorante Castropol, sul Malecón, si mangia benissimo. Attraverso la porta si vede l’oceano, che al tramonto è ancor più bello. L’aragosta grigliata, la ropa vieja e il flan con gelato sono state delle ottime scelte!

 

Casa particular:

Olga Sánchez
San José #523 e/ Lealtad y Campanario
Centro Habana
Home: 78610190
Mobile: (+53) 52 639454
olga55@nauta.cu

Cuba · Diari di viaggio

Caffè, cucuruchos e cioccolato al latte

Lungo la strada che collega Santiago a Guantánamo, facciamo una deviazione verso la Gran Piedra. Visitiamo un vecchio cafetal, che oggi ospita il Museo del Caffè. La bella casa coloniale e gli attrezzi esposti sono interessanti, anche se non è facile comprendere la storia senza le spiegazioni di una guida. Beviamo un buon caffè e acquistiamo chicchi di caffè da macinare coltivati nella piccola piantagione annessa.

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Museo del caffè

Saliamo sulla Gran Piedra (466 gradini!), da cui la vista sull’oceano, le colline e le montagne verdi circostanti è spettacolare!

La strada per raggiungerla è asfaltata, ma abbastanza rovinata e molto in pendenza. Dopo il parcheggio l’asfalto diventa terra battuta, su cui vanno percorsi i successivi 2 km per raggiungere il museo.

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Gran Piedra

A Guantánamo arriviamo seguendo l’autopista. È facile orientarsi: seguendo le indicazioni per l’Hotel Martí, si arriva direttamente nella piazza centrale e intorno si trovano tante casas tra cui scegliere. Non c’è molto da vedere, si tratta di una città poco turistica. Passeggiamo. Ci fermiamo al mercato ortofrutticolo, vediamo Palacio Salcines e cerchiamo un caffè. Sembra ancor più difficile trovare qualsiasi cosa, in questa città!

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Guantánamo

Finalmente partiamo per la città dell’estremo sud est, del cioccolato e della cucina cubana creativa: Baracoa. La strada costiera ricorda la Panamericana peruviana. Ci fermiamo alla spiaggia di Cajobabo, dove sbarcò José Martí per dare il via alla prima rivoluzione cubana. L’acqua è tiepida, ma la spiaggia è sassosa. Le onde sono alte e non facciamo il bagno. Verso l’entroterra siamo circondati da banani, palme e foresta.

Baracoa fino al 1965 poteva essere raggiunta solo a piedi o via mare. Dopo la rivoluzione, fu costruita e inaugurata la Farola, l’unica strada che consente di superare le montagne che abbracciano la città. Salendo si passa dalla foresta tropicale alle pinete. I venditori di cucuruchos, caffè, cioccolato e mandarini sbucano dal nulla.

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Cucuruchos sulla Farola

I cucuruchos sono una specialità della provincia di Baracoa. Si tratta di dolci molto buoni, avvolti in foglie di palma e fatti con frutta e zucchero, come granelle di cereali compatti e che si mangiano come fossero un cono gelato.

Baracoa è bella e vitale. Visitiamo il museo archeologico La Cueva del Paraíso. Scopriamo tante cose sui Taino, la prima popolazione amerindia che giunse ai Caraibi dal Sud America. Vissero in questa zona dal 700 a.C. all’arrivo di Cristoforo Colombo, erano politeisti e veneravano principalmente le divinità di acqua, agricoltura e fertilità. Erano pescatori e agricoltori e abitavano capanne circolari o di forma cuboide, con tetti di foglie di palma. C’è anche un bel mirador da cui si ammirano l’intera Baracoa e l’oceano.

Le spiagge qui vanno bene per una passeggiata, ma sono sporche e sassose per fare il bagno. Nel corso della serata passeggiamo nella zona pedonale e ascoltiamo la musica per la strada, dove c’è uno spettacolo per l’inizio della Semana de Cultura.

Il giorno dopo andiamo sul Malecón, tra giostre vecchissime, giocattoli e street food di ogni genere. Ci sono le onde alte e l’odore di pop corn alle 8 del mattino è nauseante.

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Il Museo del Cacao è chiuso. Ci fermiamo nella caffetteria a fianco: mangiamo due porzioni di gelato al cioccolato, beviamo una cioccolata calda e compriamo delle barrette di cioccolato. Qui si paga in Moneda Nacional e si spende pochissimo.
È tutto così cioccolatosamente sublime!

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Baracoa

Usciamo da Baracoa e incontriamo la fabbrica di cioccolato che fu inaugurata da Che Guevara in persona. Prendiamo la via per Moa, una delle due città più inquinate dell’intera isola. La strada, non asfaltata, è circondata da palme, banani e foresta. Ci sono case dal tetto di palma e palestre fatte in legno, scorci sull’oceano e belle spiagge dove si può fare anche il bagno.

Arrivando a Moa non si respira. La terra è rossissima, l’inquinamento è così forte che si fa fatica ad abituarsi al cattivo odore. Qui ci sono un’industria di cobalto e una di nichel, un grande porto commerciale per l’esportazione dei metalli lavorati e un piccolo aereoporto che collega due volte alla settimana la città a La Habana, Santiago de Cuba e Holguín.

Superiamo Moa (finalmente!) e ricominciamo a respirare. Sbagliamo strada perché il cartello che indica la direzione per Holguín è coperto da un camion parcheggiato. Arriviamo praticamente fino a Guantánamo, allungando il nostro itinerario di quasi 150 km e almeno 5 ore, visto che la velocità massima che si riesce a raggiungere sono i 30 km/h. Ma il paesaggio è spettacolare!

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Holguín è molto viva la sera, c’è tanta gente e musica ovunque. Con la luce però non è granché, anche se stranamente si trova un buon caffè già di prima mattina! Ci sono tanti negozi. Passeggiamo e compriamo qualche snack per la giornata in spiaggia e il viaggio in auto. I bici-taxi qui sono simili a sidecar con i pedali!

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Holguín

 

Suggerimenti utili:

  • Per raggiungere la Gran Piedra e il Museo del Caffè è necessario avere un mezzo proprio. L’ultima fermata del bus si trova ai piedi della montagna, a più di 5 km di distanza, dunque l’unica possibilità sono un taxi o un’auto a noleggio (se non volete camminare e fermarvi a dormire nell’hotel Islazul proprio sotto la Gran Piedra).
  • A Guantánamo, in Parque Martí, si trova il ristorante 1870. È frequentato da cubani e dai pochi turisti che passano di qui. È molto buono e assolutamente economico: per l’intera cena, con due piatti di calamari, i contorni e il dolce abbiamo speso solo 6 CUC!
  • Comprate i cucuruchos dai venditori ambulanti lungo la Farola. Vi salteranno addosso appena vi fermerete (ovunque lo facciate, anche se pare non ci sia nessuno in giro), ma è un dolce così particolare e buono che va assaggiato! Provate anche il cioccolato di Baracoa e non ve ne pentirete!
    Specialità della città sono anche pesce e gamberi conditi con la crema de leche de coco: speziata e saporita, finalmente! 

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  • Lungo la strada che collega Baracoa a Moa non ci sono trasporti pubblici. Se non avete un mezzo vostro o non noleggiate un taxi, dovrete tornare a Guantánamo per spostarvi verso nord. In auto, ci vogliono almeno 2 ore per percorrere i 70 km che separano le due città.
  • Ad Holguín troviamo un altro ristorante sublime, forse il migliore in cui abbiamo mangiato nel corso del viaggio! Si chiama 1910 e si trova a poca distanza dalla piazza principale. Il polpo grigliato all’aglio è spettacolare! A ripensarci, mi viene ancora l’acquolina in bocca! 

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Casas particulares:

Doña Mayelin, Guantánamo.
Narciso Lopez No. 109 A e/ Serafín Sánchez y Antonio Saco.
correo.cachimaiy@nauta.cu
Home: (+53) 21321800
Mobile: (+53) 53211543

Casa Sandra, Baracoa.
1ero de Abril No. 47.
Teléfono: (+53) 21642632

Villa Linale, Holguín.
Libertad No. 168 e/ Cables y Libertad.
villalinale@outlook.com
Home: (+53) 24455888
Mobile: (+53) 53782593

Quest’ultima, ad Holguín, è la miglior casa particular dove abbiamo alloggiato a Cuba. Se capitate in città, andate immediatamente a chiedere una camera a questa gentile signora!