Cuba · Diari di viaggio

On the road, day 1

La nostra auto a noleggio è una Geely. È quasi ora di lasciare L’Avana, ma prima di partire andiamo a Plaza de la Revolución. È immensa, fredda e circondata da edifici governativi in puro stile sovietico.

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Monumento a José Martí, Plaza de la Revolución

Fu concepita negli anni ’20 per richiamare alla mente l’Étoile di Parigi.
Sulla collina centrale oggi si trova il monumento a José Martí, normalmente visitabile. Ma non possiamo avvicinarci, dato che si stanno preparando all’imminente arrivo di Barack Obama.

Dal palazzo del Ministerio del Interior la gigantografia di Ernesto Che Guevara osserva, da quello delle telecomunicazioni è il meno noto compañero Camilo Cienfuegos a tenere sotto controllo la piazza. Qui si trova anche la sede centrale del Partido Comunista de Cuba, è il centro della politica del Paese. E se il Che ricorda Hasta la victoria siempre, Cienfuegos sostiene ancora oggi Vas bien Fidel! Per chi non lo sapesse, fu la sua risposta nel momento in cui Castro, durante il suo primo discorso pubblico dopo la vittoria dei rivoluzionari, gli chiese se tutto stesse andando per il verso giusto. Chissà cosa gli risponderebbe Camilo oggi, se glielo chiedesse di nuovo…

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Plaza de la Revolución

Uscire dalla città senza cartelli stradali e solo una parte di cartina non è facile, ma ci riusciamo. Visitiamo la Finca Vigía, la casa-museo di Ernest Hemingway, poco lontano dalla capitale. Le finestre sono aperte e si guarda all’interno della villa passeggiandovi intorno. Ci sono la piscina, la barca dello scrittore e il cimitero dei suoi amati cani. La vista dalla torre, poi, è stupenda!

Finca vigía Hemingway

Finca Vigía

Finalmente mettiamo i piedi nell’oceano a Playa Guanabo. L’acqua è calda, il colore azzurro e la sabbia bianca bellissimi! Seguendo la Vía Blanca, verso Matanzas, trivelle, pozzi di petrolio e raffinerie affacciati sulla spiaggia rovinano la costa.

Bella Matanzas: così è come mi sono sempre immaginata il Far West. Tutto si trova intorno a Plaza de la Vigía, attraversata anche dalla strada principale. Compro un bel libro di poesia fatto interamente a mano nella casa editrice locale fondata nel 1985, la Ediciones Vigía. 

Ed. Vigías

Ediciones Vigía, Matanzas

Intorno alla piazza ci sono il Teatro Sauto, chiuso per restauri, la caserma dei Bomberos, il Palacio de Justicia e un bel bar in stile saloon. I bocaditos, piccoli panini rotondi ripieni di prosciutto e formaggio, non sono male. E una kola fresca, con questo clima, è sempre piacevole!

Attraversiamo il ponte in ferro e, sotto, notiamo le case che si affacciano direttamente sull’acqua dove i proprietari parcheggiano le barche. La cittadina merita una sosta e qualche foto!

Matanzas 2

Matanzas

Matanzas

Varadero. Per alcuni questa lingua di sabbia di circa 20 km è sinonimo di Cuba. Arriviamo che il sole sta tramontando in uno spettacolare alternarsi di violetto, rosa e azzurro. Facciamo un bagno nell’acqua tiepida e cristallina. Qui la spiaggia è da sogno, candida e infinita, interrotta solo dai resort che si specchiano nell’Oceano.

Varadero

Varadero

A cena mangiamo una specialità cubana: ropa vieja, carne di vitello sfilacciata in salsa di pomodoro. Alla Bodeguita del Medio de Varadero il cibo è buono e la musica frizzante! Come di consueto qui, anch’io lascio un segno del nostro passaggio scrivendo sul muro “Cris y papi 2016”. Strappo anche la ricetta del mojito riportata sulla tovaglietta del ristorante… Prima o poi devo provarla!

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La Bodeguita de Varadero

Suggerimenti pratici:

  • L’auto si può noleggiare su internet o direttamente in loco. In quest’ultimo caso, i prezzi sono più alti. Le agenzie che affittano automobili sono due ed entrambe governative, quindi i prezzi sono praticamente i medesimi. Scendono solo in funzione del numero di giorni per cui si tiene il mezzo. Il lato positivo di tutto questo è che in ogni cittadina ci sono uffici e garage di queste agenzie, quindi, se c’è qualche problema, si riesce a risolvere in breve tempo e senza costi aggiuntivi.
  • Prima di lasciare L’Avana, cambiate già un po’ di soldi in modo tale da non dover impazzire a cercare banche o CADECA nelle città più piccole. Fatevi dare anche dei CUP (Moneda Nacional) così da poter comprare cibo o piccole cose anche nelle zone meno turistiche in cui andrete.
  • A Varadero le casas particulares, come anche tutti i ristoranti non affiliati ai Grand Hotel, si trovano nel paesino, ad ovest della penisola. La scelta è molto ampia. Le spiagge sono libere e in alcune zone si trovano ombrelloni di paglia a disposizione di tutti. Altrimenti, ci sono sempre le palme! Non cambia nulla tra questa zona e quella dei resort, dove volendo si può comunque andare. L’unica differenza sta nel fatto che in queste ultime l’affollamento è decisamente a livelli esagerati e l’acquagym nell’Oceano, per favore, è una cosa inguardabile!
Cuba · Diari di viaggio

Tre giorni all’Avana

Per Cuba non ho scritto un vero e proprio diario di viaggio. Ogni sera, però, prendevo appunti. Ciò che avevamo visto e fatto, cosa mi aveva emozionata, i begli incontri e gli eventuali problemi pratici da risolvere per poter proseguire.
Partite e mettete il naso fuori dai classici itinerari! Non ne rimarrete delusi!!!

La Habana

Centro Habana

L’Avana. Pare di essere in un film anni ’50. Città spettacolare, la capitale, decadente e suggestiva. Auto di ogni colore, 9 km di rilassante Malecón, forse l’unica strada dell’isola con un po’ di traffico. Il Capitolio e la piazza antistante sono in restauro, ma la cupola fa sempre la sua bella figura nello skyline cittadino. Pubblicità propagandistica a esaltare la Rivoluzione in ogni angolo. Usciamo nel pomeriggio, dopo aver trovato una piacevole casa particular all’ultimo piano di un condominio di Centro Habana. Camminiamo sul lungomare fino al Castillo de San Salvador de la Punta, poi vediamo l’Ambasciata spagnola, il Museo de la Revolución e l’Edificio Bacardí.

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Malecón

Habana Vieja e le sue quattro piazze le visitiamo il giorno successivo.
Il Barrio Chino, fatto ricostruire per i turisti negli anni ’90 per ordine di Fidel, si trova poco lontano dal nostro alloggio. Ricorda più un parco a tema che una vera e propria Chinatown, con qualche ristorante cinese gestito da cubani, cartelli stradali nelle due lingue e la tipica porta d’accesso color rosso vivo.

Barrio Chino

Barrio Chino

I parques sono tanti e dal Capitolio raggiungiamo Plaza Vieja seguendo Calle Bresíl. La vecchia farmacia ristrutturata, che si visita come un museo, è molto più fornita di quella “reale” che si trova dall’altro lato della Calle. Vediamo Plaza Vieja, con bar e ristoranti, Plaza San Francisco con il vecchio convento, la chiesa e belle gallerie d’arte.

Plaza Vieja 2

Plaza Vieja

Plaza San Francisco

Plaza San Francisco

Seguendo Calle Oficios arriviamo a Plaza de Armas, dove ci sono il Museo de la Ciudad e il Castillo de la Real Fuerza, oltre ad un bel mercatino di libri usati e oggetti di antiquariato che ne segue il perimetro. Lungo la via pedonale ci fermiamo alla Casa de los Arabos, dove è illustrata la cultura del Medio Oriente con oggetti donati al Paese da varie nazioni arabe.

La Plaza de la Catedral è più tranquilla delle altre e la famosa Bodeguita del Medio, dove Hemingway beveva il suo mojito, è sempre piena di turisti.

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La Bodeguita del Medio

Al confine tra Habana Vieja e Centro Habana si trova la zona dei Grand Hotel storici, come l’Hotel Inglaterra, accanto al Gran Teatro de la Habana e al Parque Central. Qui, dopo le 16, suonano musica dal vivo e i ballerini improvvisati sono un piacere per gli occhi! Rimaniamo più di un’ora a goderci la fiesta!

Tornati dalla cena, Doris mi dà la mia prima lezione di salsa: muovi il sedere e i fianchi secondo ciò che senti, stacca la mente e segui le tue emozioni. Spalle e braccia seguono il bacino, non viceversa. Rilassati! Qualche passo avanti comincio a farlo…

Il terzo giorno, è la volta del Museo de la Revolución, il più grande e importante del Paese. La storia della Rivoluzione è esaltata all’inverosimile e i fatti narrati si fermano al 1975. Ci sono camicie sporche di sangue, oggetti appartenuti ai rivoluzionari, aerei e carri armati. Al centro del parco esterno si trova il Granma, lo yacht usato da Fidel per sbarcare nel sud dell’isola e dare il via alla rivoluzione socialista, chiuso in una gigantesca teca di vetro e controllato 24 ore al giorno da alcune guardie. Dopo cena, passeggiamo lungo il Paseo de Martí, il Malecón, Calle Escobar ed infine ritorniamo a Lealtad per andare a dormire.

Come praticamente tutte le sere, il Malecón è pieno di gente sorridente, in compagnia di grosse bottiglie di rum!

Capitolio

Siamo tornati nella capitale alla fine del nostro viaggio on the road e abbiamo camminato e visitato ancora di più, ma di questo… Parleremo più avanti!

Suggerimenti pratici:

  • Il trasferimento dall’aeroporto José Martí ad Habana Vieja in taxi vi verrà fatto pagare 30 CUC, senza margini di contrattazione. Ma sappiate che al ritorno potrete spenderne 20, concordando in anticipo il prezzo con il taxista.
  • Per utilizzare la connessione internet, dovrete comprare una tarjeta valida per 60 minuti di navigazione in uno dei Grand Hotel lungo il Prado o in un punto ETECSA, come quello che si trova su Calle Obispo. Vi potrete connettere nei bar degli alberghi o in alcune piazze/vicino ai punti ETECSA. Tra il Boulevard San Rafael e la Avenida de Italia, ad esempio, vedrete una grossa folla di persone attaccata al cellulare: qui c’è la connessione internet.
  • Se volete fare un tour della città su una bella Oldmobile, vi basterà andare di fronte al Capitolio o nella zona del Malecón tra Plaza San Francisco e Plaza de Armas (dove vi costerà un po’ di più, però). I prezzi sono intorno ai 60 CUC per un tour di 1 h dei luoghi più importanti della capitale.

La nostra adorata casa particular si trova su Calle Lealtad, Centro Habana. La posizione è comodissima per visitare ogni punto della città e Doris e Nathy sono le persone più solari e disponibili che abbiamo conosciuto!

Doris y Nathalí
Calle Lealtad No. 415, apto. 53, e/ San José y San Rafael, Centro Habana.
nathy87@correodecuba.cu
Nathy: (+53 5) 294 6527
Doris: (+53 5) 388 4531

Se volete andare a mangiare tanto e bene, il posto migliore dove siamo stati è il Ristorante D’Lirio, di fronte al Capitolio. Al piano inferiore del famoso Los Nardos, le porzioni sono abbondanti, il cibo gustoso e i prezzi contenuti.
Buone alternative sono anche il bar-ristorante Asahi, tra Calle Lealtad e San Rafael, e il Restaurante Jared, su Calle Zanja. Portatevi un golfino, perché in tutti l’aria condizionate diventa gelida già dopo qualche minuto!
Per un caffè e un dolce, il Café el Escorial in Plaza Vieja è un locale piacevole dove sedersi a rilassarsi. Se volete fare una colazione dolce, la Pastelería Francesa vicino all’Hotel Inglaterra è una buona idea.
La Factoria Plaza Vieja, invece, è perfetta per bere e mangiare uno snack ascoltando bella salsa suonata dal vivo.

Per ballare la salsa, è opinione comune che la Casa della Musica di Galiano, 255, tra Neptuno e Concordia, sia il luogo migliore. Non l’abbiamo provata personalmente, ma ci fidiamo del suggerimento di chi ci è stato più di una volta!

Cuba · Diari di viaggio

Sotto il sole della Rivoluzione

Cuba è il Paese più verde che abbia mai visitato. È il Paese dei carretti trainati da cavalli e buoi, quello delle vecchie macchine americane anni ’50 raccolte sotto il nome di Oldsmobile.

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Malecón, la Habana

Il Paese dove il pane ce l’hanno tutti e praticamente tutti possono permettersi sigarette e rum, volendo. Il socialismo è irrinunciabile, come ricordano infiniti cartelli lungo le carreteras, con i suoi lati positivi e negativi. Il socialismo dà un minimo per sopravvivere a tutti, ma toglie a chi potrebbe fare di più, a chi avrebbe la capacità di emergere, a chi ha idee buone, ma non le può sviluppare. Tutti hanno qualcosa da mangiare, acqua ed energia elettrica (anche se non sempre…). Ma allo stesso tempo le limitazioni sono grandi: puoi studiare, ma se fai carriera il tuo stipendio ti basta a stento per sopravvivere. L’impresa privata è accettata da pochi anni. Se hai una buona idea e hai messo da parte i soldi andando all’estero in tempi passati, qualcosa riesci a fare. Altrimenti, si fa fatica. Molta fatica. Le bellissime casas particulares sono un esempio emblematico di ciò.

Cuba è il Paese delle contraddizioni. Tutto è il contrario di tutto, tutto ha due facce opposte tra loro e contemporaneamente presenti. E’ un paese in guerra, dove trovare da mangiare fuori dai ristoranti è spesso complicato. Dove nei bar finiscono le cose da bere e, forse, dopo un’oretta riescono ad andare a comprare nuove lattine. Il bloqueo c’è. Non è ancora finito. Le cose probabilmente stanno cambiando in fretta, ma se si esce dalle strade turistiche di Habana Vieja e dai resort di Varadero o dei Cayos, la vera Cuba è subito bellissima e tragica. Il governo controlla la vita quotidiana e almeno il 95% della popolazione è iscritta al Partito Comunista, l’unico che esista. La Rivoluzione è ovunque.

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Però è anche il Paese dove impari a ballare la salsa anche se sei un pezzo di legno e ci hanno provato per anni da ogni parte del Sud America a fartela capire, dove ti abbronzi anche se sei bianco latte e ti scotti le ginocchia anche se erano già abbronzate. Dove trovare una crema solare è un’impresa e quando la scovi è dura come cemento.
La fantasia in cucina è pari a zero, ma il pesce è fantastico. Gli uomini forti tornano dai campi con il machete attaccato alla cintura e in spiaggia ti aprono il cocco per farti bere la dolcissima acqua con la cannuccia. È il Paese dove alcune spiagge erano (ed altre sono ancora oggi) proibite ai cubani, quello dove alla massa di turisti che vola fino ai Caraibi per fare il bagno nella piscina della nave da crociera o del resort all inclusive (e forse qualche volta nell’Oceano…) viene fatta vedere la capitale ristrutturata, dove tutti cantano e ballano, quando basta girare l’angolo per vedere tutti sorridenti, nessuno che ruba, puliti e profumati, ma poveri. Perché il CUC che il turista lascia di mancia al ristorante o che gli viene chiesto dalla vecchietta furba per strada solo dove ci sono europei e canadesi, è sempre 1/25 dello stipendio mensile di una donna laureata in storia dell’arte e direttrice di un museo di Santiago de Cuba da più di 30 anni. È forse l’unico Paese al mondo dove ci sono due monete e dove, se capiti dove si può pagare solo in pesos cubanos, compri una pasticceria intera con 1 CUC, mentre se è un luogo turistico i prezzi sono pressoché europei, tipo 2 CUC per un pasticcino. Ed è la scatola di pasticcini da 1 CUC ad essere sublime.

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Guardalavaca

L’autostrada a sei corsie è piena di buche e ci passano le quattro macchine noleggiate dai turisti indipendenti, i bus Viazul e Transgaviota con l’aria condizionata e i vetri oscurati dei gruppi, qualche carretto e qualche camion. Ma la vita è sulla Carretera Central: due corsie, doppio senso di marcia. Sorpassi azzardati ogni secondo. Auto, bus, carretti trainati da cavalli e bici-taxi mossi dagli uomini forti, persone in bicicletta, a cavallo, a piedi. Niente marciapiede, niente luci di notte, né lungo la via né sui mezzi. Forse ci sono meno buche che in autostrada, ma sarebbe anche comprensibile se ce ne fossero sulla principale via di comunicazione che attraversa tutta l’isola ed è percorsa ogni giorno da tantissimi mezzi (a motore e non, quasi tutti quelli che ci sono, in effetti…). I camion del trasporto eccezionale che fai fatica a superare, le ambulanze, i camion per il transporte de pasajeros e i camion per il trasporto di merci che alla fine portano anche persone. L’agilità con cui si salta su e giù dai vecchi camion Ford dal muso lungo e che riconosci alle spalle perché a 100 m di distanza vedi una nuvola nera che ti aspetta.

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Le persone però sono per la maggior parte disponibili e solari. Che tu chieda indicazioni per la strada o suoni al campanello di una casa particular, i più sono aperti e sorridenti. I cartelli stradali non ci sono, per non parlare delle strisce pedonali che sono una cosa sconosciuta. L’unico attraversamento a strisce che sia riuscita a vedere, si trova esattamente tra il terminal delle navi da crociera dell’Habana e la storica Plaza de San Francisco antistante, da cui cominciano tutte le visite guidate. Per il resto, se si vogliono attraversare i 9 km di Malecón della capitale per una passeggiata sul lungomare, si gioca alla roulette russa. Sei corsie con le auto che (per quanto vecchie) sfrecciano, non è sempre così evidente. Ma si impara, ovviamente!

Internet non esiste. Be’, sì, all’Habana compri la tarjeta e ti connetti nei Grand Hotel e in qualche piazza. Ma riuscire a scovare la tarjeta non è cosa facile. “Chiedi alla reception di qualsiasi hotel, e te la vendono”. O meglio, ti dicono di provare a quello a fianco e poi a quello un po’ più in là, perché le hanno finite. E se ti va bene al quarto tentativo ce la fai. Per renderti poi conto che qui la paghi 5 CUC, in un’altra città al punto ETECSA solo 2. Ma ne vale la pena! Passare del tempo lontani dal proprio mondo, sotto ogni punto di vista, è un toccasana!

I colori però sono sempre la cosa più speciale. I colori del cielo, del mare, delle facciate delle case, della terra appena arata. I colori degli animali, delle strade sterrate, dei fiori che sono ovunque. Il verde delle fronde delle mangrovie e quello delle fronde delle palme, delle siepi fatte di cactus. Mille tonalità di verde. Mille tonalità di rosa, di blu e di marroni.
Sono i colori a riempirti gli occhi e il cuore! Inolvidable!

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Viñales

Cuba · Diari di viaggio

-4: il caos sotto ogni punto di vista

Sono un paio di settimane che non scrivo perché mi sono lasciata prendere da mille impegni. Prepararsi per un viaggio, poi, necessita della sua attenzione. La voglia di partire è sempre maggiore e insieme salgono le mie ansie da partenza. Cosa avrò dimenticato? Come andrà? Troverò internet per tenere aggiornato il blog? E le fatidiche: come mi cambierà questo viaggio? Cosa cambierà a casa mentre io non ci sono?

Mille domande, come minimo, mi ronzano in testa da qualche giorno. E zero risposte, ovviamente. So solo che esattamente quattro giorni salirò in aereo e andrò alla ricerca di queste famose risposte!

Nel pomeriggio del quarto giorno prima della partenza ero messa così:

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Ma domani recupero, perché forse è il caso di darsi una mossa…

Mente vagabonda

Feeling lucky!

Quando penso ai  miei viaggi mi rendo davvero conto di quanto sono fortunata.
C’è chi a 22 anni ha viaggiato molto più di me, per motivi diversi, ma anche chi a 70 anni ha visto il mare della Liguria in estate e le montagne del Trentino Alto Adige in inverno.
E mi fa pensare come tanta gente che vorrebbe viaggiare non ne ha la possibilità e quanti potrebbero, invece, non hanno voglia o coraggio di partire.

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Un assaggio di deserto, di foresta pluviale, di gelo artico e di famosi siti patrimonio dell’UNESCO l’ho avuto. A piedi o in auto ho attraversato l’Equatore, il Circolo Polare Artico e il Tropico del Cancro. Quello del Capricorno solo in aereo.

Sono stata in Sud America, negli Stati Uniti e ho pure passato una notte in Canada visto che la tormenta di neve del 2010 ha paralizzato la costa nord ovest degli U.S.A. e ci ha bloccati a Toronto. Sono stata in Africa, vivo in Europa e ho toccato l’Asia mentre attraversavo la Turchia. Non è molto forse, se si pensa a quanto è grande il nostro pianeta. Ma mi fa sentire privilegiata. Soprattutto perché questo io l’ho potuto fare per piacere, per scelta. Ho scelto di raggiungete il capo più meridionale del continente africano e quello più settentrionale dell’Europa continentale.

Capo Nord, estate 2009

Nordkapp, Svezia – 2009

Ho scelto di salire a bordo di un piccolo motoscafo (anche se non proprio consciamente…) per solcare le onde dell’Oceano Pacifico tra le isole dell’Arcipelago delle Galápagos e di prendere una canoa per navigare su un tratto di uno dei tanti affluenti del Rio delle Amazzoni nella zona di El Puyo, in Ecuador. Ho preso il treno che scende lungo la Nariz del Diablo, un bus per andare dal Perù alla Bolivia e un altro che mi portasse dal Toronto a New York sotto la neve. Le Linee di Nazca le abbiamo viste dall’alto, a bordo di un bimotore, e per le balene mi sono imbarcata una mattina ad Hermanus. Ho attraversato il confine tra Europa e Asia superando il Bosforo e ho quasi pianto lacrime di gioia dall’emozione alla vista del cartello Welcome to Asia.

Delle sette meraviglie del mondo moderno ne ho viste due e pensare di aver camminato tra le rovine di Machu Picchu come gli antichi Inca o attraversato i propilei sull’Acropoli di Atene come fecero i grandi filosofi antichi mi ha emozionata in quel momento e lo fa ancora solo al pensiero.

Machu Picchu, Perù, 2011

Machu Picchu, Perù – 2011

Quando ho visto l’Eufrate e il Tigri mi stava scoppiando il cuore dalla gioia , a ripensare alla famosa culla della civiltà, dove siamo nati e grazie alle cui acque siamo ciò  che siamo. Anche se πάντα ῥεῖ, “tutto scorre”, e non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume ciò non vuol dire che il significato simbolico non venga conservato. E nella mia mente e nel mio cuore questo è la Mesopotamia: culla e casa di un po’ tutto il genere umano.

Fiume Tigri, Turchia, 2013

Fiume Tigri, Turchia – 2013

La Grecia è poesia, Roma diritto, New York modernità, Londra Harry Potter e Venezia e Parigi sono amore. La Costa Azzurra è Renoir e Tahiti Gauguin, Cuba Hemingway e il Mississipi Twain. Non vedo l’ora della Cina, dell’India, della Russia, della Cambogia.

E in tutta questa mia fortuna una parte importante la giocano e l’hanno sempre giocata mamma e papà. Non solo i soldi, che per quanto pochi o tanti che siano servono sempre per viaggiare come per far qualsiasi altra cosa. Ma soprattutto per la libertà e le radici che hanno saputo darmi. Libertà di decidere, di andare e tornare. Radici che, anche se starei sempre in giro, mi convincono a tornare a casa da chi amo ogni volta.

Casa la sento veramente casa per questo, che si trovasse in Italia, Svizzera, Francia o Spagna avrebbe poca importanza. Casa per me non sono Como o Uggiate, ma solo l’interno delle mie case, i mobili, i libri, i ricordi, l’atmosfera che abbraccia e rilassa.
E devo ringraziare per la passione smodata che mi ha trasmesso il mio papà. Probabilmente se non avessi visto quanto a lui piaceva andare in giro, andare nel deserto, in Africa, non avrei cominciato a organizzare viaggi e a tenere diari di viaggio all’età di 9 anni (iniziati e mai finiti, ma questa volta è il pensiero che conta…).

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Cape of Good Hope, South Africa – 2010

Forse la mia passione è ancora più forte e consapevole, è avventura e organizzazione, studio e amore per le altre culture da scoprire. Ma tutto, comunque, è partito da loro!

Diari di viaggio · Sudafrica

Kruger National Park

Nell’attesa di partire fisicamente, viaggio con la mente e il cuore. L’idea di fare un safari in Sudafrica era abbastanza scontata quando ho deciso di partire. Ma quella di riuscire ad arrivare al Kruger Park nei soli due mesi pieni di lezioni di inglese in preparazione all’esame, visite della città, serate di ballo, karaoke e tequila, non l’avevo programmato. Per fortuna ci ha pensato la scuola per me!

5 giorni tra Kruger Park, Blyde River Canyon, passeggiate nella savana all’alba e safari al tramonto, marshmallow sotto le stelle e davanti al fuoco.
Il Kruger per me è stato un sogno divenuto reale. Da Cape Town bisogna raggiungere Johannesburg in aereo, quindi i cinque giorni diventano effettivamente quattro se si parte con il volo del mattino il primo giorno e si torna con quello della sera l’ultimo.

Il parco è immenso e si estende pure in Mozambico, anche se con un altro nome. Gli spazi sono infiniti, non solo per la percezione che si ha di ciò che ci circonda quando si è nel mezzo della savana. Su una mappa dell’intero continente si riesce ad identificare, se si sa dove andare a cercarlo. E i big five non sono l’unica cosa che si può vedere girando per una piccola parte di parco.

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Dopo il tramonto si cercano piccoli animaletti notturni. All’alba, se si va a piedi, si cercano  gli insetti soprattutto e si possono vedere termitai giganteschi. Durante il giorno abbiamo visto leoni che facevano la siesta, leonesse assonnate e rinoceronti che masticano.

Gli ippopotami si scorgono lontani nei fiumi insieme ai coccodrilli che sul bagnasciuga prendono il sole. Le impala le chiamava Mc Donald’s la mia guida: si trovano dappertutto, ce ne sono tante ed è necessaria poca energia per catturarle. Gli elefanti con i piccoli che ci hanno attraversato la strada mi hanno emozionata più volte e i baobab mi hanno lasciata senza parole. Le giraffe, le zebre, gli gnu, gli avvoltoi. Mi sentivo allo stesso tempo in un film e in un sogno, di certo comunque non con i piedi per terra!

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Gli zoo sono una cosa che odio e ne ho visitato solo uno storico a Vienna. Ma il fatto di essere immersi nella natura, di non sapere cosa riuscirai a vedere perché gli animali hanno posti dove stanno più spesso, ma ci vuole comunque fortuna per trovarli lì, il fatto che tutto sommato tu su una jeep sei più grosso, ma loro sono comunque più forti se decidono che li infastidisci è poetico. Una battaglia con un rinoceronte o un elefante che si sente minacciato è ad armi pari qui, anzi è ancora più facile che abbia lui la meglio. non si tratta di un gigante dentro una gabbia di pochi metri quadrati e un ometto che lo osserva al sicuro dall’altro lato del muro. In natura loro rischiano di certo più di noi, perché tra legge del più forte e bracconieri che spesso riescono ancora a penetrare nei parchi non hanno vita facile. Ma qui possono almeno provare a difendersi. E noi rischiamo insieme a loro.

Il safari è anche questo. Un rischio che vale la pena correre perché la natura è spettacolare. Flora e fauna della savana poi, così lontane e poetiche, ancor di più !
Dormire in capanne sugli alberi lo rifarei subito, immersi nella riserva. Anche se al momento le scimmie che al mattino ti svegliano correndo sul tetto e nella tua testa o gli insetti e le rane che ti aspettano sul comodino o il bufalo che ti fissa davanti alla porta d’ingresso e non ti lascia passare non sono il massimo…

Ma il cielo. Le stelle. I tramonti africani. I colori, i profumi, il freddo e il caldo. Wow è l’unica descrizione a cui riesco a pensare. E tutti dovremmo dire “wow” in questo modo, almeno una volta. La contemplazione della natura che non è ancora riuscita a finire veramente nelle mani dell’uomo è una delle esperienze più belle. Per quanto io ami le città, i siti archeologici, i musei, questo ha qualcosa in più. Che penetra più in profondità, fino a toccarti l’anima.

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Cuba · Diari di viaggio

Waiting for Cuba

A meno di un mese dalla data esatta, l’idea di partire diventa sempre più concreta. La corsa al visto, lo zaino giusto, la lista delle cose da comprare e quella delle cose da fare prima della metà di marzo è abbastanza lunga. Vero che staremo via “solo” venti giorni, ma dopo tanto tempo a casa, se non per qualche weekend poco lontano, la sola idea del viaggio è ancor più eccitante. La guida da leggere, l’itinerario da stabilire. L’hotel per la prima notte da prenotare e la lista della casas particulares da portare con noi perché internet sarà difficile da reperire al momento opportuno.

Le temperature sono piuttosto alte, quindi il costume per un tuffo nel Mare dei Caraibi è necessario. Vestiti estivi, shorts, magliette a maniche corte. Una felpa pesante, che magari la sera è fresco, e soprattutto indispensabile per le 23 ore da passare in aereo dove dopo un po’ diventa sempre gelido. Una giacca leggera. Lo zaino per tutti i giorni, la borsa di tela. La macchina fotografica, gli obiettivi, il cavalletto, il PC, il Kindle, il cellulare, l’Ipod. Il cappello di paglia per evitare un’insolazione e un bel tubetto di crema solare visto il colore candido della mia pelle. Qualche pastiglia. Un libro, perché qualcosa che profumi di carta bisogna averlo. Un bel paio di Birkenstock che stanno bene con tutto, gli scarponcini da trekking e le mie scarpe da ginnastica che uso anche per correre. Direi che il grosso è fatto.

Devo trovare un paio di jeans, il famoso zaino e la felpa. Nel frattempo cerco film, libri, articoli su Cuba. Blog scritti da qualcuno che ci è stata poco tempo fa a visitarla, non solo per andare al mare. Belle esperienze, brutte esperienze. Fare attenzione a chi dare confidenza e ai locali che si frequentano, al rum e al mojito con cui si potrebbe esagerare.

Il dizionario di spagnolo, la guida, la mappa che devo ancora acquistare, il quaderno per il diario di viaggio. La mia lista si allunga sempre di più, ma al contrario della mia bucket list spunto ogni giorno qualcosa e la preparazione migliora.

Presto vedrò di fare una lista completa delle cose che servono, a mio parere, per un viaggio di questo tipo. E al ritorno, ovviamente, vi aggiornerò su tutto quello che mi accorgerò di aver dimenticato o di aver portato inutilmente…

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Italia · Lago di Como

Nesso

Un breve post per uno scorcio da favola.

Nesso è un piccolo comune che si incontra lungo la strada che collega Como a Bellagio. Passandovi distrattamente, non ci si immagina ciò che si può trovare quasi 400 gradini più in basso.

La gola naturale dove è inserito il borgo è chiamata Orrido e la bella cascata che si vede è formata dall’incontro di due corsi d’acqua. Il ponte che scavalca il torrente che si tuffa nel lago è bellissimo. Stretto, a schiena d’asino, vi si sale dopo aver camminato sotto un breve porticato.
Lungo i pochi metri di Nesso che si affacciano liberamente sul lago, c’è una piazzetta che degrada nell’acqua e da cui si possono scattare bellissime fotografie. Attraversato il ponte, risalendo le scale e camminando in uno stretto sentiero nel bosco, si torna nuovamente al lago costeggiando una bella casa ricoperta d’edera. La vista incorniciata dal ponte è da cartolina!

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A sovrastare Nesso ci sono le rovine di un castello del XIV secolo che non si possono visitare, ma lo scorcio sul lago è davvero il luogo perfetto. Poche sono le persone che lo raggiungono anche la domenica pomeriggio  e, nonostante sia in miniatura, è davvero un angolo prezioso e rilassante!

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Diari di viaggio · Sudafrica

Turisti a Cape Town, part 1: musei e storia

Cape Town è una città tutta da scoprire. Difficile descriverla, difficile scegliere cosa sia meglio visitare. Anzi, difficile raccogliere in un post tutto ciò che può offrire. Perciò, vedrò di trovare le parole giuste poco alla volta e scriverne più di uno.

Parlare di una città di cui si è innamorati, di un’esperienza che si reputa la più bella della propria vita è ancor più difficile. Perché Cape Town per me è un po’ come Venezia: niente aggettivi, già il suo nome è poesia. Cape Town è Cape Town. Non ci si può perdere liberamente come tra le calle e i campi o tra i vicoli delle medine marocchine. È più ampia.
Ma ci sono infinite cose da fare, vedere, assaggiare, visitare.
Storia, cultura e natura si fondono a formare questa metropoli.

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Town Hall, Grand Parade

Iniziamo con il parlare di storia. Di musei che la raccontano ce ne sono molti, da quelli che parlano della storia degli abitanti della Mother City sudafricana a quelli che si occupano della sua evoluzione geologica e naturale.
La National Gallery espone opere d’arte moderna e racconta i sentimenti degli artisti, la rabbia, l’amarezza e l’ingiustizia subita da una grande parte della popolazione nel corso dell’Apartheid. Ma anche la gioia di vivere. Sì, perché Cape Town è una città da Vivere, ancor più di altre. Passeggiando si passa da un mercato colorato all’altro, ai Company’s Gardens si viene accerchiati dagli scoiattoli e sulle Table Mountains ci si gode la vista dell’oceano insieme ai piccoli Iraci del Capo.
Il District Six Museum è più di un semplice museo: la storia dell’Apartheid viene raccontata con gli oggetti, i cartelli, le leggi che hanno afflitto i neri sudafricani per oltre 40 anni. Il Sesto Distretto di Cape Town è stato un quartiere cosmopolita e all’avanguardia fino alla metà degli anni Sessanta, quando si è disposto che ci potessero vivere solo i bianchi. La maggior parte della sua popolazione fu deportata nelle zone deserte circostanti e le loro abitazioni rase al suolo.

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District Six Museum

La città è sede del Parlamento Sudafricano. Il Municipio è un bellissimo palazzo in Grand Parade Square e il Castello di Buona Speranza, il primo edificio costruito dai coloni alla fondazione della città, si trova poco lontano. All’Iziko Slave Lodge Museum è poi illustrata la tratta degli schiavi a partire dal Sudafrica.

Dopo un tuffo nella buia storia sudafricana, più consapevoli di dove ci si trova, se si vuole riacquistare velocemente un po’ di buonumore, basta andare a Bo-Kaap. Il quartiere malese di Cape Town è un tripudio di colori, profumi e suoni. Qui si sentono i Muezzin richiamare i fedeli alla preghiera cinque volte al giorno e i bimbi che giocano per le vie nelle giornate serene.

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Bo-Kaap

Nonostante possa non sembrare Africa ad un primo sguardo, Cape Town è una città complicata, ricca di contrasti. Come tutto questo affascinante continente. A poca distanza si trovano quartieri di lusso e townships. Religioni apparentemente diverse si mischiano nel raggio di pochi isolati: da Bo-Kaap alla Cattedrale Anglicana più importante del Paese si cammina per una decina di minuti.
I bianchi vanno in giro in auto in parte spaventati dal camminare per le strade, i neri passeggiano più liberamente, quasi i ruoli si siano invertiti. Le leggi oggi tutelano la maggior parte della popolazione, sia bianca che nera, anche se il fantasma dell’Apartheid continua ad aleggiare nell’aria.
Sono probabilmente i cosiddetti coloured a non aver ancora trovato il proprio posto fuori da Bo-Kaap. Come fossero nel limbo, come non avessero una definizione precisa per il colore della loro pelle che si trova nel mezzo, non venivano “classificati” precisamente durante l’Apartheid e non lo sono ancora oggi. O almeno questa è la sensazione di alcuni.

Ma Cape Town, in ogni caso, con chiunque si parli, è una città VIVA, in continuo cambiamento. E non ci sono solo i musei da visitare. Bisogna fare shopping, passare le notti a divertirsi, andare in spiaggia e camminare sui monti circostanti. Anche se la si visita per poco tempo, bisogna Vivere tutte le sue sfaccettature.
E non sarà facile non innamorarsene!