Namibia

Il deserto roccioso del Damaraland

Centinaia di chilometri senza incontrare anima viva, bivi che se sbagli strada e non hai abbastanza carburante rimani nel mezzo del deserto per chissà quanto tempo, i cancelli che segnano il passaggio della “red line” dove le guardie sono i primi esseri umani che trovi dopo mezza giornata di viaggio, giraffe che ti osservano mentre mangiano i frutti dei rarissimi alberi.

Red line

Red Line

E poi incisioni rupestri sotto il sole cocente, una foresta pietrificata difficile da identificare e un campeggio senza elettricità e linea telefonica. Questo è il Damaraland che abbiamo vissuto: paesaggi sconfinati, solitudine e un leggerissimo timore costante, perché non sai se e quando arriverai a destinazione, ma è il viaggio ciò che conta davvero.

Deserto 1

A collegare Opuwo con Sesfontein, Palmwag e Twyfelfontein sono quasi 400 chilometri di pista sterrata che comincia a ovest della città e attraversa il deserto in direzione sud. Solo due le svolte: la prima a sinistra, seguendo le indicazioni per Palmwag, e la seconda ancora sinistra, per Twyfelfontein.

Giraffina

Il deserto, che sia di sabbia, ghiaia, roccia o ghiaccio, per me è uno dei paesaggi più affascinanti. Mi ricordo quando da piccola vedevo le diapositive, proiettate sul muro della sala, delle fotografie scattate dal mio papà nei diversi viaggi fatti attraverso il Sahara. E mi piacevano, da impazzire. Il primo deserto che ho visto è stato quello del Perù, che si spinge fino all’oceano Pacifico. Poi, il Sahara, nel suo angolino occidentale, in Marocco. Due deserti sabbiosi, imponenti, che riuscivano solo a farmi pensare a quanto siamo minuscoli e insignificanti rispetto al mondo e quanto il mondo sia magnifico, immenso e in grado di lasciare senza fiato con la sua bellezza. Il deserto roccioso e ghiaioso del Damaraland mi ha dato le stesse emozioni: non riuscivo a smettere di guardarmi intorno, scattare fotografie, catturare con gli occhi la maestosità dell’apparente nulla che mi circondava. Che mi ha circondata per giorni, dato che dopo siamo passati per la Skeleton Coast, un deserto di sale, il sabbioso Namib e l’ancora roccioso Kalahari, anche se visto da lontano. L’ambiente estremo del deserto, dove la vita si nasconde sotto la sabbia e può mostrarsi quando meno te lo aspetti, mi affascina più di molti altri. La lotta per la sopravvivenza è strenua e quotidiana e, quanto non mi piacerebbe perdermi in un qualsiasi deserto del globo, tanto mi piace la sensazione di solitudine e libertà e leggera paura che mi dà attraversarli.

Deserto 2

Nel mezzo del deserto roccioso del Damaraland c’è un’oasi apprezzata e frequentata anche dai turisti dei gruppi organizzati: Twyfelfontein, la “sorgente dubbia”, una delle gallerie di arte rupestre più estese del continente africano. Fino a oggi, sono state identificate oltre 2.500 incisioni: giraffe, leoni ed elefanti, ma anche orme umane e leoni marini. Le raffigurazioni di specie acquatiche hanno fatto pensare che i cacciatori autori delle incisioni abbiano avuto contatti con la costa, lontana circa 100 chilometri. Si suppone che risalgano a 6.000 anni fa, all’inizio dell’età della pietra, e per questo sono ancora più affascinanti, nonostante molti dei disegni siano stati danneggiati o rimossi quando ancora il sito non era protetto ufficialmente, ovvero fino al 1986.

Incisioni

Nell’area ci sono altre tre destinazioni da raggiungere, a pochi chilometri l’una dall’altra: la Foresta pietrificata, lungo la strada principale che porta a Khorixas, e la Burnt mountain e le Organ pipes, alla fine della pista che conduce a Twyfelfontein, proseguendo oltre la deviazione per il sito di incisioni.

La foresta pietrificata è un luogo strano: nel mezzo della prateria, intorno a una collinetta apparentemente priva di qualsiasi interesse, si snoda un sentiero circondato da tronchi d’albero pietrificati. Accompagnati da una guida, si vedono circa 50 alberi, che secondo gli studiosi risalirebbero a circa 260 milioni di anni fa e sarebbero stati portati qui da un’inondazione. Alcuni parzialmente sepolti nell’arenaria e molti perfettamente pietrificati nella silice, con corteccia e anelli, sarebbero gli antenati delle attuali conifere.

Foresta pietrificata

Petrified forest

La “montagna bruciata” è una distesa di scorie vulcaniche, nerissima, che sembra davvero sia stata data alle fiamme. Non cresce praticamente nulla su questa cresta vulcanica lunga 12 chilometri e la si può osservare solo dal basso, senza avvicinarsi. I numerosi escursionisti che ne hanno calpestato il suolo sembra abbiano danneggiato la superficie, sia camminandoci sopra che portando via le pietre, e per questo ne è stato impedito l’accesso.

Burnt mountain

Dal lato opposto della strada rispetto alla Burnt mountain si trovano le Organ pipes: una piccola gola, lunga circa 100 e alta 4 metri, è circondata da colonne di basalto che sembrano delle vere e proprie canne d’organo, che si allungano verso il cielo.

Organ pipes

Informazioni pratiche:

  • La pista si può percorrere con un veicolo a due ruote motrici perché ben tenuta, tuttavia è sempre necessario avere con sé una o più ruote di scorta: i sassi non mancano e sono grandi nemici degli automobilisti. Al contrario di quanto riportato sulla mappa, a Palmwag esiste un distributore di carburante, se è stato rifornito di recente, e non è necessario aggiungere più di un centinaio di chilometri di strada per arrivare a Khorixas per rifornirsi.
  • Per visitare le incisioni bisogna essere accompagnati da una guida, che vi verrà assegnata dopo l’acquisto del biglietto. E’ bene arrivare presto al mattino, così da evitare gli orari di sovraffollamento e riuscire a godersi l’esperienza appieno. Il sito apre all’alba e chiude al tramonto, come la foresta pietrificata.
  • Anche nel caso della foresta pietrificata è necessario acquistare il biglietto d’ingresso e farsi accompagnare da una guida. Essendo un sito poco frequentato, cercate di avere pezzi piccoli e monetine per pagare o sarà difficile che vi diano il resto.
  • L’ingresso alle Organ pipes è libero, mentre la Burnt mountain si può vedere solo dalla strada. Entrambe le formazioni sono indicate con dei cartelli, che nel caso della Burnt mountain indicano anche le regole da rispettare nell’area e i motivi per cui si tratta di un ecosistema tanto fragile.
Namibia

Nelle terre degli Himba

A nord della “red line”, nelle terre degli Himba, si scopre la Namibia più autentica. E’ una vera e propria frontiera quella che divide le regioni settentrionali dal resto del Paese. Conosciuto come “linea rossa”, questo confine di controllo veterinario separa stili di vita e organizzazione sociale e territoriale, distingue proprietari bianchi e neri, animali allevati in libertà, a fini di sussistenza e potenzialmente malati, da bestie cresciute sotto controllo veterinario e per scopi commerciali. La “linea rossasepara in qualche modo il mondo dei colonizzatori e delle grandi fattorie, i cui recinti corrono paralleli alle strade per decine e decine di chilometri senza mai interrompersi, dai villaggi costruiti con terra e paglia che si incontrano, uno dopo l’altro, lungo le arterie del nord. Mucche, galline, buoi, ma anche adulti che si spostano a piedi e bambini che giocano lungo le strade scompaiono come per magia superando la “red line” in direzione sud.

Qui, a nord, si scopre la Namibia che assomiglia maggiormente all’Africa come la vediamo nei documentari o in tutti gli altri stati del continente, meno europea e coloniale, più viva e colorata. Nelle regioni settentrionali, nel corso degli ultimi due secoli, sono state “schiacciate” molte delle popolazioni che tradizionalmente abitavano il Paese, tra cui gli Herero, gli Himba, gli Owambo e i Kavango.

Gruppo

Donne Himba al villaggio

Come visitare un villaggio Himba

La regione di Kunene è abitata da una delle popolazioni più affascinanti e tradizionaliste del Paese: gli Himba, il popolo rosso del Kaokoveld. Appena si arriva nel capoluogo di una delle regioni più difficilmente accessibili della Namibia, le donne di etnia Himba sono subito riconoscibili. Vengono a Opuwo approfittando di mezzi di fortuna o a piedi, camminando per ore, e si avvicinano ai viaggiatori nell’intento di vendergli braccialetti o manufatti artigianali mentre entrano nei negozi o fanno rifornimento di carburante. Gli abiti, il colore ocra della pelle e le capigliature si scontrano con la modernità e lo stile europeo di coloro che abitano in città. Opuwo è la base di partenza per tutti coloro che decidono di visitare un villaggio “tradizionale”, vedere come gli appartenenti al gruppo continuano a vivere anche oggi. Per farlo, è bene chiedere aiuto al locale ufficio turistico, il Kaoko Information Center. Accompagnati da una guida che possa, oltre che darvi delle spiegazioni, anche farvi da traduttore, potrete visitare i villaggi Himba, le comunità Herero e famiglie appartenenti a diverse tribù locali. Per quanto riguarda gli Himba, il centro fa in modo di accompagnare i turisti in villaggi accessibili anche con veicoli a due ruote motrici e a circa mezz’ora di strada dalla città, sempre diversi, così da contribuire al sostentamento di gruppi differenti ogni giorno. Con la guida, si acquistano alimenti da portare in dono, che verranno consegnati al capo villaggio alla fine della visita: farina, grano, pane sono i cibi di cui hanno maggiore necessità.

Capo

La prima persona a cui bisogna presentarsi, chiedendo il benestare per accedere al villaggio, è il capo: un paio di domande su di noi, qualche battuta e la presentazione della propria famiglia sono i presupposti per la visita. Le questioni e la curiosità, da entrambe le parti, sono tante: perché le ragazze sono pettinate in una certa maniera, come possono i miei capelli essere così ricci e come li gestisco, cosa si produce e si mangia da queste parti, quanto lontano si trova il pozzo più prossimo per garantirsi l’approvvigionamento di acqua e così via. Ore intense, in cui, oltre alle bellissime immagini che si riescono a catturare con la macchina fotografica e la videocamera, ci sono i racconti.

Le tradizioni delle tribù Himba

Le bambine, prima di avere il ciclo mestruale, si acconciano con i capelli raccolti in trecce attaccate alla testa, che terminano sulla fronte, in avanti. Una volta diventate donne, il loro modo di pettinarsi cambia: i capelli sono lunghi fino alle spalle, avvolti in rasta e ricoperti di una pasta fatta di ocra, burro di karitè ed erbe, che permette di lavarli molto raramente e mantenerli comunque ordinati. Una volta sposate o dopo aver avuto un figlio, portano sulla testa un copricapo in pelle di pecora. I gioielli, insieme alle acconciature, indicano l’età e lo status sociale della donna.

Bimba

Per detergere la pelle e proteggerla dal sole e dalle punture degli insetti, le donne si spalmano la pasta di ocra e burro ogni mattina su tutto il corpo. Inoltre, preparano degli incensi bruciando erbe aromatiche e resina e lasciano che il fumo le profumi, passandosi il fornelletto in argilla intorno al corpo.

Ai bambini, invece, i capelli vengono sempre rasati, lasciando talvolta un rettangolo di capelli sulla sommità del capo. Una volta sposati, gli uomini indossano copricapi sotto cui i capelli vengono lasciati sciolti.

bimbo

Le bimbe vengono promesse in sposa a ragazzi e bambini della medesima tribù e i matrimoni si celebrano dopo la pubertà. Ciò però impedisce alla maggior parte di loro di costruirsi un futuro lavorativo, lontano dalla tradizione e dal villaggio: all’età di 18 anni, ci sono ragazze che hanno già avuto un paio di figli e la cui routine ruota intorno ai rituali di bellezza, la cucina e il recupero dell’acqua al pozzo, ad alcuni chilometri di distanza, oltre alla mungitura e alla raccolta delle poche erbe che offre la terra. Una vita che molte vorrebbero abbandonare per andare a scuola, studiare e trasferirsi in città, ma è la famiglia a decidere il loro destino, fin da quando il padre sceglie se fargli frequentare oppure no le scuola “mobili” messe a disposizione dal governo, in container situati a metà strada tra più villaggi. In molti casi, come ci ha spiegato il capo villaggio, i genitori preferiscono non lasciare neppure avvicinare i figli alla modernità: tutti coloro che studiano, poi, cambiano stile di vita e perdono il contatto con la tradizione, scappando letteralmente verso una vita, in apparenza, migliore.

Famiglia

Il capo villaggio con la sua famiglia

Il focolare comune si trova al centro di ogni agglomerato ed è il luogo di culto degli antenati, dove il guardiano comunica con loro e con il dio Mukuru ogni sette od otto giorni.

Le abitazioni sono costruite con gli escrementi degli animali e la terra. L’interno è vuoto e il pavimento, in terra, liscio. I giacigli sono pelli di mucca e gli unici oggetti che si trovano nelle capanne sono i bracieri e i contenitori per gli ingredienti usati nei rituali di bellezza mattutini. Sono le donne a occuparsi della manutenzione delle strutture. Il recinto per gli animali è comune a tutto il villaggio e la capanna più sontuosa e ampia è quella del capo. Si trascorre il tempo insieme, all’ombra delle capanne, mentre i bambini giocano e le madri producono gioielli e pezzi di artigianato da vendere ai viaggiatori.

Villaggio

Alla fine del tour, dopo aver assaggiato il porridge fatto con il latte acido e usando lo stesso cucchiaio degli altri, ci siamo ritrovati a fare acquisti: non solo le donne locali ci hanno proposto collane, bracciali, porta incensi e chi più ne ha, più ne metta, ma sono arrivate anche tutte quelle degli agglomerati circostanti. Sedute a terra, in cerchio, in attesa del nostro verdetto su quale manufatto fosse il più bello e quindi quello che ci saremmo portati a casa.

Himb

Epupa Falls, all’estremo confine settentrionale

Oltre a visitare i villaggi Himba, l’altro motivo per cui si raggiunge questa regione lontana da tutto e tutti è la scoperta delle Epupa Falls, le cascate create dal fiume Kunene al confine tra Angola e Namibia. Il loro nome, “Epupa”, in lingua Herero significa “schiuma”. Il fiume che funge da frontiera è largo solo 500 metri nella porzione precedente il primo salto e il paesaggio che lo circonda è magico: le palme si alzano tra la terra rossa e si riconosce la presenza dell’acqua da lontano, non appena si supera l’ultima collina; il silenzio e la quiete sono quasi spettrali, fino a quando non ci si avvicina abbastanza per sentire il rombo dell’acqua che si schianta sulle rocce a quasi 40 metri più in basso; il colore blu del fiume riempie gli occhi e il cuore di meraviglia. Dopo centinaia di chilometri circondati da terra arida, sembra un vero miraggio quest’oasi. Alla fine della stagione secca, il fiume è impetuoso, ma molto più stretto del solito e ci si può avvicinare alle cascate tanto da farsi girare la testa guardando nel burrone.

Epupa Falls

L’acqua cade in una gola profonda e strettissima e prosegue all’interno della faglia. I lodge e i campeggi che hanno sede nell’area organizzano escursioni guidate sia a villaggi Himba della zona che lungo sentieri a lato del fiume per fare birdwatching e osservare la fauna, come i coccodrilli, che sembrano popolare queste acque e per cui è decisamente sconsigliato fare il bagno nel fiume.

Epupa

Kunene River

Vi piacerebbe conoscere da vicino queste tribù, apparentemente tanto lontane nel tempo e nello spazio?
Fatemi sapere nei commenti se avete mai vissuto esperienze di questo tipo e in quale parte di mondo!

Se ti sei perso la precedente avventura sulle strade della Namibia, clicca qui!

 

Informazioni pratiche:

  • Il Kaoko Information Center si trova lungo la C41, all’ingresso della città di Opuwo se si arriva da sud, all’interno di un edificio giallo. Solitamente è aperto dalle 8 alle 18 e, se non vedete nessuno, non esitate a chiamare a gran voce: qualcuno, se è aperto il cancello d’ingresso, arriverà.
  • In città, sono molte le strutture in cui si può pernottare, dagli esclusivi lodge sulla cima delle colline circostanti Opuwo e che hanno anche aree per il campeggio, ai guest house più spartani e a buon mercato del centro. I luoghi dove mangiare, invece, sono molto più difficili da identificare: conviene cenare al ristorante dell’hotel, se se ne ha la possibilità, o fermarsi, non più tardi delle 19, all’ingresso della cittadina lungo la C41, dove è presente qualche punto di ristoro.
  • La strada che conduce alle Epupa Falls è sterrata, ma percorribile anche con veicoli a due ruote motrici. I sassi bucano le gomme con facilità, quindi è bene avere con sé almeno una ruota di scorta. Non è pensabile raggiungere le cascate e tornare in giornata a Opuwo dato il tempo necessario per arrivare al confine, quindi bisogna contare di trascorrere almeno una notte qui e partire comunque la mattina presto dalla città in direzione nord. I chilometri sono tanti e solo a metà c’è un’area abitata non segnata sulle mappe, dove si può trovare qualcosa da mangiare, dell’acqua e, al bisogno, un gommista e dei venditori abusivi di carburante.
  • A Epupa Falls, invece, le strutture ricettive sono poche e la scelta migliore, se non si vuole spendere tanto, è il campeggio. Difficile cenare, quindi meglio portarsi provviste: se si arriva dopo l’orario del pranzo, all’Epupa Camp non si può più prenotare la cena al ristorante e bisogna arrangiarsi con ciò che si ha. Questo camping è però un’ottima scelta sotto tutti i punti di vista: piazzola a lato del fiume, palme che proteggono dal sole, piscina e bagni molto puliti, una terrazza-bar che si affaccia a sbalzo sulle cascate. Un’esperienza davvero soddisfacente.

Epupa Camp

Namibia

Caprivi Strip: la rinascita di una regione contesa

La Caprivi Strip. Tra l’Angola e il Botswana, una sottilissima striscia di terra appartenente alla Namibia si allunga fino a raggiungere il punto in cui il fiume Kwando, che segna il confine con il Botswana, si getta nello Zambezi, che la separa dall’Angola, a pochi chilometri dal confine con lo Zimbabwe. Una lingua di territorio lunga 450 chilometri e spessa solo 30, insanguinata per tutta la seconda metà degli anni Novanta dallo scontro tra il governo namibiano e i separatisti della Caprivi Liberation Army. Dopo  anni di atrocità, distruzione delle sue ricchezze naturali e bracconaggio, gli animali stanno tornando a popolare i parchi del Caprivi, insieme a qualche turista. Noi l’abbiamo percorsa da est a ovest, attraversando i parchi naturali ancora poco frequentati dagli stranieri e tagliati dalla statale B8, che collega Katima Mulilo a Rundu.

Botswana

Un viaggio in autobus durato un’intera giornata ci ha portati da Victoria Falls a Katima, attraverso la regione settentrionale del Botswana. Più di otto ore, tra controlli sanitari, disinfezione delle suole delle scarpe e acquisizione di impronte digitali a ogni confine.

Caprivi strip, la porta della Namibia nel cuore del continente

Katima Mulilo è la prima città che si incontra entrando in Namibia dal Botswana settentrionale: un avamposto di circa 30.000 abitanti, la città più lontana dalla capitale Windhoek. Qui è dove abbiamo ritirato la nostra auto a noleggio, una piccola Toyota Etios che ci ha accompagnati fino a Cape Town. Lungo la strada principale di Katima, si possono acquistare generi di prima necessità e il carburante necessario per proseguire fino a Rundu. Dopo le 18, gli unici luoghi per mangiare qualcosa sono i negozi dei distributori di benzina o i fast food annessi. Impossibile però pagare in dollari o con carta di credito straniera: essendo riusciti a cambiare circa 5 dollari in moneta locale grazie alla gentilezza della gerente della guest-house dove abbiamo alloggiato, siamo riusciti ad acquistare da bere e qualche snack per dormire a pancia piena.

Riposati e rifocillati, la mattina del nostro primo giorno in Namibia siamo partiti in direzione ovest. Nel giro di pochi chilometri, ci stiamo ritrovati da soli lungo la statale B8, un parco nazionale dietro l’altro, tra elefanti che ci hanno attraversato la strada e villaggi di capanne apparentemente disabitati.

Villaggi

Le nuvole di sabbia sollevate dai branchi di pachidermi, la boscaglia secca ai lati della strada e i rari alberi verdi, sinonimo di acqua nel sottosuolo, sono uno spettacolo che rivedo davanti a me chiudendo gli occhi. Seguiamo la C49 e poi la B8, attraversando il Wuparo Conservancy ed entrando nel Mudumu National Park, una delle aree più ricche di fauna fino agli anni Ottanta, quando divenne una concessione di caccia non ufficiale e gli animali furono decimati.

Conoscere i Kaprivian al villaggio di Lizauli

All’interno del parco di può visitare il bellissimo villaggio-museo di Lizauli, fondato a poca distanza dall’abitato per far conoscere ai viaggiatori gli stili di vita tradizionali del Caprivi. Le guide locali forniscono informazioni sull’alimentazione, i metodi di pesca, caccia e allevamento, l’organizzazione sociale e politica dei villaggi, l’artigianato, la medicina tradizionale, i giochi e la musica. E’ stata l’occasione perfetta per toccare con mano le usanze di una delle tante tribù namibiane, dagli stili di vita estremamente diversi l’una dall’altra.

Villaggi 2

I Kaprivian sono circa 80.000, divisi in cinque tribù: i Lozi, i Mafwe, i Subia, gli Yei e i Mbukushu. Agricoltura di sussistenza, pesca e allevamento di bestiame ne garantiscono la sopravvivenza. La lingua franca di questi popoli è un idioma derivato dal lozi, tribù che controllava tutta l’area fino al XIX secolo. Grazie proprio alla visita guidata al museo abbiamo scoperto che per allontanare gli animali feroci utilizzano una frusta che, picchiata a terra, produce un suono simile ad uno sparo. Una sorta di slitta in legno trainata da buoi è usata per i trasporti, mentre per proteggere il cibo conservato in ampie ceste costruiscono trappole per topi con la terra dei termitai e per difendere i polli dai predatori, durante la notte, li chiudono in piccole gabbie rialzate. La calabash, in italiano “zucca a fiasco”, è il recipiente usato per il trasporto dell’acqua e per la conservazione del latte, che al suo interno è fatto diventare acido, per poi impiegarlo nella preparazione del porridge. La musica dello xilofono è tipica delle grandi festività, quando tutto il villaggio partecipa alle celebrazioni e si cucinano cibi in grande quantità. Si mescola ai canti e al suono prodotto dalle gonne fatte in legno delle danzatrici.

Danza

Parte del progetto del museo è anche la vendita di prodotti artigianali, i cui proventi contribuiscono al sostentamento della comunità e alla tutela della fauna contro il bracconaggio, una piaga che ha afflitto (e ancora oggi continua) tutti i parchi della regione.

La Mahango Game Reserve e le Popa Falls: il paradiso

E’ solo dopo il cessate il fuoco del 2002 che il Bwabwata è stato dichiarato parco nazionale e i bracconieri non hanno più potuto sfruttare liberamente le risorse di quest’area. La Mahango Game Reserve, una riserva naturale che occupa solo 25 chilometri quadrati di superficie, è un paradiso per gli amanti della savana e degli animali. Senza la necessità di disporre di un fuoristrada, la si può visitare con calma in mezza giornata: il Circular Drive Loop è lungo 20 chilometri e permette di osservare facilmente la ricchissima fauna selvatica.

Nei pressi di Bagani il fiume Okavango forma una serie di piccole cascate: le Popa Falls, poco più che delle rapide, soprattutto dopo aver assistito allo spettacolo delle Victoria Falls. Un’occasione però per avvistare i coccodrilli che popolano le acque del fiume.

Popa Falls

La notte trascorsa sulle sponde dell’Okavango è stata una delle più particolari e allo stesso tempo stancanti che abbia vissuto. Le piazzole del Ngepi Camp si trovano proprio sulle sponde del fiume, pochi metri più in alto di dove sguazzano gli ippopotami. Si è immersi nel bush, i bagni sono all’aria aperta e alle 22 l’elettricità smette di esistere anche nella zona del bar. Ci si riconcilia con i suoni della natura, che tra barriti di elefanti e ruggiti di ippopotami è riuscita anche a farmi temere per qualche ora (esagerando, se ci ripenso) che avremmo potuto morire schiacciati dai pachidermi e nessuno l’avrebbe saputo per molto tempo, dato che anche le comunicazioni sono state pressoché impossibile nei giorni trascorsi nel Kaprivi.

Ma, a ripensarci, è stata un’esperienza preziosa, forse sarà l’unica della mia vita. Svegliarsi all’alba con il canto degli uccelli (anche i grandi animali a una certa ora erano andati a dormire e mi avevano lasciata assopire) e vedere il fiume Okavango, non ha prezzo!

Welcome to paradise

Vi è mai successo di ripensare a qualche luogo, che magari vi ha inizialmente intimorito, e poi considerarlo un paradiso? Raccontatemelo nei commenti!

Informazioni pratiche:

  • I parchi e le riserve sono generalmente aperte dall’alba al tramonto. All’ingresso e all’uscita, è necessario registrare i propri dati e pagare una piccola somma di denaro.
  • Il villaggio-museo di Lizauli non ha orari fissi. Per raggiungerlo, però, si passa davanti all’abitato: quando le guide vedono sopraggiungere dei viaggiatori, arrivano letteralmente di corsa ad accogliervi. Il prezzo dell’ingresso è pari a 40 NAD e i prodotti artigianali in vendita sono splendidi, anche se leggermente più cari che in altre aree, ma sono con certezza costruiti al villaggio e non importati. Inoltre, trovare altri negozi dove acquistare i manufatti tipici del Caprivi è molto difficile: lasciando la regione anche l’artigianato cambia foggia e di villaggi dove “fare shopping” non ce ne sono lungo la strada.
  • Per raggiungere le Popa Falls è necessario accedere al Popa Falls Resort e pagare il biglietto d’ingresso.
  • Oltre al fantastico Ngepi Camp dove abbiamo pernottato, sulle sponde del fiume ce ne sono una decina tra cui scegliere, compresi lodge di lusso.
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Una domenica a Firenze: si può fare

Una domenica a Firenze? Affollata è sicuramente il primo aggettivo a cui si può pensare. Code (infinite), il primo sostantivo che gli si può associare. Una domenica, nel mezzo delle vacanze natalizie e oltretutto la prima del mese, quando gli ingressi ai musei statali sono gratuiti per tutti i visitatori. Apparentemente una follia, visitare una delle città più belle d’Italia con questi presupposti, eppure si può fare.

In una sola giornata è impensabile vedere tutto ciò che di più bello ha da offrire la patria del maggior poeta italiano, ma si può avere un assaggio delle sue magnificenze.

Ponte vecchio

La vista su Ponte Vecchio dagli Uffizi

Che cosa si può vedere in una domenica a Firenze?

Gallerie degli Uffizi

Tra i musei più noti e amati della penisola, gli Uffizi sono una delle gallerie d’arte più antiche del mondo. Il palazzo che li ospita, a metà strada tra Palazzo Vecchio e l’Arno, fu costruito tra il 1559 e il 1574 per volontà di Cosimo I e il progetto fu affidato a Giorgio Vasari, architetto, pittore e storiografo dell’epoca. Inizialmente, ospitava i “pubblici uffici”, motivo per cui è detta galleria “degli Uffizi”, ma già nel 1581 Francesco I, figlio di Cosimo, adibì la loggia dell’ultimo piano a galleria personale, che divenne presto visitabile su richiesta. Qui sono oggi esposte alcune tra le maggiori opere dei pittori del Quattrocento e la collezione di statuaria antica, iniziata da Lorenzo il Magnifico. Piccola rispetto ai Musei Vaticani di Roma o al Louvre di Parigi, la Galleria delle statue e delle pitture è un gioiellino in cui si devono trascorrere almeno un paio d’ore per apprezzarne i capolavori più noti.

Uffizi

Il Doppio ritratto dei duchi di Urbino di Piero della Francesca, la Primavera e La nascita di Venere di Sandro Botticelli, la Sacra Famiglia di Michelangelo, la Venere di Urbino di Tiziano, lo Scudo con testa di Medusa e Bacco di Caravaggio, sono solo alcuni tra i dipinti più famosi, davanti a cui si assiepano i visitatori. Le famose sculture di epoca ellenistica quali Amore e Psiche, l’Ermafrodito dormiente e lo Spinario sono una minima parte dell’ampia collezione che si può vedere nei corridoi e nelle sale del museo. Anche senza essere appassionati d’arte, visitare gli Uffizi è una tappa obbligata mentre si è a Firenze, anche solo per le magnifiche viste che si hanno sull’Arno e Ponte Vecchio e su piazza della Signoria e Palazzo Vecchio.

Uffizi 2

Del polo museale fanno parte anche le collezioni di Palazzo Pitti, dove sono custoditi soprattutto capolavori del ‘500, tra cui le maggiori opere di Tiziano e Raffaello.

Palazzo Vecchio

Affacciato su piazza della Signoria, venne costruito a partire dal 1299 su progetto di Arnolfo di Cambio. Chiamato inizialmente “Palazzo dei Priori”, divenne successivamente “Palazzo della Signoria” e “Palazzo ducale”. Nel 1565, infine, fu denominato “Palazzo Vecchio”, quando la corte del duca Cosimo I de’ Medici venne trasferita nel “nuovo” Palazzo Pitti. Nel periodo in cui Firenze fu capitale d’Italia, dal 1865 al 1871, era sede del Parlamento del Regno d’Italia. Oggi ospita gli uffici del Comune e un museo, grazie a cui si visitano le splendide sale decorate da artisti del calibro di Vasari e si ripercorrono la storia della città e della famiglia Medici.

Palazzo vecchio (2)

Nel cortile porticato attraverso cui si accede alla biglietteria, le colonne sono decorate a stucco e le pareti sono ornate da affreschi raffiguranti i possedimenti di casa d’Austria. Le volte sono arricchite da decorazioni grottesche molto suggestive.

La visita al museo comincia nel Salone del Cinquecento, dove sono narrati episodi della storia di Firenze attraverso i dipinti del soffitto e delle pareti. Le sale dei Quartieri monumentali, al primo piano, celebrano la famiglia Medici e prendono il nome dai singoli rappresentanti. Al piano superiore, corrispondenti esatti delle sale sottostanti, sono gli ambienti del Quartiere degli Elementi, una serie di sale dedicate agli elementi naturali e alle divinità pagane, che vogliono celebrare le virtù di ciascun appartenente alla casata dei Medici, avvicinandolo ad un essere divino e alle sue vicende.

Palazzo vecchio

Salone del Cinquecento

Palazzo vecchio 3

L’acqua, rappresentata nel Quartiere degli Elementi

Tra storia di Firenze, celebrazione dei Medici e arte, la visita di Palazzo Vecchio è imperdibile. Affacciata su piazza della Signoria, la Loggia dei Lanzi fu eretta per ospitare al coperto le cerimonie pubbliche e oggi ospita sculture età romana e i capolavori Perseo di Benvenuto Cellini, il Ratto delle Sabine e Ercole e il centauro Nesso di Giambologna. Nella piazza si trovano anche la Fontana di Nettuno di Bartolomeo Ammaniti, realizzata tra il 1563  il 1575, e la statua equestre di Cosimo I de’ Medici, opera del Giambologna.

Cappelle Medicee

Sacrario e mausoleo della famiglia Medici, le Cappelle Medicee sono parte della chiesa di San Lorenzo, edificata in stile romanico verso il 1000 e ricostruita da Filippo Brunelleschi nel Quattrocento. La Cappella dei Principi ospita i sarcofagi dei sei granduchi medicei ed è decorata da intarsi di pietre dure a livello delle pareti e una spettacolare cupola affrescata con storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, opera di Pietro Benvenuti.

Cappelle Medici

E’ la Sacrestia Nuova, celeberrima per le opere scultoree realizzate da Michelangelo, ad ospitare i resti di Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano de’ Medici.

Basilica di Santa Croce

La basilica dell’ordine francescano venne completata nel XIV secolo ed è considerata un capolavoro del gotico fiorentino, attribuita all’architetto Arnolfo di Cambio. La facciata risale all’Ottocento, come il campanile. Ma sono gli interni a lasciare davvero senza fiato: affreschi di Giotto e Agnolo Gaddi decorano le cappelle, lungo le navate, i monumenti funebri ricordano le più grandi menti italiane. Da Ugo Foscolo a Galileo Galilei a Michelangelo Buonarroti, Santa Croce è il pantheon in cui sono sepolti o ricordati celebri personaggi dell’arte, della letteratura e della chiesa.

Santa Croce interno

E’ sulla piazza di Santa Croce che campeggia la statua di Dante scolpita da Enrico Pazzi in occasione del seicentenario della sua nascita. Qui è anche dove, oggi anno a giugno, si svolgono le partite di calcio storico fiorentino, una disciplina risalente al XV secolo di cui gli atleti fanno rivivere l’emozione a turisti e abitanti.

Santa Croce

E poi piazza della Repubblica, dove in epoca romana sorgeva il foro e nel medioevo il mercato vecchio, con botteghe, casupole e magazzini cancellati dal Comune dopo un’epidemia di colera nell’Ottocento. Ponte Vecchio, il più antico ponte di Firenze, sfavillante per le luci che lo decorano nel periodo natalizio e per i gioielli che brillano dalle vetrine degli orafi che occupano i suoi edifici da più di 400 anni. La Loggia del mercato nuovo, un tempo centro del commercio della seta e dell’oro, con la fontana detta “del Porcellino”, opera seicentesca di Pietro Tacca, replica di un’antica statua di cinghiale conservata agli Uffizi. La piazza di Santa Maria del Fiore, il Duomo, con il battistero, il campanile di Giotto e la splendida cupola del Brunelleschi, da visitare se si hanno più giorni a disposizione insieme a tutte le altre attrattive della città, tra cui sicuramente la Galleria dell’Accademia, con l’originale statua del David di Michelangelo e Palazzo Pitti, con i suoi musei e lo splendido Giardino di Boboli.

Firenze è una città semplice da visitare a piedi, un concentrato di arte e storia spettacolareDedicargli solo un giorno è un peccato, ma sicuramente si può fare molto, sapendo che presto si dovrà ritornare per visitare ciò che si è stati costretti (temporaneamente) a tralasciare. Grazie ai treni ad alta velocità, meno di due ore la separano da Milano e Roma e la stazione di Santa Maria Novella si trova a pochi passi dalla piazza del Duomo, il modo più comodo per raggiungere il capoluogo della Toscana.

Santa Maria del Fiore

Duomo di Santa Maria del Fiore

Siete mai stati a Firenze? Avete dei suggerimenti per la mia prossima fuga fiorentina? Io, personalmente, non vedo l’ora di tornarci! Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti!

Namibia

On the road in Namibia

Esattamente un anno fa, il 15 ottobre 2018, atterravamo a Victoria Falls, in Zimbabwe. Il programma prevedeva un mese di viaggio on the road in Namibia e un aereo in partenza per l’Italia da Cape Town, Sudafrica, il 15 novembre. Finalmente si tornava in Africa! Ma, soprattutto, otto anni dopo tornavo nella mia città del cuore: Cape Town.

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In questo mese di viaggio abbiamo visto paesaggi mozzafiato e guidato la nostra piccola utilitaria per la maggior parte del tempo su strade sterrate, siamo passati dalla natura rigogliosa nei pressi dei fiumi di confine alle dune del Namib che si tuffano nell’Oceano Atlantico. Ho assaggiato il classico pasto Himba e mi sono sentita toccare i capelli dalle mani di ragazze molto più giovani di me, ma madri almeno due volte. Ci siamo riempiti occhi e cuore vedendo incisioni rupestri a Twyfelfontein e costruzioni di epoca coloniale che fanno sembrare Luderitz una piccola città bavarese sulle coste del continente africano, ci siamo goduti i tramonti sul mare e le spettacolari albe che si ammirano dalla cima delle dune di Sossusvlei.

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Luderitz

Abbiamo incontrato animali di ogni forma e dimensione, dagli elefanti ai cuccioli di dik-dik, dalle otarie alle balene. Abbiamo trascorso notti in campeggio nel fango dopo un temporale e in alberghi dove i bagni non avevano la porta, abbiamo cenato con carne squisita e alcune sere siamo rimasti senza cena perché i ristoranti non ci sono lontano dalle città e al di fuori dei lodge di lusso. Abbiamo seguito strade deserte e strade di sale nel deserto, la sabbia ci è entrata in ogni dove e abbiamo ammirato paesaggi sconfinati, marziani.

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La Namibia è quell’Africa che “non è la vera Africa” perché abbastanza sicura e ricca, rispetto agli altri Paesi del continente, ma rimane tale per i colori, gli odori, gli scorci perfetti per scattare una fotografia con cui non si riesce a catturare neanche un decimo di tutta l’immensità che ti circonda e ti toglie il fiato. Un Paese affascinante, soprattutto se lo si attraversa da soli, via terra e senza spendere centinaia di euro per dormire una sola notte in lodge 5 stelle dal falso sapore africano e dall’autentico profumo colonialista.

Una nazione dalla storia tormentata e sanguinosa, indipendente solo dal 1990, con un sottosuolo ricchissimo di materie prime. Un territorio di 825.418 kmq e solo 2.703.782 abitanti.

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Cape Point

32 i giorni.

6659 i chilometri totali percorsi con un’utilitaria.

2 le gomme forate (e riparate) e non so più quanti i giorni senza connessione internet.

1 la serata trascorsa in ospedale con il terrore di aver preso la malaria.

4 gli Stati attraversati via terra: Zimbabwe, Botswana, Namibia e Sudafrica.

Se siete curiosi di scoprire come è stato queste viaggio, leggete i prossimi articoli. Visiterete con me, passo dopo passo, dal confine nord a quello meridionale, la Namibia. Un’avventura ai confini del mondo, alla ricerca dei luoghi più insoliti e le soste fuori programma, con la speranza di incuriosirvi tanto da pensare di volare in Africa. E non dimenticatevi di scrivermi tutte le vostre domande e curiosità nei commenti! Stay tuned!

Diari di viaggio · Grecia

Oltre le montagne

Il venticello è fresco e le nuvole coprono il sole. Le spiagge sono vuote, ci sono solo ombrelloni piantati e lettini, ma niente persone. Dopo Sitia ci si lascia alle spalle la superstrada e si comincia a fare su e giù tra le montagne, ogni tanto si intravede il mare in lontananza, mentre si è circondati dal verde scuro degli arbusti. Come una porta per l’est, Sitia in questo periodo è silenziosa.

Sitia

Sitia

I ristoranti sono chiusi e si sente il rumore dell’acqua che scivola dolcemente contro il molo. Le barche si lasciano cullare dalle onde lente sullo sfondo di case bianche che si inerpicano sulla collina.

Le strade cominciano ad essere più strette e qualche volta tortuose. La spiaggia di Vái sembra nascere da un palmeto naturale, che lascia spazio alla sabbia solo negli ultimi metri e che bisogna attraversare per raggiungere il mare. Poco più a nord, Itanós è sorvegliata dalle vestigia di un’antica cittadina sopravvissuta fino all’epoca bizantina. Il mare è sempre cristallino, nonostante il cielo grigio.

Itanos

Itanós

Come una fortezza solitaria, emerge dal verde il Monastero di Toploú. Color miele, con le poderose mura di difesa, è stato un importante centro della Resistenza cretese nel corso del secondo conflitto mondiale.

Káto Zákros è uno dei quattro maggiori palazzi di epoca minoica. Con la stessa organizzazione architettonica degli altri, pare che qui si vivesse di commercio con l’Oriente più che di agricoltura. È l’unico ad affacciarsi ancora sul mare, in una baia rilassante e con tanti papaveri rossi che ne colorano i muri in rovina.

Lungo la strada che percorre la costa sud è tutto un sali e scendi, tra montagne brulle e baie assediate da case di vacanza. Ierápetra pare sia la città più meridionale dell’intero continente europeo, con il suo piccolo centro storico e la fortezza veneziana.

Ierapetra

Ierápetra

Gortina e Festo sono poco lontani l’uno dall’altro, ma non potrebbero essere più diversi.

La prima era la capitale della Creta romana, dove vennero scolpite le famose leggi del 480 a.C. Oggi si vedono alle spalle dell’odeon: 17000 caratteri che si leggono sia da destra a sinistra che viceversa, secondo il sistema bustrofedico. Regolavano questioni relative alla libertà individuale, alla proprietà e all’eredità.

Gortina, Odeon

Gortina

I templi dedicati a Iside e Sarapide, quello di Apollo e una basilica cristiana del V secolo, costruita dove subì il martirio San Tito, completano il quadro insieme al pretorio, centro amministrativo e residenza del governatore.

Festo invece è molto più antica. I primi edifici del magnifico palazzo minoico risalgono al 2000-1650 a.C. e pare siano stati fondati da Radamanto. Domina a perdita d’occhio il territorio circostante, dall’alto. Nel silenzio, con la luce morbida del tramonto che accarezza le antiche pietre rendendole quasi color pesca, è ancor più suggestivo.

Festo

Festo 1

Festo

Mátala è più bella la sera, circondata dal buio. È luci colorate, bar e musica con vista sul mar Libico e onde come sottofondo. Tutta alberghi e negozi che vendono accessori da spiaggia, si trova così vicino a Festo che i vacanzieri durante l’estate invadono volentieri il sito archeologico.

Matala

Mátala

Per essere soli è sufficiente spostarsi di un paio di chilometri: Agía Triáda è un magnifico sito archeologico solitario, sul  versante opposto della stessa collina rispetto a Festo. Piccolo, i resti del palazzo e del villaggio sono cospicui. I muri reali sono ancora in parte rivestiti di alabastro.

A Préveli c’è un monastero circondato dal verde da cui si domina l’azzurro del mare. E in cui si fa fatica a parlarsi, visto il vento che soffia. Anche questo è stato un centro della Resistenza cretese contro turchi e tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Sembra che oltre le porte in legno scuro orlate da piante rampicanti vivano ancora dei monaci.

Anche Frankokástelo controlla il mare, affacciandosi direttamente sulla spiaggia e le onde. Costruito con mattoni color sabbia chiara dai Veneziani nel 1371 per difendersi dai pirati e dai turchi, si può salire sulla sommità del mastio e passeggiare tra i papaveri all’interno delle sue mura.

Frankokastelo

Frankokástelo

Nel pomeriggio torniamo a Chaniá tra le nuvole e, appena iniziamo a vedere il Mar di Creta, ci avvolge la luce del sole. È già ora di tornare casa.

Creta · Diari di viaggio · Grecia

I polpi di Mochlos

Le isole greche e i polpi appesi al sole: un binomio quasi inscindibile.

Mohlos

Lungo la costa nord dell’isola, in un piccolo paesino a pochi chilometri dalla strada principale. Invisibile dall’alto, bellissimo da vicino. Blu e bianco, con i ristoranti affacciati sul mare. Una sottile striscia di Mar di Creta separa Mochlos dall’isolotto, punteggiato da antichi resti minoici.

 

 

Diari di viaggio · Grecia

Chania

Chania, centro storico

Chania

Il centro storico più bello dell’isola. Il porto veneziano è racchiuso da piccoli edifici colorati. La passeggiata fino al faro mostra uno scorcio mozzafiato a qualsiasi ora del giorno e della notte. 🌞

Perdersi tra i vicoli di Chania è proprio come vagare tra le calle veneziane e gli stretti passaggi delle medine marocchine.
Su e giù, tra insegne di bed&breakfast, grandi portoni e fiori. 🌸

✈🌍💙

Diari di viaggio

Un viaggio dopo l’altro…

Quando sono tornata da Creta 🌊 ho promesso che ne avrei scritto al più presto.
Ma nel giro di pochi giorni mi sono ritrovata a Roma, Parigi, Amsterdam e Londra, fino a raggiungere il magico mondo di Harry Potter  Il tutto intervallato da qualche giorno in Liguria e lezioni nel cuore di Milano e coronato con un ritorno a casa traumatico, catapultata nel mondo dei libri da studiare per gli esami che affollano il mio mese di giugno. ⏳📚🙅

Non ho mantenuto la promessa, ma presto lo farò!  Almeno prima di partire di nuovo, tra poco meno di un mese. 🌏🗻
Nel frattempo… vi lascio qualche foto 📷 delle mie peregrinazioni tra le capitali europee! 💙

Questa è Chania, con il nostro primo tramonto cretese. 🌞

Chania

Chania

Italia · Liguria

Primavera al sapore di mare

I colori. Sono sempre i colori a catturare la mia attenzione e a darmi un senso di pace. Il vociare dei visitatori non è in grado di distrarmi dal senso di tranquillità che le case con le facciate pastello e il sottofondo dell’acqua del mare in movimento mi concedono. I vicoli stretti dei borghi, le scalinate che scendono al mare, gli scorci che si aprono dietro gli angoli, che non ti aspetti, tutti da fotografare.

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Il mare in primavera è forse il migliore che ci sia. L’estate è nell’aria, ma non c’è ancora la folla che fugge in vacanza a trasformare le terre liguri in una Milano trasferita un po’ più a sud. Il sole è alto nel cielo, ma si riesce comunque a non scottarsi, anche senza crema solare. La luce per le foto è quasi sempre perfetta. E anche solo il pesce fresco vale il viaggio.

Un weekend organizzato all’improvviso, per saziare la fame altrettanto improvvisa di mare, cielo blu e vacanza.

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Porto Venere sul lungomare e nelle viette del borgo è un susseguirsi di ristoranti e piccoli negozi di souvenir. Tavolini fuori, barche pitturate di fresco e il rumore degli acchiappasogni in vendita, fatti con le conchiglie. Superate le case colorate, ci si trova tra le mura della postazione difensiva, sopra lo sperone di roccia che si allunga verso l’isola Palmaria. Montale ne cita la chiesa, le cui vestigia originarie risalgono al V secolo, nella poesia dedicata all’amata Porto Venere.

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Porto Venere

Anche Lord Byron si lasciò ispirare dal paesaggio che si apre attraverso la roccia della costa, la quale si estende, alta e frastagliata, verso Riomaggiore e Manarola.
Lo sguardo si perde nel blu del Mediterraneo e del cielo dall’alto delle mura.

Manarola la bella sembra fiorisca dalla roccia, con i suoi colori. Il verde delle piante, le facciate vivaci, tutte diverse, accostate in maniera apparentemente casuale, ma armoniosa. La roccia grigia che affiora dal mare e dà vita al borgo.

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Manarola

Si passeggia fino ad un piccolo paradiso fiorito, il giardino curato da volontari manarolesi da cui si ha una vista stupenda sul paese. All’inizio le barche portate in secca, parcheggiate, ci accompagnano. Nel mare, in basso, ci sono tanti impavidi che fanno il bagno.

Riomaggiore penso abbia conquistato la prima posizione, nella mia classifica di quale sia la più bella Terra delle famose Cinque. Forse sono state le barche impilate tra cui bisogna passare per raggiungere l’acqua, forse che lo sbocco al mare è il più stretto e quindi il più suggestivo, ai miei occhi.

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Sono rimasta con la bocca aperta, in un enorme sorriso. Anche solo a ripensarci, mi dà un senso di pura felicità!

La via principale, che porta dal parcheggio alla stazione, è molto più ampia di quelle delle altre Terre. Poi si entra in un passaggio stretto, angusto, solo pedonale, se si vuole raggiungere il mare. E quando si esce dal buio del tunnel, un’intera tavolozza di colori brillati e variegati attira lo sguardo in ogni direzione!

Camminare reprimendo il desiderio di girarsi ad ogni passo per non perdere di vista i colori delle case è difficile. Ma lo sforzo è ripagato dalla bellissima visione d’insieme, che si coglie dopo pochi passi fatti seguendo la via che conduce sulla punta dello sperone roccioso che si allunga tra le onde.

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Riomaggiore