Italia

Vacanze Romane

Non sono la donna dei colpi di fulmine, non lo sono mai stata. Le persone che mi conoscono bene possono confermarlo. Io pondero, pure troppo a volte. Che si parli di amore per un uomo, un paese o un libro, poco cambia.

E Roma ci ha messo anni a convincermi che il nostro fosse amore.

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Trastevere

Lei ha fatto la sua parte: eterna, sempre pronta ad accogliermi.
Io ho fatto la mia: ci ho provato e riprovato, fino a che quest’anno posso dire che il cuore mi si riempie di gioia a nominarla, che i miei occhi brillano quando ne parlo o semplicemente la penso, che vorrei passare almeno una parte della mia vita in sua compagnia, senza doverla lasciare dopo qualche giorno di vacanza.

È amore. Puro amore. E le persone che le altre volte sono riuscite ad non farmela piacere così tanto, questa volta non si sono fatte vedere (quasi completamente). Solo dolci giovani, dalla barba nera e il sorriso amabile. Una zia bionda con l’accento romano. Qualche venditore ambulante che ai miei “No, grazie” ha risposto con un bel “Grazie a te, buona giornata”.

Un sogno italiano alla Liz Gilbert che mi ha colta di sorpresa. E forse ancora più prezioso, per rendermi conto di quanto sia cambiata io, i miei occhi e il modo in cui guardo il mondo. Ma soprattutto quanto una buona dose di fastidio possa trasformarsi in amore.

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Trastevere

Nonostante i turisti, i romani cafoni e il caos invivibile… That’s Amore.

DAY 1

Dopo due lunghe ore di aria condizionata sul Freccia Rossa, arrivo alla stazione di Termini. Sbaglio bus, ma alla fine raggiungo Trastevere. La mia amica ha già trovato il ristorante perfetto per la cena: Buff.

Mangiamo un risotto da far trasecolare e tonnarelli cacio e pepe buonissimi, accompagnati da due calici di vino. Come dessert, ricottine dolci con visciole e mandorle tostate. Fantastico!

Passeggiamo per Trastevere, ci fermiamo in un bar e torniamo a casa a riposare abbastanza presto.

BUFF
Via San Francesco a Ripa, 141/B
Trastevere, Roma
Tel. 06 5819667
info@ilbuff.com
ilbuff.com

DAY 2

Città del Vaticano.

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Decidiamo che è meglio visitare il Vaticano oggi, di venerdì. Durante il weekend Piazza San Pietro sarà ancor più affollata…

Passeggiamo attraverso tutta Trastevere, fino a raggiungere il famoso Cupolone. I vicoli sono bellissimi, romantici. Soprattutto quelli attraversati dai rampicanti. Vediamo la bella Villa Farnesina dall’esterno, con il suo giardino e le piante di limone, la facciata bianca e luminosa.

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Villa Farnesina

Arriviamo a Piazza San Pietro, che pullula di pellegrini arrivati qui per il Giubileo.

Sinceramente, reputo un grande spreco di risorse tutti questi volontari che hanno il compito di indicare quale sia la strada giusta per raggiungere la Porta Santa… Con tutte le persone che hanno bisogno di aiuto, anche a pochi passi da qui, è davvero follia!

Dopo quasi due ore di coda, entriamo ai Musei Vaticani. È la terza volta che li visito: si sa, non c’è due senza tre! Ma per un po’, per quanto mi possano piacere, eviterei di tornarci per qualche anno.

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Lo Scalone, a doppia spirale elicoidale di G. Momo

La Cappella Sistina è sovraffollata, come sempre. Non riesco a distogliere lo sguardo dal Giudizio Universale. La volta affrescata è spettacolare, ma così lontana che lo sguardo vola di continuo in altre direzioni. Amo il blu dei lapislazzuli e quando lo osservo è come se tutto diventasse silenzioso e gli affreschi mi avvolgessero. I colori sono vivi, stupendi! Camminando con il naso all’insù, sento il pavimento irregolare sotto le suole delle scarpe. Sugli affreschi delle pareti il color oro brilla. Sono stupendi, ma è come fossero oscurati dal Giudizio Universale e dai dipinti della volta.

Le sculture del Cortile Ottagono sono le mie preferite e il corridoio del Museo Chiaramonti mi fa tornare indietro di dieci anni, al liceo e ai busti antichi, i ritratti dei filosofi e degli imperatori.

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Arno

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Laocoonte

La galleria delle Carte Geografiche venne allestita nel Cinquecento e, vista la mia passione per il viaggio, è uno dei miei luoghi preferiti all’interno dell’immenso complesso museale. 40 carte poco più grandi di 3 x 4 m, dipinte sulle pareti destra e sinistra divise come se il corridoio fosse solcato dagli Appennini. Ci sono l’Italia Romana, quella Nova e i possedimenti papali. Queste carte rappresentano un geografia all’avanguardia, aderente agli ideali cristiani, in cui il territorio è concepito come abitato da popolazioni, ognuna con le proprie peculiarità.

Dopo un trancio di pizza mangiato camminando, ci siamo messe in coda per la Basilica di San Pietro. Superati i controlli di sicurezza, come per incanto, siamo solo noi due ad attraversare il portone d’ingresso principale. Tutti scelgono la Porta Santa (e credo involontariamente, per lo più). All’interno si sente recitare il rosario e per questo non possiamo avvicinarci all’abside.

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Basilica di San Pietro

La cupola non è illuminata – una delusione inimmaginabile! Ma la pietà di Michelangelo e l’immensità della Basilica rimangono sempre spettacolari. Lascia senza fiato.

Piazza San Pietro illuminata, nel buio del tardo pomeriggio, è bellissima!

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Per la visita ai Musei Vaticani, se si ha poco tempo a disposizione, vale la pena prenotare i biglietti sul sito internet. Con un leggero aumento del costo del biglietto, si salta la coda e in pochi minuti ci si ritrova a vagare per le infinite sale dei palazzi che li costituiscono.

http://www.museivaticani.va/

Italia · Lago di Como

Sotto il sole d’autunno…

Dove il Lago di Como finisce, a nord, c’era una grande palude e la malaria aveva la meglio su coloro che cercavano di colonizzarla. Gli Austriaci ne iniziarono la bonifica a metà dell’Ottocento con il progetto di rettificare l’Adda, il fiume che alimenta il lago più profondo d’Italia. È il Pian di Spagna, oggi una riserva naturale.

La strada che passava a fianco della piana è stata per secoli un luogo strategico: un confine sensibile già per i Romani, collegamento tra i territori germanici, oltre le Alpi, e la penisola.

È nel Seicento che per volere dell’allora governatore di Milano, il Conte di Fuentes, fu costruito il primo forte. Dalla storia travagliata, oggi è in rovina, ricoperto da rampicanti verdi e decorato da foglie dai colori autunnali.

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Il Conte di Fuentes doveva impedire l’espansione della Repubblica delle Tre Leghe Grigie, l’attuale Canton Grigioni. I soldati ospitati erano 300 e ogni mese ne erano necessari di nuovi, almeno una trentina. Il 10% della guarnigione rimaneva inevitabilmente vittima della palude e andava incontro alla morte o era tanto debilitato da non riuscire più a combattere. Il governatore volle l’edificazione di una chiesa, baluardo di una cristianità che si opponeva anche spiritualmente ai protestanti.

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C’erano un mulino, la ghiacciaia e una grande cisterna, sulla cima della collina, che doveva essere riempita trasportando l’acqua a dorso di mulo. Avrebbero garantito la sussistenza delle truppe in caso di assedio. Data la pessima salubrità dell’area, però, il governatore non alloggiò mai nel palazzo che si era fatto costruire all’interno del forte.

Conteso nel corso di tutta la propria storia, fu conquistato dai franco-piemontesi nel 1736 e distrutto alla fine del Settecento dalle truppe napoleoniche.

La strada che si percorre oggi per raggiungerlo è stata creata per trasportare l’artiglieria pesante nel corso della Prima Guerra Mondiale.
Lo storico ingresso era la grandiosa porta ad arco di cui si vedono oggi i resti: rivolta a sud, sembra quella di un fastoso palazzo medievale. L’angolo più suggestivo del forte, in grado di richiamare alla mente i grandi poemi cavallereschi del Cinquecento.

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In questa direzione, a poca distanza, fu costruito il Forte Montecchio Nord.

Tra il 1912 e il 1914 si temeva un’avanzata da nord delle truppe austro-ungariche, ma non avvenne mai.

Oggi, in perfetto stato di conservazione, se ne visitano la polveriera, gli alloggi di soldati e ufficiali, la sala di comando. Si raggiungono i quattro cannoni di medio calibro in grado di ruotare a 360° e raggiungere una gittata massima di 13,6 km. Dall’interno se ne può osservare il perfetto sistema di comando, dall’esterno si vedono da vicino le cupole, che proteggevano armi e personale. Si tratta delle postazioni originali meglio conservate di tutto il continente!

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Oltre ai forti, tra le “6 stelle del Lario” secondo la Provincia di Lecco c’è anche l’Abbazia di Piona.

Stella non molto, a mio parere. Per quanto possa avere grande importanza dal punto di vista storico e, per alcuni, spirituale, non è riuscita colpirmi. Nell’ordinato silenzio, non mi ha suscitato emozioni forti, al contrario delle ville, i borghi, le passeggiate che ho fatto lungo il lago negli ultimi anni.

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Il complesso fu priorato per lungo tempo, nascosto da una collina e  affacciato sul lago. Di colore grigio chiaro, circondato dal verde. Con un giardino degli ulivi e una breve discesa che porta fino all’acqua, il suo chiostro è grazioso, piccolo e un po’ cupo. Si vedono resti di affreschi e scene della vita quotidiana dei monaci scolpite sui capitelli delle colonne che lo circondano.

Pare che qui esistesse già una comunità di eremiti nel VII secolo, mentre è nell’XI che vi si trasferirono monaci riformati provenienti da Cluny. In stile romanico lombardo, il silenzio mistico in cui è immerso non fu mai interrotto, neanche dagli eserciti che passavano lungo la strategica via controllata dai forti.

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I forti sono aperti da Pasqua ad inizio novembre, solo durante il weekend e nei giorni festivi. Si possono visitare acquistando un biglietto cumulativo valido per l’intera stagione.

L’abbazia, invece, è ad ingresso gratuito ed è utile cercare la storia su internet prima di visitarla, perché priva di cartelli esplicativi. Gli orari sono più ampi: è aperta tutti i giorni, dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 18.

www.piandispagna.it
http://fortedifuentes.it
www.fortemontecchionord.it
www.abbaziadipiona.it

La scelta è ampia, ci sono luoghi per tutti i gusti lungo le rive del lago. Dunque… Enjoy!

Diari di viaggio · Spagna

Cassoulet e i primi pintxos

I chilometri che ci separano dal confine spagnolo sono tanti. Partiamo la mattina presto, dopo colazione, e ci fermiamo a Tolosa per la notte. Non troviamo traffico, ma decidiamo di prendercela con calma.

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Tolosa

Stasera ceniamo alla francese e passeggiamo per la graziosa città universitaria poco frequentata d’estate. Le vie del centro storico sono acciottolate e strette, per i soli pedoni. Con la luce del giorno, cominciamo a scoprirla dalla Place du Capitole, dove l’edificio che ospita municipio e teatro ha una facciata lunga 128 metri.

Vaghiamo per i vicoli e troviamo vie a dir poco popolate da soli negozi di fumetti e libri. Visitiamo la Cattedrale e torniamo a Place St-Georges, dove avevamo mangiato una cassoulet di fagioli secchi e carne per cena.

Il Couvent des Jacobins in mattoncini rossi, anche se con la facciata in ristrutturazione, merita una visita. La chiesa a due navate è illuminata dalla luce colorata che entra attraverso le vetrate istoriate e i soffitti sono altissimi.

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Couvent des Jacobins, Tolosa

Il chiostro è silenzioso e rilassante, con l’immenso refettorio che funse anche da maneggio per i cavalli dell’Armata Napoleonica nel XIX secolo.

Superiamo il confine a metà pomeriggio e in pochi minuti raggiungiamo San Sebastián: il caos. Una miriade di turisti e bagnanti, automobili in coda ai semafori troppo spesso rossi, prezzi per una camera doppia allucinanti.

Torniamo sui nostri passi e ci fermiamo nella più piccola (e tranquilla!) Hondarribia.

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Hondarribia

Circondata da mura e bastioni del XV e XVI secolo, si erge sulla sommità di una collina. Troviamo una stanza carina nel centro storico e decidiamo di tornare nella Rimini dei Paesi Baschi solo il giorno successivo. I nostri primi e agognati pintxos meritano di essere gustati con un bel bicchiere (o anche due) di vino tinto, senza l’ansia di doverci mettere alla guida!

Ci facciamo consigliare dalla proprietaria dell’ostatua dove alloggiamo quali sono i migliori: la “vita notturna” della città si svolge fuori dalle mura e dal centro storico, sul lungomare e le vie circostanti. La quantità di gente che riempie San Pedro Kalea è folle! I bar traboccano di calici di vino e pintxos esposti sui lunghi banconi, con gli avventori in mezzo alla strada che si gustano le proprie delizie in compagnia.

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Hondarribia si affaccia sull’oceano e una passeggiata tra Plaza de Armas, Plaza de Gipuzkos e le strette calles è piacevole. Tra una sosta e l’altra nei pintxos bar è anche perfetta una camminata sul lungomare, fresco per la leggera brezza che soffia di continuo.

Torniamo a San Sebastián nel primo pomeriggio. Per raggiungere il casco viejo, camminiamo lungo il Paseo de la Concha, una delle due lunghissime spiagge dorate della città. Definirla affollata è dire poco, ma la passeggiata sotto il sole è comunque piacevole. Raggiungiamo l’Ayuntamiento, un bel palazzo costruito nel 1887 come casinò e oggi sede del municipio cittadino. Saliamo al Monte Urgull a piedi, anche perché i mezzi pubblici per la vetta non effettuano servizio durante la Semana Grande, l’imponente festival estivo della città.

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Monte Urgull, San Sebastián

La vista da qui è spettacolare: si vedono il centro storico, Playa de la Concha e Playa de Gros, la Isla Santa Clara e l’oceano, di un blu intenso e cristallino davvero stupendo! Entrando nel piccolo museo che ripercorre la storia della città, raggiungiamo la statua del Cristo, il punto più alto del monte.

Scendiamo dal sentiero che porta a Plaza de Zuloaga, dove ha sede il San Telmo Museoa.

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San Telmo Museoa, San Sebastián

Ci perdiamo per i vicoli della parte vieja, vediamo l’esterno delle iglesias e Plaza de la Constitución, dove ogni finestra dei palazzi che la circondano è numerata. Facciamo uno spuntino a base di tapas, dato il susseguirsi di pintxos bar che non fanno altro che attirare la nostra attenzione.

Entriamo nella Iglesia del Buen Pastor e, con la storica funicolare del 1912, saliamo al Monte Igueldo, che chiude Playa de la Concha dal lato opposto a quello del Monte Urgull. Anche da qui, la vista è spettacolare!

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San Sebastián

Decidiamo che non vogliamo percorrere autostrade in Spagna, quindi per raggiungere Pamplona torniamo verso Hondarribia e seguiamo la statale, lasciandoci l’oceano alle spalle.

 

I “nostri” pintxos bar di Hondarribia:

  • Gran Sol
    San Pedro Kalea, 63
  • Vinoteka Ardoka
    San Pedro Kalea, 32
  • Restaurante Itsaspe
    San Pedro Kalea, 40
    www.restauranteitsaspe.com

 

Altri siti web utili:

  • www.toulouse-visit.com
  • www.jacobins.toulouse.fr
  • https://tourism.euskadi.eus/en
  • www.sansebastianturismo.com/en
  • www.monteigueldo.es
Diari di viaggio · Spagna

Euskadi: Ongi Etorri!

Euskadi. I Paesi Baschi spagnoli. Dove l’identità basca e così forte che tutto è scritto sia in basco che in spagnolo (e spesso solo in basco)… Le famose tapas sono i pintxos, superbi, e l’unica bandiera che sventola sui pennoni è quella basca.

La costa è aspra e verdissima, l’interno caldo e bruciato dal sole. Le città sono costruite in mattoni color miele, ci sono fiori colorati e vigne a perdita d’occhio. I borghi sul versante spagnolo dei Pirenei, i castelli, un parco naturale con cascate e laghetti che sono più azzurri di una piscina nuova di zecca.

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Ochagavía

Il Cammino di Santiago (che abbiamo incrociato molto spesso) e l’eremo sull’isolotto di San Juan de Gaztelugatxe da raggiungere con una camminata devastante, ma stupenda.

Pamplona è famosa per la corsa dei tori (abominevole, per quanto mi riguarda), ma durante il resto dell’anno è una bella e tranquilla cittadina di provincia. Logroño è rilassante e il vero paradiso dei bar che vendono pinchos e vino tinto.

Bilbao (meglio, Bilbo) è una grande città che espone il proprio passato industriale con orgoglio e la sua nuova vita, di città dell’arte contemporanea e all’avanguardia, è frizzante. San Sebastián è la Rimini basca, con le spiagge sovraffollate e speciale per le strette vie del casco viejo e gli onnipresenti pinchos bar, oltre ai ristoranti stellati per cui è conosciuta.

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San Sebastián

10 giorni, 3698 km on the road e 126 km a piedi. La mia auto che si vede che ha fatto così tanta strada, la mia Nikon ancor più vissuta, ma sempre perfetta.

Ce la siamo presa con calma, abbiamo mangiato (forse un po’ troppo) con gusto e curiosità. Ci siamo adattati agli alberghi senza aria condizionata e siamo stati sfacciatamente fortunati, sotto ogni punto di vista. Direi che questo viaggio è stato pressoché perfetto!

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Navarra

Austria · Diari di viaggio

Arte moderna e passeggiate in solitaria

È l’ultimo giorno. Passeggio da sola per Vienna, la mia amica lavora oggi. Pranziamo insieme con un immenso wrap rigorosamente bio. Voglio andare al Mumok, al MuseumsQuartier: c’è una mostra d’arte moderna che deve essere interessante. Ma apre alle 14, il lunedì. Fino all’ora di pranzo seguo i suoi consigli: torno nella Innere Stadt e cerco qualche regalo da portare a casa.

Lungo Mariahilfer Strasse ci sono negozi di ogni genere, da Zara a Butlers. Decido di passare di nuovo dalla Wiener Secessionsgebäude e dalla Staatsoper, poi vado a vedere il Palazzo dell’Albertina e il famoso Sacher Hotel.

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Wiener Secessionsgebäude

La Kärntner Strasse porta a Stephansplatz. È pedonale e circondata da palazzi bianchi e color sabbia: mi sembra di tornare al tempo in cui Sissi viveva all’Hofburg. La Kaisergruft, dove si trovano le tombe degli Asburgo, è in ristrutturazione e non si può visitare.

Giro per i vicoli intorno alla piazza del Duomo, passo dalla Mozart Haus e faccio una sosta alla boutique dei Manner, i famosi wafer viennesi. Mi godo la piazza principale sedendomi su una panchina sotto il sole rovente. Vedo l’Ankeruhr, progettato da un collaboratore dei fratelli Klimt secondo i dettami dello Jugendstil.

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Ankeruhr

La Ruprechtskirche, romanica e sobria, è la più vecchia della città. Scendo le scale e nelle vie che seguo per tornare verso il Graben ci sono solo io, quasi! Su Herrengasse c’è un negozio di dolciumi con vetrine bellissime e un paio di posti dove acquistare regalini davvero carini.

Prima di entrare al Mumok mi rilasso sulle panche azzurre. Al museo c’è la mostra Painting 2.0: Expression in the information age, dove sono esposti dipinti da Andy Wahrol a Monika Baer. Mi rilasso per un paio d’ore, al fresco e nella quiete del museo.

Torno al sole, passeggio per Neubaugasse e Lindengasse. È ora di tornare verso casa: devo fare la valigia, prendere la metropolitana e il treno, se non voglio perdere l’aereo. Mi mancano già la mia amica e l’atmosfera della grande città!

Continuo a sognare di vivere in una metropoli. La gamma di possibilità a disposizione è ciò che mi manca nel paesello. Usare i mezzi pubblici, la bicicletta, muovermi a piedi. Per quanto mi piaccia guidare, potrei anche fare a meno dell’automobile in un posto così. E ogni volta che ne visito una, il desiderio diventa più forte!

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Dato che i consigli gastronomici non guastano mai, ecco qualche idea.

A Spittelberg ci sono una serie di ristoranti di cucina austriaca molto graziosi, per una serata, un pranzo o un brunch rilassante.

Se si cerca qualcosa di più alternativo (e più viennese, ormai), vegan burgers davvero squisiti si trovano da “Swing Kitchen”:

  • Oberngasse 24, di fianco all’università TU, in Karlsplatz;
  • Operngasse 24.
  • www.swingkitchen.com

Per il gelato cercate “Eis Greissler”. Se c’è la fila, non preoccupatevi. Mettetevi in coda e ne varrà la pena!

  • Rotenturmstrasse 14, vicino a Schwedenplatz;
  • Mariahilfer Strasse 33.
  • www.eis-greissler.at

Il Film Festival c’è ogni anno, da metà luglio ad inizio settembre. Se vi trovate a Vienna in questo periodo venite qui per cena: l’atmosfera è giovane e vitale e la scelta è molto ampia. Se volete, potete mangiare cibi assolutamente diversi stando seduti allo stesso tavolo!
www.filmfestival-rathausplatz.at

Se vi piacciono i würstel, ci sono chioschi che li vendono in ogni angolo e quasi a ciascuna fermata della metropolitana e del tram.

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Per acquistare i Manner, i Mozartkugeln e qualsiasi altro genere di dolci non fermatevi nella Innere Stadt: lungo Mariahilfer Strasse ci sono molti negozi che li vendono e i prezzi sono decisamente inferiori!

Austria · Diari di viaggio

Emozioni: Wien, day 2

È domenica. I negozi sono chiusi, la città è tranquilla e più vuota del solito. Passeggiamo per Spittelberg con il sole alto nel cielo, fotografiamo i giardini dei ristoranti e le porte, le vetrine dei negozi con i cartelli che intimano “No Photos” proprio sotto i nostri occhi.

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Spittelberg

Il MuseumsQuartier è perfetto per un brunch (o una colazione domenicale – tanto qui si prolunga anche fino alle 15 l’orario del breakfast). D’inverno il cortile centrale è vuoto, visto il clima gelido. Ma d’estate è letteralmente gremito di tavolini e bar, panche colorate per sdraiarsi a prendere il sole tra la visita di un museo e un altro.

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MuseumsQuartier

L’Hofburg è poco lontano, basta attraversare Maria-Theresien-Platz. Prima di camminare per i vicoli affollati della Innere Stadt, però, voglio saperne di più su Friedensreich Hundertwasser. Il museo e l’edificio progettato dall’architetto eclettico a me sconosciuto (fino a questo momento) si trovano nei dintorni di Löwengasse, poco lontano dal Canale del Danubio. Andiamo in tram.

La Hundertwasserhaus è stupenda, anche se ancora non conosco il pensiero che sta dietro le sue forme. È colorata e morbida, tutta curve, sembra in grado di cullare chi la osserva e vi cammina accanto. Ed è subito amore per questo architetto e i suoi lavori. Andiamo alla KunstHausWien, poco lontano, e il sentimento diventa ancor più profondo: la sua filosofia ecologista, la concezione dello spazio e della natura sono sorprendenti! Un artista puro, che non pretende di spiegare i propri dipinti, anzi, vuole “solo” trasmettere emozioni.

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Hundertwasserhaus

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KunstHausWien

Dopo un’insalata, basta attraversare il canale del Danubio per raggiungere il Prater. L’immensa macchia verde è dotata di un grande parco divertimenti, che quest’anno compie 250 anni ed è stato il primo ad essere aperto nel mondo.

Lo attraversiamo fino al nuovo campus universitario della WU, dove gli edifici sono tutti particolari: uno arancione e senza angoli, che un po’ mi ricorda Hundertwasser; la biblioteca sospesa sopra le nostre teste, che sembra la prua di una nave, grigia, inclinata e con immense vetrate.

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Prater

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Campus WU

Con la metropolitana torniamo a Schwedenplatz, quella che nell’intento dei suoi progettisti doveva essere la nuova porta d’ingresso alla città. Ci incamminiamo sulla passeggiata che costeggia il Danubio per raggiungere a piedi il Fernwärme, l’inceneritore di rifiuti che Hundertwasser ha riqualificato nel 1971, vicino alla fermata della metropolitana di Spittelau.

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Fernwärme

Da Schwedenplatz percorriamo più di due chilometri lungo il fiume. Sono perfetti per un’oretta di jogging, nonostante le persone in passeggiata siano molte nel weekend. I graffiti, il fiume e lo sferragliare della metropolitana che passa proprio di fianco al sentiero lo rendono diverso dai soliti lungofiume. Ci sono le zone dove fermarsi a fare esercizio e le panchine per riposarsi.

Dopo centinaia di foto all’inceneritore, davvero spettacolare, ricco di colori e positività, torniamo di nuovo a Schwedenplatz, per il gelato e la Innere Stadt. E devo dire che il gelato bio di Eis Greissler è uno dei più buoni che abbia mai mangiato! Oltre al fatto che il gusto “semi di papavero” non l’avevo mai scovato da nessuna parte…

Si capisce subito che stiamo entrando nel centro storico della capitale. I negozi – anche qui chiusi, per lo più – e il numero di persone è altissimo, la piazza del duomo è piena di vita! Passiamo da Stephansdom e percorriamo il Graben, la via pedonale con i negozi di lusso. Torniamo alla Syria e al presente per qualche momento, davanti a un tentativo ben riuscito di sensibilizzare i passanti alla condizione attuale del Paese mediorientale.

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“Hier ist Syrien”

Andiamo alla Judenplatz, dove c’è il monumento commemorativo dell’Olocausto, alla Kirche am Hof, a Freyungplatz e Michaelerplatz, dove l’edificio volutamente modesto progettato da Adolf Loos contrasta con la magnificenza dell’Hofburg e le carrozze parcheggiategli di fronte. Passiamo dallo storico Café Central, prima di tornare alla residenza degli Asburgo.

C’è un artista di strada che fa le bolle di sapone, con il tramonto rosa e giallo alle spalle, tra le cupole del Naturhistorisches e del Kunsthistorisches Museums.

Ceniamo in Rathausplatz e ci diamo alla pazza gioia: Spätzle al formaggio, baked potatoes con la crema di formaggio e aglio, Himbeerbowle con i lamponi – buonissimo, ma decisamente alcolico!

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Austria · Diari di viaggio

Wien 2.0

La prima volta sono stata a Vienna nel 2009. Per le vacanze di Natale. Cinque giorni di freddo polare, alberi illuminati, qualche mercatino, residenze degli Asburgo e superbi musei.

Questa volta è stato diverso: lunghissime passeggiate, shorts e abbronzatura. Tre giorni intensi, di cibo vegano, architettura, due musei di quell’arte che vuole solo trasmettere emozioni, senza provare a spiegarle. Le università, il Danubio, Hundertwasser, i vigneti e i parchi di Schönbrunn e del Belvedere.

Come tutte le grandi città, a Vienna esiste l’alternativa. Anzi, qui forse ciò che fino a qualche anno fa era alternativo, ormai è quotidiano. In tutti i ristoranti  ci sono alternative vegan dei piatti proposti, nei negozi si vendono cibi biologici, ci sono hipster in ogni dove. E la folla di turisti (questo non tanto alternativo) si trova per lo più nella Innere Stadt, il centro storico.

 

DAY 1

Il primo luogo che torno a visitare è il palazzo di Schönbrunn, tanto grande da non riuscire a racchiuderlo con un unico sguardo. I colori delle t-shirts dei visitatori rendono la ghiaia dei viali più vivace e le aiuole fiorite mettono di buonumore, nonostante il caldo soffocante. La gloriette domina il parco e dalla sua altezza si dominano Vienna e la residenza principale.

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Schloss Schönbrunn

Andiamo al Naschmarkt, perfetto per scattare foto di frutta e verdura esposte con grazia, ma un po’ costoso per fare la spesa. Vi si trova di tutto, dalla manioca ai pomodori ai fiori secchi per condire l’insalata. I ristoranti sono affollati e vivaci, il caos è così simile a quello dei bazar di Istanbul e Marrakech da essere rilassante.

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Narschmarkt

A pranzo mangio il mio primo vegan burger da Swing, vicino all’università TU. E devo dire che il ripieno alla soia non mi dispiace! Sarà diverso, senza dubbio, ma è comunque buono!

Vegan burger

Karlsplatz è poco lontano. La Karlskirche che domina la piazza, protetta da due colonne istoriate che mi fanno sentire nel centro di Roma, è leggera, nonostante le dimensioni. A pochi passi c’è il Wiener Secessiongebäude, con la cupola d’oro che risplende sotto il sole che la colpisce. Poco più in là la Staatsoper, un mastodontico palazzo ottocentesco davanti a cui transitano tram, automobili, biciclette e autobus turistici. Sembra schiacciato tra gli edifici e scuro, quasi chiuso su se stesso, poco visibile. È possente.

Da qui prendiamo il tram per arrivare al palazzo del Belvedere, bianco, leggero, circondato dai giardini, libero. Tutta un’altra storia! È magica la vista dall’ingresso principale, dal Belvedere inferiore – due sono i palazzi che costituiscono il complesso, costruito su una collina con giardini terrazzati alla francese e adorni di cascate, fontane e statue.

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Schloss Belvedere

Dietro il Belvedere superiore, nel laghetto, c’è un’installazione fatta di giubbotti di salvataggio, quelli che si usano sulle barche, per richiamare l’attenzione su tutti coloro che stanno morendo, in questi anni più di prima, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa. Per contro, nella piazza antistante il Belvedere inferiore si può provare a fare surf in una piscina temporanea in cui vengono create delle onde artificiali ad hoc.

Poco lontano dal centro, a circa 15 minuti di tram, si arriva a Grinzing. Qui gli Heurigen sono lungo tutte le stradine e si può bere il vino prodotto dai vigneti circostanti senza la preoccupazione di dover guidare per tornare a casa!

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Heurigen, Grinzing

Con altri 15 minuti di autobus arriviamo sulla cima della collina, a Kahlenberg. Dalla terrazza si dominano le vigne, Vienna e il Danubio. Uno spettacolo che mi ero persa l’altra volta, ma che merita una visita! Ci sono anche tante passeggiate da fare, tra i vigneti o nel bosco, al fresco.

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Kahlenberg

Torniamo in città e andiamo a Spittelberg per la cena. Le vie acciottolate, i ristoranti con i tavolini fuori o nei giardini, le piante che si arrampicano sulle case, i negozi vintage. Bisogna andarci! E non solo con il buio…

Nella Rathausplatz c’è il film festival. Il grande schermo proietta un concerto che si è tenuto a Stoccolma. Ci sono un numero non ben definito, ma notevole, di stand gastronomici. Si può mangiare greco, giapponese, italiano, austriaco e chi più ne ha, più ne metta. Domani sera veniamo qui, per cena, no?

Italia · Liguria

Focaccia e camogliesi al Rum

Mi piace andare a Camogli. Soprattutto in primavera, nel weekend. Quando abbiamo voglia di vedere il mare o mangiare la focaccia, veniamo qui. È legata a ricordi davvero Felici, forse per questo mi piace tanto.

I vicoli acciottolati, il pesce fritto nei cartocci, il castello della Dragonara. Il lungomare abbracciato dalle case di colori pastello che salgono su per la collina e il porticciolo – amo sedermi sulla spiaggia con i sassi levigati  dall’acqua ad osservare l’orizzonte, mi rilassa.

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La mia focacceria preferita è “Cose Buone”, dove vendono anche i camogliesi, dolcetti un po’ per tutti i gusti. Potete comprare calamari, alici, gamberi e fritto misto take away sopra il porto, al “Semmu Friti”. Di bar e ristoranti ce ne sono tantissimi, la maggior parte davvero buoni!

Le giornate che riescono ad essere ancor più caotiche di una domenica di agosto sono quelle del secondo weekend del mese di maggio, in occasione della Sagra del Pesce. Da 65 anni ormai si cucinano in una pentola di 3,8 metri di diametro circa 30000 porzioni di pesce fritto nell’arco di una sola giornata (meglio, in meno di 6 ore!).

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Per i vicoli ci sono bancarelle che vendono ogni sorta di prodotti artigianali e cibo proveniente da ogni regione d’Italia. Il sabato sera i fuochi d’artificio sono spettacolari e, subito dopo, sulla spiaggia, vengono accesi due falò, uno per ogni quartiere di Camogli, il Porto e il Pineto. Quello più bello e duraturo, costruito con materiali di recupero raccolti in paese, vince la competizione. L’anno scorso c’erano uno squalo e l’Arca di Noè, quest’anno Iron Man e il deposito di Zio Paperone.

Falò

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Così si festeggia San Fortunato, patrono dei pescatori.

Per mangiare il pesce fritto nello storico pentolone bisogna prendere il biglietto e mettersi in coda: questione di ore e chilometri, quasi. Noi non abbiamo ancora avuto il coraggio di metterci in fila, né qui né allo stand gastronomico allestito in una piazzetta affacciata sul porto. Abbiamo comprato i cartocci di “Semmu Friti” e mangiato seduti sulle scale che portano al mare.

Il castello della Dragonara si può visitare e, ogni anno diversa, nelle settimane che precedono la sagra, viene allestita una mostra temporanea riguardante questa festività.
È del comune di Camogli che fa parte anche la splendida abbazia di San Fruttuoso, che si raggiunge a piedi o in battello da Camogli e Portofino.

Sagra del Pesce 2016

Sagra del Pesce 2016

http://www.camogliedintorni.it/

Take away “Semmu Friti”
Via Piero Schiaffino, 22
Camogli
Tel. 348 8817524

Ristorante “Sâ”
Via Piero Schiaffino, 5
Camogli
Tel. 0185 774512
saristorante@gmail.com

Eventi · Sudafrica

Mandela Day, back to 2010

Ufficialmente istituito dalle Nazioni Unite a novembre 2009, il giorno del compleanno di Nelson Mandela non è una giornata di vacanza, ma da dedicare al volontariato e alla comunità. Il Premio Nobel per la Pace del 1993, primo presidente nero sudafricano eletto con le prime elezioni multirazziali nel 1994 è nato il 18 luglio 1918. Già attivista e poi capo dell’ANC, si è battuto, dentro e fuori dal carcere, con e senza azioni violente, per l’abolizione dell’apartheid. Ed è stato proprio il 18 luglio 2010 ad essere il primo Nelson Mandela International Day ufficiale.

A scuola, a Cape Town, facevo ore di letteratura e storia sudafricana. Mandiba ha scritto pagine importanti della storia contemporanea, non solo del suo Paese, ma del mondo intero. Robben Island, il District Six Museum, la sua statua al Waterfront. È nei racconti che si ascoltano e si leggono.

Ricordo il mio Mandela Day in Sudafrica, esattamente sei anni fa.
La cosa più semplice da fare è dare alle persone più povere, che vivono per le strade delle città, qualcosa da mangiare. È una giornata simbolica di ciò che andrebbe fatto ogni giorno. E lo fanno in molti, indipendentemente da credo e colore delle pelle.

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Noi abbiamo preparato dei sacchettini con mele e arance e abbiamo camminato per Long Street, Kloof Street e le strade più piccole che le intersecano, distribuendoli. Abbiamo regalato qualcosa da mangiare a coloro che vedevamo quasi tutti i giorni passeggiando andando a scuola. I parcheggiatori, i senzatetto, i venditori di giornali. Un’esperienza speciale, che ogni anno ricordo con dolcezza. Come gli scambi di cibo che ci sono tutte le sere lungo Chiappini Street durante il mese del Ramadan. Come il fatto di essermi sentita a casa mia nella mia host family e sentire per loro un profondo affetto, anche dopo così tanto tempo.

Mi fa credere nell’umanità, questa bellissima esperienza. Effettivamente, ognuno dei miei viaggi e dei miei incontri mi fa credere nell’umanità e nella bellezza delle persone, nonostante tutte le brutte notizie che arrivano ogni giorno e tutte quelle che non arrivano, ma sappiamo esistere ogni minuto.

Perciò…

“Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.”

Invictus – W. E. Henley, 1875

Queste sono le  parole conclusive della poesia che ha dato a Mandela la forza di non soccombere a ben 27 anni di reclusione. E sono così belle che vale la pena ricordarle.

Ciò che decidiamo di fare, dipende da noi! So… Make everyday a Mandela Day!

www.mandeladay.com

Eventi

Umberto Boccioni, a cent’anni dalla morte

Conoscevo Boccioni come pittore futurista. Avevo visto alcuni dei suoi dipinti precedenti questa fase visitando la Pinacoteca di Brera e il Museo del Novecento, a Milano. Ma la mostra che è stata allestita in questi mesi a Palazzo Reale, proprio di fianco al Duomo del capoluogo lombardo, è spettacolare.

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Esattamente a cent’anni dalla sua morte, racconta lo sviluppo e l’evoluzione del suo linguaggio pittorico, le fonti visive da cui ha tratto ispirazione, i maestri che hanno contribuito alla sua formazione. Lo fa in ordine cronologico, dalla fine dell’Ottocento al 1916, anno della scomparsa. Ne espone tutta la complessità, di uomo e pittore.

Si passa attraverso spazi e tempi vissuti dall’artista. Si segue la vita di Boccioni nei suoi spostamenti per il mondo e tra le diverse correnti artistiche. Parigi, Padova, Milano. I primi anni in cui i colori sono vivi e definiti, quelli successivi in cui il suo stile si avvicina al divisionismo e a Cézanne, gli ultimi in cui insegue la rappresentazione della velocità, della relazione dinamica tra spazio e tempo, della città moderna – temi tipici del Futurismo. I maestri, le mostre, l’approdo alla scultura. I giornali che parlano della sua vita e della sua scomparsa, Marinetti e il Manifesto del Movimento Futurista.

I bozzetti preparatori, i diari e l’Atlante in cui raccolse un gran numero di ritagli, relativi soprattutto a riproduzioni artistiche. Documenti inediti ritrovati di recente negli archivi della Biblioteca Civica di Verona raccontano l’artista.

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Vado spesso a visitare le mostre in esposizione a Palazzo Reale e questa è stata sicuramente la migliore che mi sia capitata. Solitamente sono esposizioni difficili da comprendere, con poche spiegazioni che non riescono ad essere così esaustive e penetranti. Qui, al contrario, ci si trova di fronte ad una mostra completa, che avvicina al pittore protagonista. Non confonde chi non si è mai accostato alla sua arte, anzi incuriosisce.

Si tratta di un artista che ha toccato con mano la città di Milano, da cui ha potuto attingere e a cui è stato in grado di donare molto. La rappresenta anche in alcuni suoi dipinti.

Ancora una volta, io sono quella che fa le cose all’ultimo momento. Questa mostra è visitabile dal 23 marzo e chiuderà questo weekend: domenica 10 luglio è l’ultimo giorno in cui sarà possibile godersi Boccioni, tutto in un unico luogo. Ma, se capitate a Milano e avrete voglia di passare qualche ora al fresco, è la scelta giusta!

Con il biglietto della mostra, poi, si può visitare anche il Museo del Novecento, a pochi metri di distanza. Anche se è aperto tutto l’anno, è sempre una buona idea, da vedere e rivedere!