Diari di viaggio

La Turchia più lontana

L’idea di ritornare a parlare di Turchia l’ho avuta un paio di giorni fa leggendo l’ultimo numero di National Geographic e poi guardando gli aggiornamenti del blog di Paul Salopek. Il giornalista americano che sta facendo il giro del mondo sulle orme delle migrazioni umane nei millenni è arrivato a Kars. E ripensando a questo luogo, a pochi passi dal confine con l’Iran e nel cuore della parte di Turchia che a me è piaciuta di più, ho ripreso a scrivere.

Dunque, avendo già toccato l’antica capitale armena, è giunto il momento di parlare delle cosiddette Valli Georgiane. Come suggerisce il nome, per raggiungerle è necessario dirigersi verso il Caucaso.

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Monasteri, chiese, cascate spettacolari. Si tratta di una serie di giardini dell’Eden in cui mettersi alla ricerca dei ruderi di castelli ed edifici religiosi. Ma, come sempre, non è solo il paesaggio a rendere un luogo stupendo. Anche immersi nella natura, le persone sono quelle che possono renderla più bella. E qui abbiamo incontrato la più genuina ospitalità turca. I turisti che arrivano da queste parti sono veramente pochi, le strade da percorrere sono tutte sterrate, fiancheggiate da strapiombi a dir poco paurosi. I colori della terra e l’azzurro dell’acqua, in contrasto, aumentano la magia del luogo. Le dighe in realizzazione rovineranno tutto, probabilmente. Si dice che nessuna chiesa verrà sommersa, ma in nome dell’indipendenza energetica turca lo saranno i villaggi. I residenti non conoscono la data in cui avverrà l’allagamento, ma sanno che sarà inevitabile. Prima o poi dovranno lasciare tutto questo: gli alberi verdissimi che li circondano e circondano le vie dei villaggi sparsi lungo i diversi corsi d’acqua che attraversano le valli; i fiori e i frutti che in quantità incommensurabili vi si trovano.

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Quei giardini dell’Eden che sono oggi, presto spariranno. E l’idea mi riempie di tristezza. In direzione di Artvin, si sta costruendo una strada sopraelevata rispetto alla precedente e nella zona dove una delle dighe è già entrata in funzione il paesaggio è desolante: si vedono case e alberi affiorare dall’acqua con ruspe e camion al lavoro che le osservano dall’alto.

E pensare che sono stati l’isolamento, il fervore religioso e l’appoggio di Bisanzio nel corso del X secolo a consentire lo sviluppo di un clima culturale tanto peculiare. Queste bellissime chiese erette in luoghi così impervi dovrebbe farci riflettere su come l’avere un sogno, un obiettivo, possa spingerci a dimostrare una forza sovrumana. Paragonabile a quella dei numerosi pellegrini georgiani che attraversano il confine grazie a speciali permessi che gli consentono di raggiungere per un breve periodo queste zone. Sarebbero moltissime le chiese di cui citare i nomi. Nonostante oggi siano abbandonate a se stesse, sono spettacolari, come le Cascate di Tortum e i i castelli in rovina. I soffitti degli edifici spesso mancano e bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi quando vi si entra. Gli affreschi che dovevano ricoprirne pareti e cupole sono praticamente scomparsi. Ma il poco che rimane permette di immaginarne la magnificenza. E’ come se, insieme ad Ani, questi luoghi dimostrassero quanto la storia (e l’uomo, che la scrive, nel bene e nel male) crea e distrugge. E quanto, d’altra parte, tutti cerchiamo di sopravvivere alla storia stessa, in qualche modo. La tradizione, la cultura e il ricordo fanno sì che la storia non possa distruggere ciò a cui teniamo. Il rispetto che gli edifici di Ani meritano quando li si guarda, lo meritano anche queste chiese. Nascoste tra gli alberi, con pezzi di sé ai propri piedi, è come se non volessero piegarsi al tempo che scorre. Ma cercassero di resistere in eterno. Anche per questo andrebbero presto visitate.

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E per non perdersi lo spettacolo, è necessario avventurarcisi il prima possibile, perché loro cercano di resistere, ma se noi riusciamo a sommergerle non possono fare molto per opporsi a questo destino.