Diari di viaggio

Monte biblico: Ararat

Si era detto che avrei descritto pochi luoghi della Turchia estremamente speciali per me, che, casualmente, si trovano tutti nell’est del Paese. Ho già parlato di Ani e delle Valli Georgiane, ora è giunto il momento di raccontare cosa vuol dire vedere il Monte Ararat davanti ai propri occhi.

Sono quelle destinazioni che non ti aspetti ti lascino così tanto. Non c’è praticamente nulla da vedere, se non la cima di un monte polveroso e grigio su cui non si può salire senza un permesso speciale. E’ l’idea dell’Ararat come il monte che si trova all’estremo confine del Paese, quella di un luogo magico e proibito di cui si è sempre sentito parlare nelle parole crociate. E’ un po’ come quando ci si trova di fronte al monte Olimpo, in Grecia: non si può non pensare a Zeus, ai miti antichi e alla versione Disney di Hercules. E’ un po’ come quando ci si parano davanti il Tigri e l’Eufrate: sono poi due fiumi, nemmeno tanto puliti, che però abbiamo impressi nella mente come i corsi d’acqua che delimitano la regione dove è nata la civiltà umana. Allo stesso modo la vista della cima dell’Ağri Daği può trasmettere emozioni impagabili. E lo ha fatto grazie ad un’idea che avevo di quel luogo. Non perché il posto in sé sia il meglio che si possa desiderare, è il potere delle idee, della nostra cultura in generale a consentirlo. Non è necessario credere che sia veramente esistita un’Arca di Noè per far sì che il monte Ararat possa essere avvolto da un alone di magia. E l’aura di mistero che lo caratterizza è incentivata dalle nuvole che non smettono mai di abbracciarne la cima.

DSC_0153

Quella che si vede più facilmente è la vetta del Piccolo Ararat, alta “solo” 3895 m. Mentre la più affascinante rimane quella del Grande Ararat, alta ben 5137 m e costantemente velata. Per riuscire a catturarne un’immagine siamo stati fermi ben un’ora e, passato il tempo di uno scatto, le nuvole erano già tornate a circondarla. E’ andando verso la città di Doğubayazit e seguendo i cartelli stradali, scritti in caratteri sia persiani che latini, che indicano l’Iran come destinazione, che la vista sul monte ci si è aperta davanti come fosse una fotografia. Sfocata, stampata in una strana scala di grigi perché offuscata dalla nebbia. Come si ergesse davanti ai nostri occhi senza essere convinto di volersi mostrare. Il vento dalla nostra parte, che spostava le nuvole, e il monte dall’altra, che si nascondeva.

DSC_0195

Insieme al Nemrut Daği, i miei quattro luoghi sono uniti da un comune filo rosso: la sacralità, il tentativo di raggiungere, nelle diverse epoche storiche, il proprio Dio. Dal monte biblico dove si sarebbe incagliata l’Arca alle chiese e i monasteri ortodossi al tumulo del mitico re Antioco I di Commagene. Attraversare la Turchia non è semplicemente un viaggio nello spazio, lo è soprattutto nel tempo e nelle varie culture, anche profondamente diverse l’una dall’altra.