Diari di viaggio

Sulle strade della Turchia

Qualsiasi viaggio si faccia rimane impresso nella mente e nel cuore. Ormai è passato poco più di un anno da quando, per circa cinque settimane, abbiamo girato per la Turchia in lungo e in largo. Erano ancora in fase embrionale i conflitti che adesso dilagano nel sud est del Paese, al confine con la Siria. Si riusciva ancora ad arrivare senza timore a Mardin e Sanli Urfa e si erano appena concluse le proteste contro il premier Erdogan nel cuore di Istanbul, a Piazza Taksim. Il nostro programma prevedeva un tour dell’intera Turchia in automobile, ma alla fine abbiamo dovuto tralasciare una delle zone maggiormente turistiche per questioni di tempo: Antalya e la costa mediterranea occidentale dovremo tornare a vederle in un secondo momento.

I luoghi più spettacolari e meno conosciuti, però, siamo riusciti a toccarli. E vorrei proprio renderli protagonisti di questa breve introduzione ad un Paese magico e immenso, evitando di parlare di Istanbul o la Cappadocia. Per quanto spettacolari, sono facili da raggiungere e visitare per qualsiasi turista. Piuttosto, l’immensa bellezza della Turchia l’abbiamo scovata tra le rovine di Ani, sulle strade sterrate delle Valli Georgiane, alla vista del monte Ararat e sulla cima del Nemrut Daği.

Ad Ani, l’antica capitale armena, era tutto come ovattato. Se chiudo gli occhi sento il vento del mattino che mi accarezza la pelle, il calore del sole che dopo poche ore ha cominciato a bruciare. I pantaloncini corti, la canottiera e il cappello non sono sufficienti, in questi casi. Ma d’altra parte nessuno scambierebbe una stanza con l’aria condizionata quando può vedere intorno a sé ciò che doveva essere una capitale radiosa fino alla metà del 1300. Dopo aver letto la sua storia, prima di scendere dalla macchina, non c’è stato più bisogno di parlare. Il silenzio circondava ognuno di noi, come fossimo da soli e allo stesso tempo così vicini da non aver bisogno di usare le parole per esprimere quello che solo gli occhi e la mente potevano percepire.

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Delimitata dal fiume Arpa Çayi, che la divide fisicamente dall’Armenia, si trova su un altopiano. L’antico ponte che la collegava all’altra sponda del fiume è distrutto, come lo sono i rapporti tra i due Paesi limitrofi, dopotutto. Le chiese comunque, già in lontananza, si elevano come fossero alberi solitari nel mare erboso. Alcune sono pericolanti, quindi si possono vedere solo dall’esterno. In altre, come la Cattedrale, si può entrare. La sua cupola è crollata secoli fa, ma i fregi e le iscrizioni che ancora si vedono fanno pensare a quanto dovesse essere magnifica.

Ani era la sede del patriarcato armeno ortodosso e i ruderi degli edifici religiosi, insieme alle mura che circondavano la città, lo testimoniano. Rimangono le fondamenta di alcune botteghe, ma sono le cupole delle chiese a rendere il luogo veramente suggestivo. Tra l’erba pascolano mucche e tori. Le zone off-limits sono praticamente infinite e molti edifici, sulle rive del fiume, non possono essere raggiunti dai turisti. Ma i sentieri che sembrano brevi a guardarli e si rivelano, poi, infiniti a percorrerli, sono già abbastanza impegnativi.

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E’ un luogo magico che è in grado di far riflettere l’osservatore. Dalla pura meraviglia per ciò che si vede, si pensa alla sua storia: prima, capitale dello stato armeno e punto franco sulla Via della Seta, poi parte dell’impero bizantino, persiano, mongolo; infine colpita dal grande terremoto del 1319 e abbandonata. Da questa si passa alle tensioni contemporanee che sono in atto con un Paese che fisicamente si trova a pochi metri di distanza dal visitatore, ma che non si può raggiungere perché il confine con l’Armenia è ormai chiuso da anni. Lo splendore, la vitalità, l’armonia che dovevano regnare in questo luogo è come se si fossero trasformate in calma, solitudine. Ciò che viene voglia di fare è sedersi su un sasso, chiudere gli occhi e meditare, respirando profondamente l’atmosfera che ci circonda. E rifacendo questo gesto, questi respiri profondi, sul mio divano, con la pioggia che cade fuori dalla finestra e l’albero di Natale che mi osserva, posso dire che riesco a sentire di nuovo il sole, il vento e le sensazioni provate quel giorno. Le ore erano passate come fossero stati minuti. La stanchezza aveva cominciato a farsi sentire solo dopo un po’, perché la sensazione di pienezza data dal piacere della scoperta e dal sentirsi un esploratore d’altri tempi ci avevano completamente occupato la mente. Un senso di rispetto per questi edifici, per tutto quello che hanno vissuto sulla propria pelle. Come sono riusciti a resistere, al contrario degli abitanti di questi luoghi, all’ambiente e soprattutto agli uomini che hanno cercato di distruggerli.

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