Diari di viaggio · Marocco

Un ricordo e una realtà

Ci sono viaggi che ti cambiano dentro, che ti danno energia e che aggiungono alla tua storia un tassello emozionante ed unico. Io la mia prima esperienza di questo tipo l’ho vissuta in Marocco. Un viaggio stupendo, con persone per me molto importanti.
Colgo l’occasione per ringraziarle di aver reso possibile questo viaggio e di aver condiviso con me tutte le sue sfumature.

Siamo partiti per il Marocco i primi giorni di Luglio del 2012, dopo una programmazione lunga e una preparazione “all’ultimo momento”. Appena saliti in macchina eravamo già persone diverse, ma non come lo saremmo state una volta scesi al nostro ritorno. Sapevamo che sarebbe stata un’avventura in parte anche imprevedibile, perchè è sempre così: si prepara un itinerario, ma c’è sempre un piacevole imprevisto che ti fa cambiare rotta; ci sono sempre delle deviazioni imperdibili, decisioni da prendere al momento. E vi assicuro che è questo il bello di un viaggio.
Eccoci pronti allora, senza aspettative, ma con immensa voglia di scoprire e di essere stupiti. Mangiamo velocemente tutti i chilometri che ci distanziano dal nostro traghetto ad Almeria, in Spagna; chilometri che sembrano volare e che affrontiamo con tutte le nostre energie, leggendo guide, facendo foto, sognando. Dopo due giorni di guida quasi ininterrotta arriva il momento in cui parcheggiamo la macchina sulla nave che ci porterà verso il vero inizio della nostra avventura. Non stiamo più nella pelle, la costa spagnola si allontana e le acque che ci dividono dalla costa africana sono sempre meno numerose. Il tempo sembra non passare, la barca dondola fin troppo, le persone sono moltissime e tornano tutte dalle proprie famiglie, a casa loro. L’interno dell’imbarcazione è immerso in un’atmosfera calma, silenziosa, quasi sonnolenta. Si percepisce già la diversa cognizione del tempo tipica della vita nel continente che ci attende. Niente a che vedere con la frenesia europea. Senti immediatamente che hai perso un pezzo superfluo imbarcandoti in questo viaggio e la sensazione di leggerezza è piacevole. Inizi a pensare a ciò che ti aspetta e a ciò che ti sei lasciato alle spalle, quando inaspettatamente ti accorgi di essere quasi approdato e allora fai vagare la vista e la mente sulla terra che hai davanti. Ufficialmente non siamo ancora in suolo marocchino, dato che la città di Melilla è considerata spagnola, ma manca poco.
Dopo un veloce giro della città ci apprestiamo a fare una lunga fila alla dogana. Veniamo subito catapultati in quel caos ordinato, quasi programmato, che ci attenderà in ogni città di questo splendido paese: macchine strapiene, parcheggiate in file apparentemente senza un senso logico; persone sedute per strada; persone che corrono a presentare i documenti alle autorità doganali; donne che sistemano i bagagli nelle macchine; bambini che corrono tra le vetture. Siamo affascinati da tutto questo via vai che ci scorre sotto gli occhi: una realtà di cui ci sentiamo già un pochino parte. Le ore passano, ma superiamo la dogana senza alcun problema, stanchi, ma vivaci ed energici. Ci sentiamo come se stessimo varcando la porta di un palazzo immenso e prima d’ora sconosciuto.
Siamo in Marocco.
Non siamo ancora abituati al caldo, perciò ci rinfreschiamo con un “Chai alla menta” bollente. Può sembrare un controsenso, ma allevia veramente la sensazione del caldo e sono sicuro che i miei compagni di viaggio sono d’accordo nel dire che è stato il più buon thè alla menta di tutto il viaggio.
Gorges du Ziz
Ora siamo pronti. Le mete davanti a noi sono moltissime e proveremo a raccontarvi le nostre esperienze in alcune di queste. A ripensarci è un po’ come una favola: paesaggi incantevoli, luoghi da “Le mille e una notte”, persone accoglienti, cibi nuovi, culture differenti e affascinanti.
Mi sembra di salire in macchina proprio in questo istante. Il ricordo diventa nuovamente realtà. Pronti e via.

Mente vagabonda

Partire = Cambiare

La grandezza di un viaggio si nasconde dietro piccoli segni che ci liberano la mente e ci fanno vivere.

Spesso abbiamo bisogno di trovare solo un momento per noi stessi, un momento che le mura di casa o i quartieri della nostra città non possono darci. Quanti spazi di solitudine cerchiamo per fare chiarezza dentro di noi, ma il risultato è esattamente l’opposto? Si crea più confusione, più caos. La colpa non è da attribuire alla propria incapacità di cambiare, ma più verosimilmente la causa è il luogo in cui ci si trova. Attenzione però: viaggiare da soli non è sempre la soluzione migliore. Per quanto mi riguarda la serenità e la forza di resettare il timer e ripartire, la ritrovo viaggiando in compagnia, perchè in questo modo riesco a stabilire veramente gli spazi di cui ho nuovamente bisogno. Credo, infatti, che solo il confronto con un buon compagno di viaggio potrebbe permettermi di fare il salto necessario per cambiare me stesso.

Spesso ognuno di noi prova a cambiare per qualcun altro, poi ci prova per se stesso, ma ormai il passaggio tra questi due stadi è così sottile da risultare indistinguibile. Alla fine di una lunga strada si cambia davvero, ma manca sempre l’ultimo passo. A questo punto ci sono persone che devono farlo da sole questo step finale, per orgoglio o per carattere, e ci sono invece quelle che vogliono farlo con qualcun altro. Io credo di appartenere al secondo gruppo, perchè mi piace intrecciare la mia vita con quella di un’altra persona e raggiungere un obiettivo insieme mi trasmette un maggior senso di completezza.
Fondamentale rimane l’ambiente esterno. Una città completamente da scoprire è sicuramente uno stimolo al cambiamento, soprattutto se fatto con le persone giuste.

Leggere guide, prendersi il proprio tempo, studiare le cartine per trovare una nuova meta: sono tutte azioni che ti riempiono la giornata, ma contemporaneamente creano spazio nella tua mente. Ti danno respiro per procedere verso una svolta. Ti danno anche la forza necessaria per cambiare, poichè ti inserisci in un meccanismo che ti trascina con un senso di positività.

Se dovete fare un cambiamento importante, da soli o con qualcun altro, non aspettate che il tempo vi sormonti, ma prendete e viaggiate. Non importa se lontano o vicino, se per tanto o poco tempo: partite.

Diari di viaggio

Monte biblico: Ararat

Si era detto che avrei descritto pochi luoghi della Turchia estremamente speciali per me, che, casualmente, si trovano tutti nell’est del Paese. Ho già parlato di Ani e delle Valli Georgiane, ora è giunto il momento di raccontare cosa vuol dire vedere il Monte Ararat davanti ai propri occhi.

Sono quelle destinazioni che non ti aspetti ti lascino così tanto. Non c’è praticamente nulla da vedere, se non la cima di un monte polveroso e grigio su cui non si può salire senza un permesso speciale. E’ l’idea dell’Ararat come il monte che si trova all’estremo confine del Paese, quella di un luogo magico e proibito di cui si è sempre sentito parlare nelle parole crociate. E’ un po’ come quando ci si trova di fronte al monte Olimpo, in Grecia: non si può non pensare a Zeus, ai miti antichi e alla versione Disney di Hercules. E’ un po’ come quando ci si parano davanti il Tigri e l’Eufrate: sono poi due fiumi, nemmeno tanto puliti, che però abbiamo impressi nella mente come i corsi d’acqua che delimitano la regione dove è nata la civiltà umana. Allo stesso modo la vista della cima dell’Ağri Daği può trasmettere emozioni impagabili. E lo ha fatto grazie ad un’idea che avevo di quel luogo. Non perché il posto in sé sia il meglio che si possa desiderare, è il potere delle idee, della nostra cultura in generale a consentirlo. Non è necessario credere che sia veramente esistita un’Arca di Noè per far sì che il monte Ararat possa essere avvolto da un alone di magia. E l’aura di mistero che lo caratterizza è incentivata dalle nuvole che non smettono mai di abbracciarne la cima.

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Quella che si vede più facilmente è la vetta del Piccolo Ararat, alta “solo” 3895 m. Mentre la più affascinante rimane quella del Grande Ararat, alta ben 5137 m e costantemente velata. Per riuscire a catturarne un’immagine siamo stati fermi ben un’ora e, passato il tempo di uno scatto, le nuvole erano già tornate a circondarla. E’ andando verso la città di Doğubayazit e seguendo i cartelli stradali, scritti in caratteri sia persiani che latini, che indicano l’Iran come destinazione, che la vista sul monte ci si è aperta davanti come fosse una fotografia. Sfocata, stampata in una strana scala di grigi perché offuscata dalla nebbia. Come si ergesse davanti ai nostri occhi senza essere convinto di volersi mostrare. Il vento dalla nostra parte, che spostava le nuvole, e il monte dall’altra, che si nascondeva.

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Insieme al Nemrut Daği, i miei quattro luoghi sono uniti da un comune filo rosso: la sacralità, il tentativo di raggiungere, nelle diverse epoche storiche, il proprio Dio. Dal monte biblico dove si sarebbe incagliata l’Arca alle chiese e i monasteri ortodossi al tumulo del mitico re Antioco I di Commagene. Attraversare la Turchia non è semplicemente un viaggio nello spazio, lo è soprattutto nel tempo e nelle varie culture, anche profondamente diverse l’una dall’altra.

Diari di viaggio · Spagna

Looking for Spain

Tra i pochi viaggi organizzati e portati a termine di quest’anno, c’è la mia settimana spagnola. Erano ben quattro anni che non vedevo le mie amiche. Da quando ci siamo incontrate per la prima volta, durante una delle più belle esperienze della mia vita: due mesi in Sudafrica. E, finalmente, siamo riuscite a passare un po’ di tempo insieme. In realtà come se fossero solo alcuni giorni che non ci vedevamo!

Date le nostre note doti di viaggiatrici instancabili, siamo riuscite a visitare in soli sette giorni Madrid, Barcellona, Toledo e Aranjuez. Abbiamo dormito poco (il minimo indispensabile) per avere più tempo possibile a disposizione per Noi e ottimizzato gli spostamenti, cercando di visitare al meglio questi luoghi stupendi.

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Per vedere Madrid un paio di giorni sono sufficienti. Si raggiunge tutto a piedi. Con una breve passeggiata ci si muove dal Palazzo Reale a Plaza Mayor, si arriva al Parco del Retiro per un po’ di relax e si torna al Paseo del Prado, cuore pulsante della città insieme a Plaza del Sol.
Tappe obbligate anche per coloro che non amano l’arte e non ci spenderanno ore ed ore al loro interno come abbiamo fatto noi sono i musei. In primis, il Museo Nacional del Prado: qui è tutto da vedere, anche solo per un attimo. Se volete evitare la coda e ne avete la possibilità, andateci in tarda mattinata. Altrimenti un po’ di fila vale comunque la pena farla!
Da vedere sono anche il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, con il famosissimo Guernica di Picasso e le opere di Salvador Dalì, e il Museo Thyssen-Bornemisza, lungo il Paseo del Prado.

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Sono aperti al pubblico il Palazzo Reale e la Cattedrale, posti l’uno accanto all’altra. L’Ayuntamiento di Madrid ha una facciata stupenda e si trova nella medesima piazza della Fontana di Cibele. Poco lontano, El Retiro ha un laghetto veramente grazioso dove si possono noleggiare delle barchette a remi per trascorrere una mezz’ora di relax nel centro della capitale. Per rimanere sorpresi di ciò che avrete davanti agli occhi, andate al parco del Cuartel de la Montaña: vedere un tempio egizio del II secolo a.C. nel centro di Madrid non tutti se lo aspettano! E se volete concedervi un po’ di shopping, non c’è luogo migliore di El Rastro: ogni domenica mattina o nei giorni festivi, troverete (e comprerete) di tutto!

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Oltre a visitare questi luoghi, non dimenticatevi assolutamente di assaggiare ogni genere di Tapas. Su queste bruschette gigantesche vi metteranno l’impossibile, se lo chiedete! Per la paella, per quanto mi riguarda, è valsa invece la pena aspettare di essere a Barcellona.

In soli due giorni bisogna correre per riuscire a vederla, ma devo ammettere che è stato soddisfacente fare tantissimo in così poche ore! Per guadagnare tempo abbiamo viaggiato di notte, in pullman, in modo tale da arrivare a destinazione al mattino presto e ripartire solo la sera tardi del giorno successivo.

Passeggiare per Barcellona è uno spettacolo mozzafiato: sembra di essere all’interno di un immenso museo a cielo aperto. Le opere di Gaudí, con le loro curve e i loro colori sgargianti, si trovano accanto ad edifici imponenti e più classici. Si passa in poco tempo dal modernismo al gotico della città vecchia fino ai grandi palazzi a vetri di Plaça de les Glòries.

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La Sagrada Família, Park Güell e Casa Battló sono imperdibili. Nella chiesa ormai simbolo della città, progettata inizialmente come neogotica da Villar alla fine dell’Ottocento, i giochi di luci creati da Gaudí sono spettacolari. E’ come se qualcosa di mistico si insinuasse fisicamente tra i visitatori sotto forma di pura luce. Nel chiacchiericcio generale si sente il silenzio e il bianco delle pareti e delle colonne, sottili e altissime, rende l’ambiente ancor più arioso.

Si può fare una camminata sul lungomare e tra le vie del centro storico, facendo una sosta al Museu Picasso e a Santa Maria del Mar, dove è ambientato il romanzo di Falcones. Imperdibile è anche il Mercat de la Boqueria: oltrepassata la sua insegna modernista, offre qualsiasi tipo di pietanza desideriate mangiare al momento o portare a casa con voi.

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E se tutto ciò non fosse ancora sufficiente a convincervi che una capatina nella capitale spagnola  e poi a Barcellona vale il costo del biglietto aereo (per altro, generalmente molto basso), posso dirvi che anche la sierra circostante Madrid è stupenda.

A Toledo è rilassante perdersi tra gli stretti vicoli che ricordano quelli di una medina marocchina. E basta il solo pensiero di Don Chisciotte per far capire quale atmosfera affascinante possa regnare da queste parti! Vi si trovano un museo di El Greco e un’imponente cattedrale, oltre ad alcune sinagoghe. Ad Aranjuez, invece, si va per visitare il Palazzo Reale. A circa un’ora di treno dal centro di Madrid, si arriva in quella che era il luogo di villeggiatura e di svago della famiglia reale. Gli ampi giardini che occupano gran parte del paese permettono di evadere completamente dallo stress della capitale.

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Quindi, per una fuga di una settimana o poco più, prendete in considerazione anche questa opzione!

 

http://www.esmadrid.com/it/
http://www.spain.info/it/
http://www.visitarebarcellona.com/

Diari di viaggio

La Turchia più lontana

L’idea di ritornare a parlare di Turchia l’ho avuta un paio di giorni fa leggendo l’ultimo numero di National Geographic e poi guardando gli aggiornamenti del blog di Paul Salopek. Il giornalista americano che sta facendo il giro del mondo sulle orme delle migrazioni umane nei millenni è arrivato a Kars. E ripensando a questo luogo, a pochi passi dal confine con l’Iran e nel cuore della parte di Turchia che a me è piaciuta di più, ho ripreso a scrivere.

Dunque, avendo già toccato l’antica capitale armena, è giunto il momento di parlare delle cosiddette Valli Georgiane. Come suggerisce il nome, per raggiungerle è necessario dirigersi verso il Caucaso.

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Monasteri, chiese, cascate spettacolari. Si tratta di una serie di giardini dell’Eden in cui mettersi alla ricerca dei ruderi di castelli ed edifici religiosi. Ma, come sempre, non è solo il paesaggio a rendere un luogo stupendo. Anche immersi nella natura, le persone sono quelle che possono renderla più bella. E qui abbiamo incontrato la più genuina ospitalità turca. I turisti che arrivano da queste parti sono veramente pochi, le strade da percorrere sono tutte sterrate, fiancheggiate da strapiombi a dir poco paurosi. I colori della terra e l’azzurro dell’acqua, in contrasto, aumentano la magia del luogo. Le dighe in realizzazione rovineranno tutto, probabilmente. Si dice che nessuna chiesa verrà sommersa, ma in nome dell’indipendenza energetica turca lo saranno i villaggi. I residenti non conoscono la data in cui avverrà l’allagamento, ma sanno che sarà inevitabile. Prima o poi dovranno lasciare tutto questo: gli alberi verdissimi che li circondano e circondano le vie dei villaggi sparsi lungo i diversi corsi d’acqua che attraversano le valli; i fiori e i frutti che in quantità incommensurabili vi si trovano.

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Quei giardini dell’Eden che sono oggi, presto spariranno. E l’idea mi riempie di tristezza. In direzione di Artvin, si sta costruendo una strada sopraelevata rispetto alla precedente e nella zona dove una delle dighe è già entrata in funzione il paesaggio è desolante: si vedono case e alberi affiorare dall’acqua con ruspe e camion al lavoro che le osservano dall’alto.

E pensare che sono stati l’isolamento, il fervore religioso e l’appoggio di Bisanzio nel corso del X secolo a consentire lo sviluppo di un clima culturale tanto peculiare. Queste bellissime chiese erette in luoghi così impervi dovrebbe farci riflettere su come l’avere un sogno, un obiettivo, possa spingerci a dimostrare una forza sovrumana. Paragonabile a quella dei numerosi pellegrini georgiani che attraversano il confine grazie a speciali permessi che gli consentono di raggiungere per un breve periodo queste zone. Sarebbero moltissime le chiese di cui citare i nomi. Nonostante oggi siano abbandonate a se stesse, sono spettacolari, come le Cascate di Tortum e i i castelli in rovina. I soffitti degli edifici spesso mancano e bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi quando vi si entra. Gli affreschi che dovevano ricoprirne pareti e cupole sono praticamente scomparsi. Ma il poco che rimane permette di immaginarne la magnificenza. E’ come se, insieme ad Ani, questi luoghi dimostrassero quanto la storia (e l’uomo, che la scrive, nel bene e nel male) crea e distrugge. E quanto, d’altra parte, tutti cerchiamo di sopravvivere alla storia stessa, in qualche modo. La tradizione, la cultura e il ricordo fanno sì che la storia non possa distruggere ciò a cui teniamo. Il rispetto che gli edifici di Ani meritano quando li si guarda, lo meritano anche queste chiese. Nascoste tra gli alberi, con pezzi di sé ai propri piedi, è come se non volessero piegarsi al tempo che scorre. Ma cercassero di resistere in eterno. Anche per questo andrebbero presto visitate.

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E per non perdersi lo spettacolo, è necessario avventurarcisi il prima possibile, perché loro cercano di resistere, ma se noi riusciamo a sommergerle non possono fare molto per opporsi a questo destino.

Diari di viaggio

Sulle strade della Turchia

Qualsiasi viaggio si faccia rimane impresso nella mente e nel cuore. Ormai è passato poco più di un anno da quando, per circa cinque settimane, abbiamo girato per la Turchia in lungo e in largo. Erano ancora in fase embrionale i conflitti che adesso dilagano nel sud est del Paese, al confine con la Siria. Si riusciva ancora ad arrivare senza timore a Mardin e Sanli Urfa e si erano appena concluse le proteste contro il premier Erdogan nel cuore di Istanbul, a Piazza Taksim. Il nostro programma prevedeva un tour dell’intera Turchia in automobile, ma alla fine abbiamo dovuto tralasciare una delle zone maggiormente turistiche per questioni di tempo: Antalya e la costa mediterranea occidentale dovremo tornare a vederle in un secondo momento.

I luoghi più spettacolari e meno conosciuti, però, siamo riusciti a toccarli. E vorrei proprio renderli protagonisti di questa breve introduzione ad un Paese magico e immenso, evitando di parlare di Istanbul o la Cappadocia. Per quanto spettacolari, sono facili da raggiungere e visitare per qualsiasi turista. Piuttosto, l’immensa bellezza della Turchia l’abbiamo scovata tra le rovine di Ani, sulle strade sterrate delle Valli Georgiane, alla vista del monte Ararat e sulla cima del Nemrut Daği.

Ad Ani, l’antica capitale armena, era tutto come ovattato. Se chiudo gli occhi sento il vento del mattino che mi accarezza la pelle, il calore del sole che dopo poche ore ha cominciato a bruciare. I pantaloncini corti, la canottiera e il cappello non sono sufficienti, in questi casi. Ma d’altra parte nessuno scambierebbe una stanza con l’aria condizionata quando può vedere intorno a sé ciò che doveva essere una capitale radiosa fino alla metà del 1300. Dopo aver letto la sua storia, prima di scendere dalla macchina, non c’è stato più bisogno di parlare. Il silenzio circondava ognuno di noi, come fossimo da soli e allo stesso tempo così vicini da non aver bisogno di usare le parole per esprimere quello che solo gli occhi e la mente potevano percepire.

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Delimitata dal fiume Arpa Çayi, che la divide fisicamente dall’Armenia, si trova su un altopiano. L’antico ponte che la collegava all’altra sponda del fiume è distrutto, come lo sono i rapporti tra i due Paesi limitrofi, dopotutto. Le chiese comunque, già in lontananza, si elevano come fossero alberi solitari nel mare erboso. Alcune sono pericolanti, quindi si possono vedere solo dall’esterno. In altre, come la Cattedrale, si può entrare. La sua cupola è crollata secoli fa, ma i fregi e le iscrizioni che ancora si vedono fanno pensare a quanto dovesse essere magnifica.

Ani era la sede del patriarcato armeno ortodosso e i ruderi degli edifici religiosi, insieme alle mura che circondavano la città, lo testimoniano. Rimangono le fondamenta di alcune botteghe, ma sono le cupole delle chiese a rendere il luogo veramente suggestivo. Tra l’erba pascolano mucche e tori. Le zone off-limits sono praticamente infinite e molti edifici, sulle rive del fiume, non possono essere raggiunti dai turisti. Ma i sentieri che sembrano brevi a guardarli e si rivelano, poi, infiniti a percorrerli, sono già abbastanza impegnativi.

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E’ un luogo magico che è in grado di far riflettere l’osservatore. Dalla pura meraviglia per ciò che si vede, si pensa alla sua storia: prima, capitale dello stato armeno e punto franco sulla Via della Seta, poi parte dell’impero bizantino, persiano, mongolo; infine colpita dal grande terremoto del 1319 e abbandonata. Da questa si passa alle tensioni contemporanee che sono in atto con un Paese che fisicamente si trova a pochi metri di distanza dal visitatore, ma che non si può raggiungere perché il confine con l’Armenia è ormai chiuso da anni. Lo splendore, la vitalità, l’armonia che dovevano regnare in questo luogo è come se si fossero trasformate in calma, solitudine. Ciò che viene voglia di fare è sedersi su un sasso, chiudere gli occhi e meditare, respirando profondamente l’atmosfera che ci circonda. E rifacendo questo gesto, questi respiri profondi, sul mio divano, con la pioggia che cade fuori dalla finestra e l’albero di Natale che mi osserva, posso dire che riesco a sentire di nuovo il sole, il vento e le sensazioni provate quel giorno. Le ore erano passate come fossero stati minuti. La stanchezza aveva cominciato a farsi sentire solo dopo un po’, perché la sensazione di pienezza data dal piacere della scoperta e dal sentirsi un esploratore d’altri tempi ci avevano completamente occupato la mente. Un senso di rispetto per questi edifici, per tutto quello che hanno vissuto sulla propria pelle. Come sono riusciti a resistere, al contrario degli abitanti di questi luoghi, all’ambiente e soprattutto agli uomini che hanno cercato di distruggerli.

Mente vagabonda

Travelling is my therapy

Dopo ben un anno di blog, mostre, viaggi fatti e solo organizzati, la mia voglia di partire è sempre maggiore. Nei momenti di crisi, quando ci si sente tristi, in un certo modo, o comunque incompleti, se si è amanti del viaggio si desidera lasciare tutto e andare in capo al mondo. La destinazione non è importante. Dopotutto, è il viaggio in sé ciò che conta! Raggiungere i luoghi che si amano di più, dove ci si sente a casa. In fondo “casa” non è dove si è nati. E’ dove si percepisce di essere parte del luogo in cui ci si trova, parte integrante. Ci si sente abbracciati dall’atmosfera magica della città, della campagna, del mare. Non è necessario andarci in un periodo speciale dell’anno, come può essere Natale. Basta andarci. Si respira a pieni polmoni, finalmente.

E questo è ciò che anche io vorrei avere il coraggio di fare ora: lasciare tutto per un po’, prendermi una vera e propria vacanza “dalla mia vita”. Sono convinta che per essere FELICI si debba fare tutto ciò che ci piace, ciò che amiamo. E che se amiamo qualcosa sia assolutamente possibile raggiungerlo. Chi dice che è impossibile realizzare un sogno, per quanto pazzo sia, a mio parere non ha un vero sogno. La voglia di cambiamento è ciò che spesso ci prende. Ed è quella che spinge molti a scoprire il viaggio. Anche se capire (o meglio, ammettere) che cosa si vuole cambiare e soprattutto come lo si vuole modificare non è sempre semplice. La forza d’animo e il coraggio stanno soprattutto in questo: riconoscere un problema e prendere in mano la situazione.

Non sono le conseguenze che dovrebbero spaventarci, e questo lo dico soprattutto a me stessa. Non sono le opinioni degli altri a doverci far paura. A me terrorizzano i miei pensieri, i miei sogni anche. E il viaggio è la terapia: non mi sento italiana, non mi sento comasca, mi sento a casa a casa mia, vicino al mio caminetto, seduta sul mio divano, di fianco al mio gatto o in compagnia dei miei genitori. Per il resto mi sento una cittadina del mondo, se vogliamo dirla in maniera elegante. In modo più brutale, senza una dimora fissa in cui voler ad ogni costo ritornare. A “casa”, in fondo, sono sempre tornata per le persone a cui voglio bene. Se loro venissero con me o mi raggiungessero per salutarmi, ogni tanto, non avrei bisogno di tornare da queste parti.

Vorrei girare il mondo senza pensare, vorrei vivere il mondo da vicino, raccontarlo con le parole e le immagini. Vorrei lasciarmi accarezzare del mondo nel profondo del cuore, come hanno sempre fatto tutti i luoghi che ho visitato e in cui ho vissuto in questi anni. E’ un coinvolgimento forte quello che il viaggio ci consente di raggiungere, profondo, dolce. E’ come se non ci fossero limiti quando si decide di partire, quando si prende il coraggio a quattro mani e si va. Perché di limiti non ce ne sono, in realtà, se non quelli che imponiamo a noi stessi: volendo, tutto, ogni luogo, si può raggiungere.

Dunque, come recita una massima del Dalai Lama:

“Once a year, go some place you’ve never been before.”

Ne vale sempre la pena!

Eventi

“…Taking pictures is above all about telling a story.”

Ecco un nuovo appuntamento da aggiungere alla vostra lista di cose da fare nei dintorni di Milano prima del 6 aprile 2015: visitare la mostra fotografica di Steve McCurry.

Sono in mostra alla Villa Reale di Monza, riaperta dopo anni di ristrutturazione, circa 150 scatti di uno dei più grandi fotografi di National Geographic. Il suo viaggiare per il mondo, personalmente, rappresenta il mio sogno. La sua capacità di far parlare gli occhi delle persone che fotografa è un talento che non tutti hanno. I volti, gli sguardi che cattura comunicano molto più di ciò che potrebbero fare le parole. Dal bimbo appena nato su cui è poggiata la membrana di un fonendoscopio più grande di lui al ragazzino che corre per i vicoli di Jodhpur (India); dalla più famosa copertina di NatGeo che ritrae la giovane afghana alle suore di Rangoon (Burma).

Il talento di McCurry è affascinante, emozionante, prezioso per chiunque voglia guardare alla fotografia come ad un’arte che non sa solo raccontare, ma anche sensibilizzare e salvare. Attraverso l’obiettivo si catturano momenti, paesaggi, sensazioni. Ma soprattutto si ferma il tempo per un attimo che rimarrà eterno. In uno scatto si coglie una commistione di idee, dolori, felicità, paura. Il soggetto parla per sé, ma allo stesso tempo dialoga con il fotografo e con lo spettatore; il fotografo esprime un proprio punto di vista e le proprie emozioni, scegliendo l’inquadratura, i colori, il soggetto stesso. E l’osservatore, da parte sua, coglie le parole di entrambi. Magari non riesce a comprenderne il significato immediatamente o, più facile, ogni volta che osserva un’immagine, è mosso da nuove sensazioni. Questo è quello che un ritrattista come Steve McCurry sviluppa nella maniera più sublime. Come ha scritto la curatrice della mostra, Biba Giacchetti, “Che lo si voglia o no, Steve è indelebile”.

Tra i corridoi della Villa e gli sguardi di uomini, donne e bambini c’è da perdersi. Se con l’audioguida ci si dovrebbe impiegare circa un’ora e mezza per visitare tutta la mostra, non è difficile spendere anche tre ore al suo interno.

Gli sguardi si assaporano, come si fa con le parole. Ma sanno dire molto di più. Li si accarezza con la mente, con i sentimenti. Ogni tanto si è tentati di allungare il braccio e provare ad entrare nell’immagine. Si vorrebbero asciugare le lacrime della giovane vietnamita e strappare di bocca la sigaretta al minatore afghano, si accarezzerebbe fisicamente il vecchio monaco tibetano, se fosse possibile. E si va sempre oltre gli occhi del soggetto ritratto, come ricorda il titolo dell’esposizione: “Oltre lo sguardo”.

http://stevemccurry.com/
http://www.mostrastevemccurry.it/mostra.html

Eventi

L’Artigiano in Fiera

Per il secondo anno consecutivo ho assistito alla Fiera dell’Artigianato che si è svolta dal 29 Novembre all’8 Dicembre a Fiera Milano-Rho. Da raggiungere è molto semplice dato che è possibile prendere la metropolitana della linea Rossa in direzione Rho-Fiera per arrivare direttamente sul posto; in alternativa, dalla stazione di Milano Porta Garibaldi è possibile prendere un passante in direzione Varese o Novara e scendere alla fermata di Rho-Fiera con un tragitto di 15 minuti. Tutte le informazioni necessarie si trovano sul sito www.artigianoinfiera.it .

Scaricando l’anteprima della mappa dal sito potrete vedere con i vostri occhi che è davvero immensa, con tantissimi Paesi rappresentati, ognuno dei quali esporrà cose originali e caratteristiche delle proprie tradizioni. Una volta all’interno dei padiglioni lasciatevi guidare dal flusso della folla che percorre i corridoi, soffermandovi sulle cose che più vi interessano e gustando alcuni piatti tipici delle diverse località. Mete interessanti ce ne sono molte (tutte direi), anche se purtroppo non sono tutte bene rappresentate. Ci sono infatti alcuni Paesi ai quali è stato dedicato uno spazio espositivo molto ampio, mentre altri sono un po’ messi in disparte nonostante siano altrettanto interessanti e particolari.
Il punto forte di questa fiera è il riuscire a valorizzare la bellezza dei singoli Paesi mettendo a confronto le grandi diversità che intercorrono tra i popoli. Ovviamente si perde un po’ di atmosfera dato che culture diverse si trovano a pochi passi l’una dall’altra e cogliere a pieno ognuna di esse è impossibile. Però questa occasione deve solo essere un “assaggio” e vi prometto che scoprirete voi stessi a dire “Lì devo andare per forza”. E in questa affermazione si realizza l’obiettivo della Fiera dell’Artigianato: suscitare interesse per luoghi e culture anche completamente diverse dalla propria identità.

Se vi trovate a Milano o nei dintorni durante il periodo in cui è organizzata questa fiera vi consiglio di farci un salto, almeno una volta, anche solo per stupirvi degli odori, dei sapori e degli oggetti che troverete. Deve essere uno stimolo per poi partire davvero verso Paesi del mondo nuovi e sempre affascinanti. Un ultimo consiglio: non visitate solo gli spazi espositivi dei Paesi che più vi interessano, ma date spazio anche a quelli che meno vi attraggono perché è un’opportunità per scoprire qualcosa di nuovo.

Mente vagabonda

Vacanze in arrivo?

Le vacanze di Natale si avvicinano, tutti avremo un po’ di tempo libero da dedicare alle nostre passioni e alle persone a noi care, o semplicemente a noi stessi. Allora viene naturale chiedersi “Dove potrei andare a fare un viaggio?”.

La mia intenzione non è di scrivere una guida sui luoghi più belli e magici da visitare in occasione di questa festività (ce ne sono già tantissime in internet che potranno soddisfare le vostre richieste), ma piuttosto di raccontarvi i miei progetti, che a dire il vero non sono ancora ben definiti.

In verità un progetto l’avevo messo a punto e avevo preparato tutto il necessario per partire, effettuato le prenotazioni del caso, comprato guide e cartine, ma purtroppo una serie di imprevisti mi ha costretto a rivalutare la mia destinazione. Il piano iniziale era, infatti, quello di recarmi alcune settimane a Tokyo, Giappone. Considero questa città come un mio sogno personale, da raggiungere (tra le altre infinite mete) insieme a tutto il Giappone. Un luogo magico dove modernità e tradizioni si mescolano come i colori su di una tela. Una grande metropoli dove il tempo scorre veloce, ma sembra anche fermarsi per farti respirare e analizzare quello che sta succedendo intorno a te: la frenesia delle persone che percorrono le strade, le luci abbaglianti delle insegne al neon, la tranquillità dei parchi, la sacralità e l’immobilità dei templi, il caos metropolitano e l’impressione che la vita non si fermi davvero mai. Come non rimanere affascinati solamente dall’idea di tutto questo?
Ho sognato molto questo viaggio ed essere ad un passo dal partire è stato elettrizzante. La rinuncia sarà solo temporanea, il Giappone è lì che mi attende e presto o tardi riuscirò a raggiungere il mio obiettivo.

Ora però mi trovo con una voglia pazzesca di andare via, quasi come una necessità, e nessuna idea in testa sulla mia possibile meta. Sicuramente dovrò decidere di andare più vicino a casa e per un tempo più breve, ma non voglio svalutare questa idea. L’Europa è altrettanto bella ed affascinante, con un carattere decisamente opposto e con un’atmosfera diversa, ma assolutamente magica, soprattutto durante questo periodo. Le strade iniziano ad affollarsi di persone alla ricerca dei regali di Natale: chi decide di portarsi avanti e organizzare in anticipo le proprie giornate per comprare ciò che desidera e chi invece si concederà lo shopping natalizio dell’ultimo minuto. Le piazze saranno invase dai mercatini di Natale, illuminate a festa, magari imbiancate da una spruzzata di neve candida. Il chiacchiericcio delle persone nelle strade farà da sottofondo musicale al lento passeggiare nelle vie della città. Il tempo non si fermerà nemmeno qui, solo trascorrerà più lentamente, come se fosse tutto ovattato e circondato da luci colorate.

Alla fine dipende tutto da come decidete di vedere le cose. E’ sempre questa la differenza: il punto di vista. Per molti, forse, non ci sarà questa atmosfera e vedranno semplicemente delle persone che fanno avanti e indietro per una strada, cercando di fare felice qualcuno con un regalo a cui forse non hanno pensato neanche troppo; le luci sembreranno pallide e la neve soltanto una seccatura.
Ma l’importante non è il Natale, non è il semplice regalo o la neve o le luci. La bellezza risiede nella decisione di dedicare un po’ di tempo a noi stessi o a qualcuno che amiamo, anche solo il fugace attimo di un pensiero, di un regalo. Quante volte durante l’anno prendete un momento per voi stessi e per gli altri? Intendo un momento che non sia durante la pausa pranzo o il viaggio di ritorno a casa dopo una giornata impegnativa o prima di addormentarvi. Intendo un momento che scegliete di prendere solo per il piacere di farlo e non per qualche “dovere” sociale o affettivo. Donate a voi stessi e agli altri il vostro tempo, perché è sicuramente il dono più grande di tutti, e soprattutto è qualcosa che non torna più indietro.

Mi sono sicuramente un po’ dilungato e non ho ancora deciso la meta del mio viaggio. Per ora faccio volare la mia mente, immaginando di essere con chi vorrei in un luogo che farò scegliere alla mia immaginazione. Deciderò sicuramente nei prossimi giorni, dato che non posso tenere troppo a freno questa voglia matta di partire.
Se state programmando i vostri viaggi fatecelo sapere assolutamente, condividete le vostre destinazioni e magari darete uno spunto anche a noi. Vi auguro di trovare molto tempo per essere felici e ovviamente per viaggiare, nei prossimi giorni.