Roma

La cupola più bella: il Pantheon

L’Italia per me è sempre stata la casa in cui mi sentivo poco a casa. Ho sempre avuto la smania di muovermi, di spostarmi lontano, di scoprire il mondo e farlo anche velocemente, probabilmente alla ricerca del “mio” posto. Poi, esattamente da un mese a questa parte, sono stata costretta a fermarmi per colpa di un virus, uno di quei microscopici esserini che, nel corso dei miei studi, mi hanno sempre affascinata tanto per le loro capacità di adattamento e mutazione. E questo particolare Coronavirus mi ha obbligata e mi costringerà a rimanere a casa e non volare dall’altro lato del mondo ancora per un bel po’.

Avevo iniziato ad apprezzare il Paese in cui sono nata quando sono riuscita ad allontanarmi per un periodo abbastanza lungo da sentirne la mancanza, o meglio da parlarne con orgoglio e voglia di mostrarlo al mondo. Si è acceso in me il desiderio di parlare a tutti delle sue infinite bellezze spesso trascurate, della sua storia millenaria, delle radici e degli ideali su cui l’Italia si fonda, della perfezione della lingua che parliamo e della letteratura che i nostri predecessori hanno prodotto. Un sentimento che non avrei mai immaginato di poter sviluppare, un’emozione a cui ho ripensato tanto in queste settimane di lock-down.

E, dopo aver visto le immagini della Città eterna deserta come neanche durante la notte la si può vedere, ho deciso che era giunto il momento di parlare di uno dei miei luoghi del cuore, dove l’immensità della storia antica e contemporanea, della cultura e dell’arte fanno sì che l’unica reazione possibile sia il silenzio. E’ questo il luogo che, per me, meglio riassume Roma, come Città Eterna, che si reinventa e rinasce dopo qualsiasi difficoltà: il Pantheon.

Pantheon, Roma

La prima volta che sono stata a Roma avevo 14 anni, era luglio e il caldo era soffocante. Le rovine romane e le opere d’arte le ho amate subito, la città invece ci ho messo molto più tempo ad apprezzarla: per riuscire a innamorarmene, ho avuto bisogno di visitarla da sola e in compagnia, scoprirne angoli reconditi e musei poco frequentati, andare a teatro e passeggiare per i parchi, vederla nelle diverse stagioni, ma soprattutto diventare più grande. Oggi torno a Roma a ogni occasione disponibile, che sia un biglietto del treno a poco prezzo o un’amica straniera che va a visitarla proprio mentre io ho dei giorni liberi.

Tuttavia, il luogo che preferisco della città eterna rimane sempre il Pantheon. La sua cupola è la più bella che abbia mai visto e l’unica che proprio non mi dimentico. Che si voglia o meno visitare, se si è in giro con me non lo si può evitare! Quest’edificio possente ricorda più una fortezza che un tempio romano o una chiesa e, quando si entra, trasmette un senso di immensità e leggerezza, con la luce che penetra attraverso l’oculo e riempie lo spazio. I raggi del sole cadono morbidi sulle pareti e sul pavimento, soffici come la neve quando si posa sull’erba, ne accarezzano gli interni. E questo mi fa rimanere ogni volta in silenzio, con la bocca spalancata e gli occhi rivolti in alto, in ammirazione!

La cupola del Pantheon è stata modello per le successive chiese cristiane e moschee musulmane d’Europa e del Mediterraneo. Dal peso di 5.000 tonnellate, tra le cupole in calcestruzzo rimane tutt’oggi la più grande del mondo per dimensioni: 43,44 metri di diametro, una semisfera che si inserirebbe perfettamente all’interno dell’edificio se venisse rivoltata.

Cupola del Pantheon, Roma, luglio 2019

Il Pantheon venne fondato nel 27 a.C. dal genero di Augusto Marco Vipsanio Agrippa, come ricorda l’iscrizione sulla facciata. Il nome dell’edificio è la traslitterazione del termine greco  πάνϑεον e ne spiega la funzione: si tratta di un tempio dedicato a tutti (παν-) gli déi (ϑεός), passati, presenti e futuri. A seguito di alcuni incendi, fu fatto ricostruire dall’imperatore Adriano tra il 118 e il 125 d.C. Si tratta di uno dei pochi edifici di epoca classica a sopravvivere quasi integro grazie alla sua conversione nella basilica cristiana di Santa Maria ad Martyres nel VII secolo.

Oggi è la chiesa che ospita le spoglie dei primi due re d’Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I accompagnato dalla consorte, la regina Margherita. Insieme a loro, ci sono le tombe di artisti illustri, tra cui Raffaello Sanzio.

Pantheon

La facciata con il colonnato, l’edificio circolare e soprattutto la grande cupola rimangono simboli indiscussi della capitale. Proprio dalla forma del Pantheon prende il nome la piazza antistante, Piazza delle Rotonda. Colorata e vivace, di norma brulica di persone a qualsiasi ora del giorno, 365 giorni l’anno, affollata dai tavolini dei caffè da cui si può osservare il via vai di turisti che passeggiano e scattano infinite fotografie.

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Piazza della Rotonda

«Il più bel resto dell’antichità romana è senza dubbio il Pantheon. Questo tempio ha così poco sofferto, che ci appare come dovettero vederlo alla loro epoca i Romani»

Stendhal, Promenades dans Rome, 1829

E voi, siete mai stati a Roma? Ma, soprattutto, avete visitato il Pantheon?
Vi parlo della Città eterna in altri articoli pubblicati negli anni sul blog, dove potrete trovare suggerimenti e racconti delle mie peregrinazioni per le vie della capitale. Andate a leggerli!

Informazioni pratiche:

  • Ingresso gratuito.
  • Orari:
    • Da lunedì a sabato 8.30-19.30 (ultimo ingresso alle 19.15);
    • Domenica 9.00-18.00.
  • In metro, la fermata più vicina è Barberini (linea A).
  • In autobus, la fermata più vicina è Largo di Torre Argentina.
  • Per ulteriori informazioni, il sito internet ufficiale.
Namibia

Il deserto roccioso del Damaraland

Centinaia di chilometri senza incontrare anima viva, bivi che se sbagli strada e non hai abbastanza carburante rimani nel mezzo del deserto per chissà quanto tempo, i cancelli che segnano il passaggio della “red line” dove le guardie sono i primi esseri umani che trovi dopo mezza giornata di viaggio, giraffe che ti osservano mentre mangiano i frutti dei rarissimi alberi.

Red line

Red Line

E poi incisioni rupestri sotto il sole cocente, una foresta pietrificata difficile da identificare e un campeggio senza elettricità e linea telefonica. Questo è il Damaraland che abbiamo vissuto: paesaggi sconfinati, solitudine e un leggerissimo timore costante, perché non sai se e quando arriverai a destinazione, ma è il viaggio ciò che conta davvero.

Deserto 1

A collegare Opuwo con Sesfontein, Palmwag e Twyfelfontein sono quasi 400 chilometri di pista sterrata che comincia a ovest della città e attraversa il deserto in direzione sud. Solo due le svolte: la prima a sinistra, seguendo le indicazioni per Palmwag, e la seconda ancora sinistra, per Twyfelfontein.

Giraffina

Il deserto, che sia di sabbia, ghiaia, roccia o ghiaccio, per me è uno dei paesaggi più affascinanti. Mi ricordo quando da piccola vedevo le diapositive, proiettate sul muro della sala, delle fotografie scattate dal mio papà nei diversi viaggi fatti attraverso il Sahara. E mi piacevano, da impazzire. Il primo deserto che ho visto è stato quello del Perù, che si spinge fino all’oceano Pacifico. Poi, il Sahara, nel suo angolino occidentale, in Marocco. Due deserti sabbiosi, imponenti, che riuscivano solo a farmi pensare a quanto siamo minuscoli e insignificanti rispetto al mondo e quanto il mondo sia magnifico, immenso e in grado di lasciare senza fiato con la sua bellezza. Il deserto roccioso e ghiaioso del Damaraland mi ha dato le stesse emozioni: non riuscivo a smettere di guardarmi intorno, scattare fotografie, catturare con gli occhi la maestosità dell’apparente nulla che mi circondava. Che mi ha circondata per giorni, dato che dopo siamo passati per la Skeleton Coast, un deserto di sale, il sabbioso Namib e l’ancora roccioso Kalahari, anche se visto da lontano. L’ambiente estremo del deserto, dove la vita si nasconde sotto la sabbia e può mostrarsi quando meno te lo aspetti, mi affascina più di molti altri. La lotta per la sopravvivenza è strenua e quotidiana e, quanto non mi piacerebbe perdermi in un qualsiasi deserto del globo, tanto mi piace la sensazione di solitudine e libertà e leggera paura che mi dà attraversarli.

Deserto 2

Nel mezzo del deserto roccioso del Damaraland c’è un’oasi apprezzata e frequentata anche dai turisti dei gruppi organizzati: Twyfelfontein, la “sorgente dubbia”, una delle gallerie di arte rupestre più estese del continente africano. Fino a oggi, sono state identificate oltre 2.500 incisioni: giraffe, leoni ed elefanti, ma anche orme umane e leoni marini. Le raffigurazioni di specie acquatiche hanno fatto pensare che i cacciatori autori delle incisioni abbiano avuto contatti con la costa, lontana circa 100 chilometri. Si suppone che risalgano a 6.000 anni fa, all’inizio dell’età della pietra, e per questo sono ancora più affascinanti, nonostante molti dei disegni siano stati danneggiati o rimossi quando ancora il sito non era protetto ufficialmente, ovvero fino al 1986.

Incisioni

Nell’area ci sono altre tre destinazioni da raggiungere, a pochi chilometri l’una dall’altra: la Foresta pietrificata, lungo la strada principale che porta a Khorixas, e la Burnt mountain e le Organ pipes, alla fine della pista che conduce a Twyfelfontein, proseguendo oltre la deviazione per il sito di incisioni.

La foresta pietrificata è un luogo strano: nel mezzo della prateria, intorno a una collinetta apparentemente priva di qualsiasi interesse, si snoda un sentiero circondato da tronchi d’albero pietrificati. Accompagnati da una guida, si vedono circa 50 alberi, che secondo gli studiosi risalirebbero a circa 260 milioni di anni fa e sarebbero stati portati qui da un’inondazione. Alcuni parzialmente sepolti nell’arenaria e molti perfettamente pietrificati nella silice, con corteccia e anelli, sarebbero gli antenati delle attuali conifere.

Foresta pietrificata

Petrified forest

La “montagna bruciata” è una distesa di scorie vulcaniche, nerissima, che sembra davvero sia stata data alle fiamme. Non cresce praticamente nulla su questa cresta vulcanica lunga 12 chilometri e la si può osservare solo dal basso, senza avvicinarsi. I numerosi escursionisti che ne hanno calpestato il suolo sembra abbiano danneggiato la superficie, sia camminandoci sopra che portando via le pietre, e per questo ne è stato impedito l’accesso.

Burnt mountain

Dal lato opposto della strada rispetto alla Burnt mountain si trovano le Organ pipes: una piccola gola, lunga circa 100 e alta 4 metri, è circondata da colonne di basalto che sembrano delle vere e proprie canne d’organo, che si allungano verso il cielo.

Organ pipes

Informazioni pratiche:

  • La pista si può percorrere con un veicolo a due ruote motrici perché ben tenuta, tuttavia è sempre necessario avere con sé una o più ruote di scorta: i sassi non mancano e sono grandi nemici degli automobilisti. Al contrario di quanto riportato sulla mappa, a Palmwag esiste un distributore di carburante, se è stato rifornito di recente, e non è necessario aggiungere più di un centinaio di chilometri di strada per arrivare a Khorixas per rifornirsi.
  • Per visitare le incisioni bisogna essere accompagnati da una guida, che vi verrà assegnata dopo l’acquisto del biglietto. E’ bene arrivare presto al mattino, così da evitare gli orari di sovraffollamento e riuscire a godersi l’esperienza appieno. Il sito apre all’alba e chiude al tramonto, come la foresta pietrificata.
  • Anche nel caso della foresta pietrificata è necessario acquistare il biglietto d’ingresso e farsi accompagnare da una guida. Essendo un sito poco frequentato, cercate di avere pezzi piccoli e monetine per pagare o sarà difficile che vi diano il resto.
  • L’ingresso alle Organ pipes è libero, mentre la Burnt mountain si può vedere solo dalla strada. Entrambe le formazioni sono indicate con dei cartelli, che nel caso della Burnt mountain indicano anche le regole da rispettare nell’area e i motivi per cui si tratta di un ecosistema tanto fragile.
Namibia

Nelle terre degli Himba

A nord della “red line”, nelle terre degli Himba, si scopre la Namibia più autentica. E’ una vera e propria frontiera quella che divide le regioni settentrionali dal resto del Paese. Conosciuto come “linea rossa”, questo confine di controllo veterinario separa stili di vita e organizzazione sociale e territoriale, distingue proprietari bianchi e neri, animali allevati in libertà, a fini di sussistenza e potenzialmente malati, da bestie cresciute sotto controllo veterinario e per scopi commerciali. La “linea rossasepara in qualche modo il mondo dei colonizzatori e delle grandi fattorie, i cui recinti corrono paralleli alle strade per decine e decine di chilometri senza mai interrompersi, dai villaggi costruiti con terra e paglia che si incontrano, uno dopo l’altro, lungo le arterie del nord. Mucche, galline, buoi, ma anche adulti che si spostano a piedi e bambini che giocano lungo le strade scompaiono come per magia superando la “red line” in direzione sud.

Qui, a nord, si scopre la Namibia che assomiglia maggiormente all’Africa come la vediamo nei documentari o in tutti gli altri stati del continente, meno europea e coloniale, più viva e colorata. Nelle regioni settentrionali, nel corso degli ultimi due secoli, sono state “schiacciate” molte delle popolazioni che tradizionalmente abitavano il Paese, tra cui gli Herero, gli Himba, gli Owambo e i Kavango.

Gruppo

Donne Himba al villaggio

Come visitare un villaggio Himba

La regione di Kunene è abitata da una delle popolazioni più affascinanti e tradizionaliste del Paese: gli Himba, il popolo rosso del Kaokoveld. Appena si arriva nel capoluogo di una delle regioni più difficilmente accessibili della Namibia, le donne di etnia Himba sono subito riconoscibili. Vengono a Opuwo approfittando di mezzi di fortuna o a piedi, camminando per ore, e si avvicinano ai viaggiatori nell’intento di vendergli braccialetti o manufatti artigianali mentre entrano nei negozi o fanno rifornimento di carburante. Gli abiti, il colore ocra della pelle e le capigliature si scontrano con la modernità e lo stile europeo di coloro che abitano in città. Opuwo è la base di partenza per tutti coloro che decidono di visitare un villaggio “tradizionale”, vedere come gli appartenenti al gruppo continuano a vivere anche oggi. Per farlo, è bene chiedere aiuto al locale ufficio turistico, il Kaoko Information Center. Accompagnati da una guida che possa, oltre che darvi delle spiegazioni, anche farvi da traduttore, potrete visitare i villaggi Himba, le comunità Herero e famiglie appartenenti a diverse tribù locali. Per quanto riguarda gli Himba, il centro fa in modo di accompagnare i turisti in villaggi accessibili anche con veicoli a due ruote motrici e a circa mezz’ora di strada dalla città, sempre diversi, così da contribuire al sostentamento di gruppi differenti ogni giorno. Con la guida, si acquistano alimenti da portare in dono, che verranno consegnati al capo villaggio alla fine della visita: farina, grano, pane sono i cibi di cui hanno maggiore necessità.

Capo

La prima persona a cui bisogna presentarsi, chiedendo il benestare per accedere al villaggio, è il capo: un paio di domande su di noi, qualche battuta e la presentazione della propria famiglia sono i presupposti per la visita. Le questioni e la curiosità, da entrambe le parti, sono tante: perché le ragazze sono pettinate in una certa maniera, come possono i miei capelli essere così ricci e come li gestisco, cosa si produce e si mangia da queste parti, quanto lontano si trova il pozzo più prossimo per garantirsi l’approvvigionamento di acqua e così via. Ore intense, in cui, oltre alle bellissime immagini che si riescono a catturare con la macchina fotografica e la videocamera, ci sono i racconti.

Le tradizioni delle tribù Himba

Le bambine, prima di avere il ciclo mestruale, si acconciano con i capelli raccolti in trecce attaccate alla testa, che terminano sulla fronte, in avanti. Una volta diventate donne, il loro modo di pettinarsi cambia: i capelli sono lunghi fino alle spalle, avvolti in rasta e ricoperti di una pasta fatta di ocra, burro di karitè ed erbe, che permette di lavarli molto raramente e mantenerli comunque ordinati. Una volta sposate o dopo aver avuto un figlio, portano sulla testa un copricapo in pelle di pecora. I gioielli, insieme alle acconciature, indicano l’età e lo status sociale della donna.

Bimba

Per detergere la pelle e proteggerla dal sole e dalle punture degli insetti, le donne si spalmano la pasta di ocra e burro ogni mattina su tutto il corpo. Inoltre, preparano degli incensi bruciando erbe aromatiche e resina e lasciano che il fumo le profumi, passandosi il fornelletto in argilla intorno al corpo.

Ai bambini, invece, i capelli vengono sempre rasati, lasciando talvolta un rettangolo di capelli sulla sommità del capo. Una volta sposati, gli uomini indossano copricapi sotto cui i capelli vengono lasciati sciolti.

bimbo

Le bimbe vengono promesse in sposa a ragazzi e bambini della medesima tribù e i matrimoni si celebrano dopo la pubertà. Ciò però impedisce alla maggior parte di loro di costruirsi un futuro lavorativo, lontano dalla tradizione e dal villaggio: all’età di 18 anni, ci sono ragazze che hanno già avuto un paio di figli e la cui routine ruota intorno ai rituali di bellezza, la cucina e il recupero dell’acqua al pozzo, ad alcuni chilometri di distanza, oltre alla mungitura e alla raccolta delle poche erbe che offre la terra. Una vita che molte vorrebbero abbandonare per andare a scuola, studiare e trasferirsi in città, ma è la famiglia a decidere il loro destino, fin da quando il padre sceglie se fargli frequentare oppure no le scuola “mobili” messe a disposizione dal governo, in container situati a metà strada tra più villaggi. In molti casi, come ci ha spiegato il capo villaggio, i genitori preferiscono non lasciare neppure avvicinare i figli alla modernità: tutti coloro che studiano, poi, cambiano stile di vita e perdono il contatto con la tradizione, scappando letteralmente verso una vita, in apparenza, migliore.

Famiglia

Il capo villaggio con la sua famiglia

Il focolare comune si trova al centro di ogni agglomerato ed è il luogo di culto degli antenati, dove il guardiano comunica con loro e con il dio Mukuru ogni sette od otto giorni.

Le abitazioni sono costruite con gli escrementi degli animali e la terra. L’interno è vuoto e il pavimento, in terra, liscio. I giacigli sono pelli di mucca e gli unici oggetti che si trovano nelle capanne sono i bracieri e i contenitori per gli ingredienti usati nei rituali di bellezza mattutini. Sono le donne a occuparsi della manutenzione delle strutture. Il recinto per gli animali è comune a tutto il villaggio e la capanna più sontuosa e ampia è quella del capo. Si trascorre il tempo insieme, all’ombra delle capanne, mentre i bambini giocano e le madri producono gioielli e pezzi di artigianato da vendere ai viaggiatori.

Villaggio

Alla fine del tour, dopo aver assaggiato il porridge fatto con il latte acido e usando lo stesso cucchiaio degli altri, ci siamo ritrovati a fare acquisti: non solo le donne locali ci hanno proposto collane, bracciali, porta incensi e chi più ne ha, più ne metta, ma sono arrivate anche tutte quelle degli agglomerati circostanti. Sedute a terra, in cerchio, in attesa del nostro verdetto su quale manufatto fosse il più bello e quindi quello che ci saremmo portati a casa.

Himb

Epupa Falls, all’estremo confine settentrionale

Oltre a visitare i villaggi Himba, l’altro motivo per cui si raggiunge questa regione lontana da tutto e tutti è la scoperta delle Epupa Falls, le cascate create dal fiume Kunene al confine tra Angola e Namibia. Il loro nome, “Epupa”, in lingua Herero significa “schiuma”. Il fiume che funge da frontiera è largo solo 500 metri nella porzione precedente il primo salto e il paesaggio che lo circonda è magico: le palme si alzano tra la terra rossa e si riconosce la presenza dell’acqua da lontano, non appena si supera l’ultima collina; il silenzio e la quiete sono quasi spettrali, fino a quando non ci si avvicina abbastanza per sentire il rombo dell’acqua che si schianta sulle rocce a quasi 40 metri più in basso; il colore blu del fiume riempie gli occhi e il cuore di meraviglia. Dopo centinaia di chilometri circondati da terra arida, sembra un vero miraggio quest’oasi. Alla fine della stagione secca, il fiume è impetuoso, ma molto più stretto del solito e ci si può avvicinare alle cascate tanto da farsi girare la testa guardando nel burrone.

Epupa Falls

L’acqua cade in una gola profonda e strettissima e prosegue all’interno della faglia. I lodge e i campeggi che hanno sede nell’area organizzano escursioni guidate sia a villaggi Himba della zona che lungo sentieri a lato del fiume per fare birdwatching e osservare la fauna, come i coccodrilli, che sembrano popolare queste acque e per cui è decisamente sconsigliato fare il bagno nel fiume.

Epupa

Kunene River

Vi piacerebbe conoscere da vicino queste tribù, apparentemente tanto lontane nel tempo e nello spazio?
Fatemi sapere nei commenti se avete mai vissuto esperienze di questo tipo e in quale parte di mondo!

Se ti sei perso la precedente avventura sulle strade della Namibia, clicca qui!

 

Informazioni pratiche:

  • Il Kaoko Information Center si trova lungo la C41, all’ingresso della città di Opuwo se si arriva da sud, all’interno di un edificio giallo. Solitamente è aperto dalle 8 alle 18 e, se non vedete nessuno, non esitate a chiamare a gran voce: qualcuno, se è aperto il cancello d’ingresso, arriverà.
  • In città, sono molte le strutture in cui si può pernottare, dagli esclusivi lodge sulla cima delle colline circostanti Opuwo e che hanno anche aree per il campeggio, ai guest house più spartani e a buon mercato del centro. I luoghi dove mangiare, invece, sono molto più difficili da identificare: conviene cenare al ristorante dell’hotel, se se ne ha la possibilità, o fermarsi, non più tardi delle 19, all’ingresso della cittadina lungo la C41, dove è presente qualche punto di ristoro.
  • La strada che conduce alle Epupa Falls è sterrata, ma percorribile anche con veicoli a due ruote motrici. I sassi bucano le gomme con facilità, quindi è bene avere con sé almeno una ruota di scorta. Non è pensabile raggiungere le cascate e tornare in giornata a Opuwo dato il tempo necessario per arrivare al confine, quindi bisogna contare di trascorrere almeno una notte qui e partire comunque la mattina presto dalla città in direzione nord. I chilometri sono tanti e solo a metà c’è un’area abitata non segnata sulle mappe, dove si può trovare qualcosa da mangiare, dell’acqua e, al bisogno, un gommista e dei venditori abusivi di carburante.
  • A Epupa Falls, invece, le strutture ricettive sono poche e la scelta migliore, se non si vuole spendere tanto, è il campeggio. Difficile cenare, quindi meglio portarsi provviste: se si arriva dopo l’orario del pranzo, all’Epupa Camp non si può più prenotare la cena al ristorante e bisogna arrangiarsi con ciò che si ha. Questo camping è però un’ottima scelta sotto tutti i punti di vista: piazzola a lato del fiume, palme che proteggono dal sole, piscina e bagni molto puliti, una terrazza-bar che si affaccia a sbalzo sulle cascate. Un’esperienza davvero soddisfacente.

Epupa Camp

Namibia

Etosha National Park, il grande luogo bianco

L’Etosha National Park occupa una superficie grande quanto la Lombardia e, la sua porzione maggiore, è un’immensa pianura salina desertica, il Pan, che si trasforma in una gigantesca laguna dal fondale basso ogni anno, nel corso della stagione delle piogge. Una distesa d’acqua di quasi 5.000 kmq brulicante di fenicotteri e pellicani per alcuni giorni è, nel resto del tempo, una superficie chiara, grigio-verde quando l’abbiamo vista noi, spesso bianca perché ricoperta di polvere gessosa, che sembra non finisca mai. Un paesaggio surreale, ma decisamente affascinante.

Pan

Etosha Pan dall’Etosha Lookout

I primi europei a prendere nota dell’esistenza di questa immensa distesa disabitata furono Charles John Andersson e Francis Galton, il 29 maggio 1851. La chiamarono Etosha, un termine che nella lingua oshivambo, parlata nell’area, significa “grande luogo bianco”.  Tantissimi animali che vivevano nel nord della Namibia, a partire dal 1881, furono eliminati e ciò portò all’istituzione della riserva nel 1907, quando il governatore dell’Africa sudoccidentale tedesca, il dottor Von Lindequist, si rese conto di dover arginare il problema delle uccisioni. Oggi, il parco naturale è una delle destinazioni più visitate e apprezzate dai viaggiatori che visitano il paese africano.

Cosa vedere lungo la strada che conduce all’Etosha National Park da est

Circa 6 ore di viaggio, senza soste, separano l’ingresso orientale dell’Etosha dalle Popa Falls. La strada passa per Grootfontein e Tsumeb, l’ultima città in cui si possono fare provviste e acquistare il necessario per il campeggio. A Grootfontein, una cittadina coloniale il cui nome significa “grande sorgente” in afrikaans, le truppe tedesche costruirono un forte nel 1896 e trasformarono la città in un presidio militare. Attualmente, l’edificio ospita un museo che ripercorre la storia dei coloni e raccoglie ampie collezioni di manufatti e fotografie dei popoli Himba, Kavango e Mbanderu. Gli orari di apertura, però, non vengono rispettati e spesso il forte è chiuso quando dovrebbe essere accessibile, per questo noi non siamo riusciti a visitarlo.

A pochi chilometri dalla città, in fondo ad una strada sterrata che sembra porti nel nulla, si trova il frammento di meteorite più grande del mondo: 54 tonnellate, risalente a circa 80.000 anni fa e costituito per l’82% da ferro, venne scoperto nel 1920 vicino alla Hoba Farm. Nel 1955 venne dichiarato monumento nazionale per fermare i cacciatori i souvenir che ne staccavano impunemente pezzi come ricordo.

Hoba meteorit

Hoba Meteorite

Gli ingressi all’Etosha National Park sono dei veri e propri punti di frontiera: si viene registrati, si compilano documenti e si paga il costo dell’ingresso e della permanenza all’interno del parco. Dopo i controlli, ci si inoltra nella savana lungo una strada asfaltata che corre tra gli alberi secchi del bush e lo spettacolo comincia: giraffe, zebre, antilopi sembrano essere ovunque lungo la via, quasi aspettino il visitatore per dargli il benvenuto (o fargli capire che è entrato in casa loro e lo terranno d’occhio).

Giraffa

Sulle strade del parco…

Nel corso della stagione secca, gli unici luoghi dove gli animali possono trovare acqua sono le pozze alimentate da sorgenti naturali o create artificialmente. Questa è la caratteristica peculiare dell’Etosha Park e consente a chiunque di vedere con una certezza praticamente matematica tutti i più famosi e grandi animali che vivono nella savana: non serve percorrere le piste alla spasmodica ricerca dei big five o conoscere i luoghi in cui sono soliti andare a riposarsi, è sufficiente prendere in mano la mappa del parco e appostarsi ad una delle numerose pozze ricche d’acqua.

Giraffa 2

Qui è dove si incontrano branchi di elefanti che si abbeverano al tramonto accanto a gruppi di giraffe e antilopi, kudu solitari, piccoli gruppi di facoceri, leoni e leonesse con i loro cuccioli che dormono vicino alla pozza mentre, dall’alto, centinaia di zebre attendono il loro turno per potersi avvicinare senza pericolo. Insieme a veicoli carichi di turisti, che si fermano ad osservare queste scene di vita quotidiana.

Elefanti

Le strade secondarie del parco, facilmente percorribili anche se non asfaltate, ci hanno condotti fino a branchi di orici, gnu e zebre, così numerosi da riempire le piane, a gruppi di elefanti che si grattavano contro i tronchi di palme solitarie, ai Damara dik-dik, agli struzzi e a una famiglia di rinoceronti mimetizzata tra le acacie. Una quantità di animali mozzafiato e, alla fine della stagione secca, tutti accompagnati dai loro cuccioli: abbiamo visto piccoli leoncini giocare tra di loro, dik-dik in miniatura fermi a lato della strada in attesa della mamma, elefantini che si nascondevano tra le gambe delle madri, un cucciolo di rinoceronte accompagnato dai genitori, piccole zebre e giraffe. Lo spettacolo più bello a cui abbia mai assistito.

Sono stati tre giorni dei più stancanti, pronti per uscire dal cancello del campeggio all’alba e con l’obbligo di tornare al tramonto, ore passate a strabuzzare gli occhi alla ricerca degli animali più strani e a tentare di non rimanere senza fiato troppo a lungo ogni volta che ne vedevamo uno nuovo. Un’esperienza preziosa e stupenda, che mi ha fatta sentire “in gabbia” perché non potevo scendere dall’automobile se non tra le mura del camping e allo stesso tempo libera, perché potevamo girare nella terra dei leoni senza alcun limite e senza alcuna connessione con il mondo non essendoci la linea telefonica, pur trovandoci nella più frequentata destinazione turistica namibiana.

Tramonto

Avete mai fatto un safari in qualche paese africano, magari riuscendo a vedere tutti i big five? Per me non era la prima volta, ma sicuramente è stata la più rilassante, potendo farlo in autonomia. Raccontatemi nei commenti quali sono le vostre esperienze o dove vorreste andare per assistere a uno spettacolo del genere!

Informazioni pratiche:

  • Non esistono mezzi pubblici per raggiungere il parco e per visitarlo si è obbligati a disporre di un’automobile a noleggio o a prendere parte ad un viaggio organizzato. Tutte le piste sono percorribili con veicoli a due ruote motrici, per lo meno durante la stagione secca. Il limite di velocità è ovunque di 60 km/h.
  • Gli ingressi al parco sono quattro:
    • King Nehale Iya Gate, a nord.
    • Von Lindquist Gate, a est, che si raggiunge in circa 1 ora di strada da Tsumeb.
    • Andersson’s Gate, a sud, ad 1 ora da Outjo.
    • Galton Gate, a ovest.
  • All’interno del parco, si può pernottare nei sei campeggi e resort recintati gestiti dalla NWR. Sarebbe bene prenotare pure nel caso in cui si disponga di una tenda, perché anche le aree destinate al campeggio tendono ad essere sempre piene. Il vantaggio di dormire all’interno del parco, nonostante i costi siano più elevati, è la possibilità di cominciare la visita all’alba, prima dell’apertura dei cancelli esterni, indugiare alle pozze nei pressi del resort fino al tramonto e osservare gli animali che durante la notte si abbeverano nelle pozze illuminate a giorno e visibili dall’interno dei campi. Energia elettrica, carburante e acqua corrente possono improvvisamente mancare, quindi è meglio fare rifornimento appena se ne ha la possibilità e tenere sempre una scorta di acqua e cibo con sé.
    • Namutoni Rest Camp – lodge e campeggio. Vicino all’ingresso orientale, è contraddistinto da un inconfondibile forte tedesco imbiancato. Ha una piscina, un ristorante dove abbiamo mangiato, per cena, un ottimo orice alla piastra e piazzole erbose per mettere la tenda.
    • Halali Rest Camp – lodge e campeggio. E’ il campo centrale del parco e sorge tra affioramenti dolomitici. La sua attrattiva principale è la pozza d’acqua raggiungibile a 10 minuti a piedi dal lodge, illuminata a giorno dopo il tramonto.
    • Okaukuejo Rest Camp – lodge e campeggio. Vicino all’ingresso sud, è sede dell’Etosha Research Station e del principale centro visitatori.
    • Olifantsrus Rest Camp – campeggio. Situato nell’area occidentale, si trova in una zona recintata che un tempo era un sito di abbattimento selettivo degli elefanti.
    • Dolomite Camp – lodge. Nell’area occidentale chiusa per lungo tempo ai visitatori, è immerso nel paesaggio roccioso ed è un lodge di super lusso, con chalet dal tetto di paglia, alcuni dei quali dispongono di una piscina privata.
    • Onkoshi Camp – lodge. In fondo ad una pista accessibile solo agli ospiti del resort, situato su una penisola che si insinua nel pan, è il più lussuoso dei lodge presenti all’interno dei confini del parco.
  • Per maggiori informazioni: www.etoshanationalpark.org.
Namibia

Caprivi Strip: la rinascita di una regione contesa

La Caprivi Strip. Tra l’Angola e il Botswana, una sottilissima striscia di terra appartenente alla Namibia si allunga fino a raggiungere il punto in cui il fiume Kwando, che segna il confine con il Botswana, si getta nello Zambezi, che la separa dall’Angola, a pochi chilometri dal confine con lo Zimbabwe. Una lingua di territorio lunga 450 chilometri e spessa solo 30, insanguinata per tutta la seconda metà degli anni Novanta dallo scontro tra il governo namibiano e i separatisti della Caprivi Liberation Army. Dopo  anni di atrocità, distruzione delle sue ricchezze naturali e bracconaggio, gli animali stanno tornando a popolare i parchi del Caprivi, insieme a qualche turista. Noi l’abbiamo percorsa da est a ovest, attraversando i parchi naturali ancora poco frequentati dagli stranieri e tagliati dalla statale B8, che collega Katima Mulilo a Rundu.

Botswana

Un viaggio in autobus durato un’intera giornata ci ha portati da Victoria Falls a Katima, attraverso la regione settentrionale del Botswana. Più di otto ore, tra controlli sanitari, disinfezione delle suole delle scarpe e acquisizione di impronte digitali a ogni confine.

Caprivi strip, la porta della Namibia nel cuore del continente

Katima Mulilo è la prima città che si incontra entrando in Namibia dal Botswana settentrionale: un avamposto di circa 30.000 abitanti, la città più lontana dalla capitale Windhoek. Qui è dove abbiamo ritirato la nostra auto a noleggio, una piccola Toyota Etios che ci ha accompagnati fino a Cape Town. Lungo la strada principale di Katima, si possono acquistare generi di prima necessità e il carburante necessario per proseguire fino a Rundu. Dopo le 18, gli unici luoghi per mangiare qualcosa sono i negozi dei distributori di benzina o i fast food annessi. Impossibile però pagare in dollari o con carta di credito straniera: essendo riusciti a cambiare circa 5 dollari in moneta locale grazie alla gentilezza della gerente della guest-house dove abbiamo alloggiato, siamo riusciti ad acquistare da bere e qualche snack per dormire a pancia piena.

Riposati e rifocillati, la mattina del nostro primo giorno in Namibia siamo partiti in direzione ovest. Nel giro di pochi chilometri, ci stiamo ritrovati da soli lungo la statale B8, un parco nazionale dietro l’altro, tra elefanti che ci hanno attraversato la strada e villaggi di capanne apparentemente disabitati.

Villaggi

Le nuvole di sabbia sollevate dai branchi di pachidermi, la boscaglia secca ai lati della strada e i rari alberi verdi, sinonimo di acqua nel sottosuolo, sono uno spettacolo che rivedo davanti a me chiudendo gli occhi. Seguiamo la C49 e poi la B8, attraversando il Wuparo Conservancy ed entrando nel Mudumu National Park, una delle aree più ricche di fauna fino agli anni Ottanta, quando divenne una concessione di caccia non ufficiale e gli animali furono decimati.

Conoscere i Kaprivian al villaggio di Lizauli

All’interno del parco di può visitare il bellissimo villaggio-museo di Lizauli, fondato a poca distanza dall’abitato per far conoscere ai viaggiatori gli stili di vita tradizionali del Caprivi. Le guide locali forniscono informazioni sull’alimentazione, i metodi di pesca, caccia e allevamento, l’organizzazione sociale e politica dei villaggi, l’artigianato, la medicina tradizionale, i giochi e la musica. E’ stata l’occasione perfetta per toccare con mano le usanze di una delle tante tribù namibiane, dagli stili di vita estremamente diversi l’una dall’altra.

Villaggi 2

I Kaprivian sono circa 80.000, divisi in cinque tribù: i Lozi, i Mafwe, i Subia, gli Yei e i Mbukushu. Agricoltura di sussistenza, pesca e allevamento di bestiame ne garantiscono la sopravvivenza. La lingua franca di questi popoli è un idioma derivato dal lozi, tribù che controllava tutta l’area fino al XIX secolo. Grazie proprio alla visita guidata al museo abbiamo scoperto che per allontanare gli animali feroci utilizzano una frusta che, picchiata a terra, produce un suono simile ad uno sparo. Una sorta di slitta in legno trainata da buoi è usata per i trasporti, mentre per proteggere il cibo conservato in ampie ceste costruiscono trappole per topi con la terra dei termitai e per difendere i polli dai predatori, durante la notte, li chiudono in piccole gabbie rialzate. La calabash, in italiano “zucca a fiasco”, è il recipiente usato per il trasporto dell’acqua e per la conservazione del latte, che al suo interno è fatto diventare acido, per poi impiegarlo nella preparazione del porridge. La musica dello xilofono è tipica delle grandi festività, quando tutto il villaggio partecipa alle celebrazioni e si cucinano cibi in grande quantità. Si mescola ai canti e al suono prodotto dalle gonne fatte in legno delle danzatrici.

Danza

Parte del progetto del museo è anche la vendita di prodotti artigianali, i cui proventi contribuiscono al sostentamento della comunità e alla tutela della fauna contro il bracconaggio, una piaga che ha afflitto (e ancora oggi continua) tutti i parchi della regione.

La Mahango Game Reserve e le Popa Falls: il paradiso

E’ solo dopo il cessate il fuoco del 2002 che il Bwabwata è stato dichiarato parco nazionale e i bracconieri non hanno più potuto sfruttare liberamente le risorse di quest’area. La Mahango Game Reserve, una riserva naturale che occupa solo 25 chilometri quadrati di superficie, è un paradiso per gli amanti della savana e degli animali. Senza la necessità di disporre di un fuoristrada, la si può visitare con calma in mezza giornata: il Circular Drive Loop è lungo 20 chilometri e permette di osservare facilmente la ricchissima fauna selvatica.

Nei pressi di Bagani il fiume Okavango forma una serie di piccole cascate: le Popa Falls, poco più che delle rapide, soprattutto dopo aver assistito allo spettacolo delle Victoria Falls. Un’occasione però per avvistare i coccodrilli che popolano le acque del fiume.

Popa Falls

La notte trascorsa sulle sponde dell’Okavango è stata una delle più particolari e allo stesso tempo stancanti che abbia vissuto. Le piazzole del Ngepi Camp si trovano proprio sulle sponde del fiume, pochi metri più in alto di dove sguazzano gli ippopotami. Si è immersi nel bush, i bagni sono all’aria aperta e alle 22 l’elettricità smette di esistere anche nella zona del bar. Ci si riconcilia con i suoni della natura, che tra barriti di elefanti e ruggiti di ippopotami è riuscita anche a farmi temere per qualche ora (esagerando, se ci ripenso) che avremmo potuto morire schiacciati dai pachidermi e nessuno l’avrebbe saputo per molto tempo, dato che anche le comunicazioni sono state pressoché impossibile nei giorni trascorsi nel Kaprivi.

Ma, a ripensarci, è stata un’esperienza preziosa, forse sarà l’unica della mia vita. Svegliarsi all’alba con il canto degli uccelli (anche i grandi animali a una certa ora erano andati a dormire e mi avevano lasciata assopire) e vedere il fiume Okavango, non ha prezzo!

Welcome to paradise

Vi è mai successo di ripensare a qualche luogo, che magari vi ha inizialmente intimorito, e poi considerarlo un paradiso? Raccontatemelo nei commenti!

Informazioni pratiche:

  • I parchi e le riserve sono generalmente aperte dall’alba al tramonto. All’ingresso e all’uscita, è necessario registrare i propri dati e pagare una piccola somma di denaro.
  • Il villaggio-museo di Lizauli non ha orari fissi. Per raggiungerlo, però, si passa davanti all’abitato: quando le guide vedono sopraggiungere dei viaggiatori, arrivano letteralmente di corsa ad accogliervi. Il prezzo dell’ingresso è pari a 40 NAD e i prodotti artigianali in vendita sono splendidi, anche se leggermente più cari che in altre aree, ma sono con certezza costruiti al villaggio e non importati. Inoltre, trovare altri negozi dove acquistare i manufatti tipici del Caprivi è molto difficile: lasciando la regione anche l’artigianato cambia foggia e di villaggi dove “fare shopping” non ce ne sono lungo la strada.
  • Per raggiungere le Popa Falls è necessario accedere al Popa Falls Resort e pagare il biglietto d’ingresso.
  • Oltre al fantastico Ngepi Camp dove abbiamo pernottato, sulle sponde del fiume ce ne sono una decina tra cui scegliere, compresi lodge di lusso.
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Una domenica a Firenze: si può fare

Una domenica a Firenze? Affollata è sicuramente il primo aggettivo a cui si può pensare. Code (infinite), il primo sostantivo che gli si può associare. Una domenica, nel mezzo delle vacanze natalizie e oltretutto la prima del mese, quando gli ingressi ai musei statali sono gratuiti per tutti i visitatori. Apparentemente una follia, visitare una delle città più belle d’Italia con questi presupposti, eppure si può fare.

In una sola giornata è impensabile vedere tutto ciò che di più bello ha da offrire la patria del maggior poeta italiano, ma si può avere un assaggio delle sue magnificenze.

Ponte vecchio

La vista su Ponte Vecchio dagli Uffizi

Che cosa si può vedere in una domenica a Firenze?

Gallerie degli Uffizi

Tra i musei più noti e amati della penisola, gli Uffizi sono una delle gallerie d’arte più antiche del mondo. Il palazzo che li ospita, a metà strada tra Palazzo Vecchio e l’Arno, fu costruito tra il 1559 e il 1574 per volontà di Cosimo I e il progetto fu affidato a Giorgio Vasari, architetto, pittore e storiografo dell’epoca. Inizialmente, ospitava i “pubblici uffici”, motivo per cui è detta galleria “degli Uffizi”, ma già nel 1581 Francesco I, figlio di Cosimo, adibì la loggia dell’ultimo piano a galleria personale, che divenne presto visitabile su richiesta. Qui sono oggi esposte alcune tra le maggiori opere dei pittori del Quattrocento e la collezione di statuaria antica, iniziata da Lorenzo il Magnifico. Piccola rispetto ai Musei Vaticani di Roma o al Louvre di Parigi, la Galleria delle statue e delle pitture è un gioiellino in cui si devono trascorrere almeno un paio d’ore per apprezzarne i capolavori più noti.

Uffizi

Il Doppio ritratto dei duchi di Urbino di Piero della Francesca, la Primavera e La nascita di Venere di Sandro Botticelli, la Sacra Famiglia di Michelangelo, la Venere di Urbino di Tiziano, lo Scudo con testa di Medusa e Bacco di Caravaggio, sono solo alcuni tra i dipinti più famosi, davanti a cui si assiepano i visitatori. Le famose sculture di epoca ellenistica quali Amore e Psiche, l’Ermafrodito dormiente e lo Spinario sono una minima parte dell’ampia collezione che si può vedere nei corridoi e nelle sale del museo. Anche senza essere appassionati d’arte, visitare gli Uffizi è una tappa obbligata mentre si è a Firenze, anche solo per le magnifiche viste che si hanno sull’Arno e Ponte Vecchio e su piazza della Signoria e Palazzo Vecchio.

Uffizi 2

Del polo museale fanno parte anche le collezioni di Palazzo Pitti, dove sono custoditi soprattutto capolavori del ‘500, tra cui le maggiori opere di Tiziano e Raffaello.

Palazzo Vecchio

Affacciato su piazza della Signoria, venne costruito a partire dal 1299 su progetto di Arnolfo di Cambio. Chiamato inizialmente “Palazzo dei Priori”, divenne successivamente “Palazzo della Signoria” e “Palazzo ducale”. Nel 1565, infine, fu denominato “Palazzo Vecchio”, quando la corte del duca Cosimo I de’ Medici venne trasferita nel “nuovo” Palazzo Pitti. Nel periodo in cui Firenze fu capitale d’Italia, dal 1865 al 1871, era sede del Parlamento del Regno d’Italia. Oggi ospita gli uffici del Comune e un museo, grazie a cui si visitano le splendide sale decorate da artisti del calibro di Vasari e si ripercorrono la storia della città e della famiglia Medici.

Palazzo vecchio (2)

Nel cortile porticato attraverso cui si accede alla biglietteria, le colonne sono decorate a stucco e le pareti sono ornate da affreschi raffiguranti i possedimenti di casa d’Austria. Le volte sono arricchite da decorazioni grottesche molto suggestive.

La visita al museo comincia nel Salone del Cinquecento, dove sono narrati episodi della storia di Firenze attraverso i dipinti del soffitto e delle pareti. Le sale dei Quartieri monumentali, al primo piano, celebrano la famiglia Medici e prendono il nome dai singoli rappresentanti. Al piano superiore, corrispondenti esatti delle sale sottostanti, sono gli ambienti del Quartiere degli Elementi, una serie di sale dedicate agli elementi naturali e alle divinità pagane, che vogliono celebrare le virtù di ciascun appartenente alla casata dei Medici, avvicinandolo ad un essere divino e alle sue vicende.

Palazzo vecchio

Salone del Cinquecento

Palazzo vecchio 3

L’acqua, rappresentata nel Quartiere degli Elementi

Tra storia di Firenze, celebrazione dei Medici e arte, la visita di Palazzo Vecchio è imperdibile. Affacciata su piazza della Signoria, la Loggia dei Lanzi fu eretta per ospitare al coperto le cerimonie pubbliche e oggi ospita sculture età romana e i capolavori Perseo di Benvenuto Cellini, il Ratto delle Sabine e Ercole e il centauro Nesso di Giambologna. Nella piazza si trovano anche la Fontana di Nettuno di Bartolomeo Ammaniti, realizzata tra il 1563  il 1575, e la statua equestre di Cosimo I de’ Medici, opera del Giambologna.

Cappelle Medicee

Sacrario e mausoleo della famiglia Medici, le Cappelle Medicee sono parte della chiesa di San Lorenzo, edificata in stile romanico verso il 1000 e ricostruita da Filippo Brunelleschi nel Quattrocento. La Cappella dei Principi ospita i sarcofagi dei sei granduchi medicei ed è decorata da intarsi di pietre dure a livello delle pareti e una spettacolare cupola affrescata con storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, opera di Pietro Benvenuti.

Cappelle Medici

E’ la Sacrestia Nuova, celeberrima per le opere scultoree realizzate da Michelangelo, ad ospitare i resti di Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano de’ Medici.

Basilica di Santa Croce

La basilica dell’ordine francescano venne completata nel XIV secolo ed è considerata un capolavoro del gotico fiorentino, attribuita all’architetto Arnolfo di Cambio. La facciata risale all’Ottocento, come il campanile. Ma sono gli interni a lasciare davvero senza fiato: affreschi di Giotto e Agnolo Gaddi decorano le cappelle, lungo le navate, i monumenti funebri ricordano le più grandi menti italiane. Da Ugo Foscolo a Galileo Galilei a Michelangelo Buonarroti, Santa Croce è il pantheon in cui sono sepolti o ricordati celebri personaggi dell’arte, della letteratura e della chiesa.

Santa Croce interno

E’ sulla piazza di Santa Croce che campeggia la statua di Dante scolpita da Enrico Pazzi in occasione del seicentenario della sua nascita. Qui è anche dove, oggi anno a giugno, si svolgono le partite di calcio storico fiorentino, una disciplina risalente al XV secolo di cui gli atleti fanno rivivere l’emozione a turisti e abitanti.

Santa Croce

E poi piazza della Repubblica, dove in epoca romana sorgeva il foro e nel medioevo il mercato vecchio, con botteghe, casupole e magazzini cancellati dal Comune dopo un’epidemia di colera nell’Ottocento. Ponte Vecchio, il più antico ponte di Firenze, sfavillante per le luci che lo decorano nel periodo natalizio e per i gioielli che brillano dalle vetrine degli orafi che occupano i suoi edifici da più di 400 anni. La Loggia del mercato nuovo, un tempo centro del commercio della seta e dell’oro, con la fontana detta “del Porcellino”, opera seicentesca di Pietro Tacca, replica di un’antica statua di cinghiale conservata agli Uffizi. La piazza di Santa Maria del Fiore, il Duomo, con il battistero, il campanile di Giotto e la splendida cupola del Brunelleschi, da visitare se si hanno più giorni a disposizione insieme a tutte le altre attrattive della città, tra cui sicuramente la Galleria dell’Accademia, con l’originale statua del David di Michelangelo e Palazzo Pitti, con i suoi musei e lo splendido Giardino di Boboli.

Firenze è una città semplice da visitare a piedi, un concentrato di arte e storia spettacolareDedicargli solo un giorno è un peccato, ma sicuramente si può fare molto, sapendo che presto si dovrà ritornare per visitare ciò che si è stati costretti (temporaneamente) a tralasciare. Grazie ai treni ad alta velocità, meno di due ore la separano da Milano e Roma e la stazione di Santa Maria Novella si trova a pochi passi dalla piazza del Duomo, il modo più comodo per raggiungere il capoluogo della Toscana.

Santa Maria del Fiore

Duomo di Santa Maria del Fiore

Siete mai stati a Firenze? Avete dei suggerimenti per la mia prossima fuga fiorentina? Io, personalmente, non vedo l’ora di tornarci! Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti!

Namibia

Victoria Falls, Zimbabwe

Le Victoria Falls. Le Cascate Vittoria. Quelle che si vedono dall’aereo perché creano una nuvola bianca che sale dalla gola, tanto è forte la corrente del fiume Zambezi e tanto alto è il salto che l’acqua fa cadendo sul fondo del crepaccio. Mosi-oa-Tunya, “Il fumo che tuona”, come sono chiamate in lingua Lozi. Quelle che ho sentito tante volte nominare da mio padre, che diceva: “Non le ho ancora visitate, ma sicuramente sono spettacolari. Dobbiamo andare a vederle!”. Nel momento in cui le ho intraviste dal finestrino dell’aereo mi sono chiesta: “Chissà cosa ha provato David Livingstone quando si è trovato di fronte a questo spettacolo della natura, nel bel mezzo della giungla, quel lontano 17 novembre 1855?”

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«The whole scene was extremely beautiful; the banks and islands dotted over the river are adorned with sylvan vegetation of great variety of color and form… No one can imagine the beauty of the view from any thing witnessed in England. It had never been seen before by European eyes; but scenes so lovely must have been gazed upon by angels in their flight»

«L’intera scena era estremamente bella; le rive e le isole sparse sul fiume sono adornate da una vegetazione tanto variegata per colori e forme… Nessuno può immaginare la bellezza di questo panorama, lontana da qualsiasi spettacolo visibile in Inghilterra. Non era mai stata vista prima da occhi europei; ma lo spettacolo è così bello che deve essere stato osservato dagli angeli durante i loro voli»

Missionary Travels and Researches in South Africa, D. Livingstone, 1858

Visitare le Victoria Falls

Le Cascate Vittoria sono alimentate dal fiume Zambezi, un corso d’acqua che nasce nell’area nord-occidentale dello Zambia e prosegue fino all’Oceano Indiano per 2.574 chilometri. La loro altezza media è di 108 metri e il fronte d’acqua che le costituisce è lungo più di 1 chilometro e mezzo: il fiume si tuffa in una stretta gola, mentre tutto intorno l’altopiano si estende a perdita d’occhio. Le Cascate si trovano sul confine tra lo Zambia e lo Zimbabwe e possono essere visitate da entrambi i Paesi. Esiste un visto turistico combinato che permette di muoversi nell’area liberamente e vederle quindi sia dalla città di Victoria Falls che soggiornando a Livingstone, in Zambia.

Insieme alla visita del parco naturale, da entrambi i lati del fiume è possibile svolgere attività adrenaliniche, dal bungee jumping al rafting, oltre a voli in elicottero per ammirare lo spettacolo dall’alto e rilassanti crociere sul fiume Zambesi per vedere il tramonto. Dal lato zambiano, in più, si può raggiungere la “Devil’s pool“, una piscina naturale affacciata proprio sull’orlo del precipizio.

Victoria Falls è una cittadina che conta quasi 34 mila abitanti e moltissimi turisti: le strutture ricettive sono più economiche di quelle di Livingstone e l’aeroporto è a poca distanza dal centro cittadino. La vita della città dipende dalle cascate e dai viaggiatori che ne sono attratti: ristoranti, bar, negozi di souvenirs e agenzie che organizzano escursioni sono il cuore dell’economia locale. La moneta accettata da tutti gli esercizi commerciali è il dollaro statunitense.

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Se non si ha intenzione di praticare tutte le attività adrenaliniche disponibili, due giorni interi sono più che sufficienti per visitare la città e le cascate, facendo anche una crociera al tramonto sul fiume. Noi ci siamo fermati solo un giorno e mezzo in città (e un’altra mezza giornata a disposizione ci avrebbe permesso di fare tutto con più tranquillità): dopo essere atterrati e aver lasciato i bagagli in hotel, abbiamo cominciato con la crociera sul fiume Zambezi al tramonto, comprendente anche un aperitivo. Siamo riusciti a vedere gli ippopotami proprio accanto alla barca e a godere delle tante sfumature di arancione e rosa che hanno colorato il cielo, nonostante le nuvole non promettessero bene all’inizio della navigazione.

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Rafting sullo Zambezi: adrenalina pura

Il giorno successivo è stata la volta dell’adrenalina vera: più di 6 ore di rafting, 25 rapide per lo più di grado V, tre cadute in acqua, una scarpa perduta e una lunga salita per uscire dal profondo canyon scavato dal fiume Zambezi. Questo tratto di fiume non è abitato da coccodrilli o altri animali pericolosi a causa della velocità raggiunta dalla corrente e il rafting non è sempre praticabile. Durante il periodo delle piogge infatti (in particolare alla fine della stagione, ttra aprile e maggio, all’incirca) il livello dell’acqua sale da circa 20 metri di profondità a 50 e la navigazione diventa impossibile nei pressi delle cascate per la velocità che assume la corrente. Se non siete in buona forma fisica, avete paura di mettere la testa sott’acqua o non sapete nuotare, non fidatevi delle agenzie locali: il rafting da queste parti è un’attività decisamente pericolosa!

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Si viene equipaggiati con caschetto e giubbino di salvataggio e le norme di sicurezza sono spiegate fin dal primo momento (e sappiate che dovrete essere in grado di metterle in pratica più spesso di quanto possiate immaginare, quindi non sottovalutate gli avvertimenti della vostra guida!), ma la maggior parte delle rapide sono di grado V, teoricamente non adatte ai principianti al contrario di quello che viene detto dalle agenzie. Un’esperienza che vale assolutamente la pena di fare per il paesaggio mozzafiato del canyon e perché in fondo una bella botta di adrenalina ogni tanto ci vuole, ricordandosi di tenere conto del reale rischio che si corre. Il rafting sullo Zambezi non è neppure lontanamente paragonabile a quello che si può fare sulle Alpi, per quanto dall’acqua fredda dei nostri fiumi si esca come dei ghiaccioli anche se si ha addosso la muta. L’acqua dello Zambezi è calda, invitante, è bellissimo fare il bagno lasciandosi trasportare dalla corrente quando le rapide sono lontane e vi viene proposto di buttarvi in acqua di vostra spontanea volontà, oltretutto ci si asciuga completamente nel giro di qualche minuto. Tuttavia, lo sforzo fisico è notevole: braccia e gambe sono impegnate costantemente e nessuno può adagiarsi neanche per un minuto, pena il rovesciamento dell’intero gommone. I nomi delle rapide sono emblematiche: “Lavatrice”, “Oblivion” o “Il giorno del giudizio” danno un’idea di quanto possano essere impetuose. Però rimangono sempre le rapide più belle, emozionanti e spaventose del mondo intero! In poche parole, le migliori, a parere degli esperti.

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Monumento a David Livingstone

Victoria Falls National Park

Nonostante la stanchezza e l’ingente quantità d’acqua ingerita contro la nostra volontà (ipoteticamente un bacino di microbi e malattie a cui siamo riusciti a sfuggire, non si sa bene in che modo), nel pomeriggio abbiamo camminato fino al Victoria Falls National Park. Quasi in solitaria, ci siamo trovati davanti lo spettacolo più bello: le cascate. Un muro di acqua che sembra quasi non scorrere tanto scende velocemente, la nebbiolina che risale dal fondo della gola e bagna i vestiti e l’obiettivo della fotocamera, la vegetazione verdissima che circonda il canyon. Un vero eden, soprattutto se visto quando i turisti sono pochi perché i gruppi organizzati hanno già concluso i loro tour. Difficile descrivere a parole l’emozione che questo spettacolo della natura è in grado di regalare!

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Nella zona del parco in Zimbabwe è possibile vedere l’intero fronte l’acqua e il sentiero lo segue dall’inizio del canyon al ponte che attraversa lo Zambesi, dove cominciano le rapide su cui si fa rafting. Si dice che durante il periodo delle piogge sia impossibile distinguere le cascate dalla nuvola di acqua che risale dalla gola e che quindi sia difficile ammirarne lo spettacolo come durante la stagione secca.

Il ponte di Victoria Falls è il primo che sia stato costruito sul fiume Zambezi, nel 1905: nato per farvi passare un tratto di ferrovia che avrebbe dovuto connettere Il Cairo con Cape Town, oggi può essere percorso a piedi o in automobile e alle due estremità si trovano le dogane. Dallo Zimbabwe, è necessario presentare i documenti al posto di polizia all’inizio del ponte: vi verrà consegnato un tagliandino che vi autorizza ad entrare in questa “terra di mezzo” tra i due Stati temporaneamente. E’ da qui che si può saltare attaccati all’elastico per fare bungee jumping.

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Quali sono le cascate più belle che abbiate mai visto? E quelle che vorreste vedere, almeno una volta nella vita? Fatemelo sapere nei commenti!

Cosa non perdere in breve:

  • Victoria Falls National Park.
  • Attraversare il ponte che collega lo Zimbabwe e lo Zambia con un visto temporaneo da ritirare al posto di polizia all’inizio del ponte.
  • Crociera sul fiume Zambezi (adatta a tutti) e rafting. Per ciascuna attività è necessario pagare il costo d’ingresso al parco di 10 USD oltre al prezzo dell’escursione. Sarà compito dell’agenzia venire a prendervi in hotel e riportarvi a casa a conclusione dell’attività.

Prenotare la navetta che vi porti dall’aeroporto all’albergo insieme alla stanza è una buona idea, che vi permette di risparmiare e vi farà guadagnare tempo.

Namibia

On the road in Namibia

Esattamente un anno fa, il 15 ottobre 2018, atterravamo a Victoria Falls, in Zimbabwe. Il programma prevedeva un mese di viaggio on the road in Namibia e un aereo in partenza per l’Italia da Cape Town, Sudafrica, il 15 novembre. Finalmente si tornava in Africa! Ma, soprattutto, otto anni dopo tornavo nella mia città del cuore: Cape Town.

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In questo mese di viaggio abbiamo visto paesaggi mozzafiato e guidato la nostra piccola utilitaria per la maggior parte del tempo su strade sterrate, siamo passati dalla natura rigogliosa nei pressi dei fiumi di confine alle dune del Namib che si tuffano nell’Oceano Atlantico. Ho assaggiato il classico pasto Himba e mi sono sentita toccare i capelli dalle mani di ragazze molto più giovani di me, ma madri almeno due volte. Ci siamo riempiti occhi e cuore vedendo incisioni rupestri a Twyfelfontein e costruzioni di epoca coloniale che fanno sembrare Luderitz una piccola città bavarese sulle coste del continente africano, ci siamo goduti i tramonti sul mare e le spettacolari albe che si ammirano dalla cima delle dune di Sossusvlei.

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Luderitz

Abbiamo incontrato animali di ogni forma e dimensione, dagli elefanti ai cuccioli di dik-dik, dalle otarie alle balene. Abbiamo trascorso notti in campeggio nel fango dopo un temporale e in alberghi dove i bagni non avevano la porta, abbiamo cenato con carne squisita e alcune sere siamo rimasti senza cena perché i ristoranti non ci sono lontano dalle città e al di fuori dei lodge di lusso. Abbiamo seguito strade deserte e strade di sale nel deserto, la sabbia ci è entrata in ogni dove e abbiamo ammirato paesaggi sconfinati, marziani.

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La Namibia è quell’Africa che “non è la vera Africa” perché abbastanza sicura e ricca, rispetto agli altri Paesi del continente, ma rimane tale per i colori, gli odori, gli scorci perfetti per scattare una fotografia con cui non si riesce a catturare neanche un decimo di tutta l’immensità che ti circonda e ti toglie il fiato. Un Paese affascinante, soprattutto se lo si attraversa da soli, via terra e senza spendere centinaia di euro per dormire una sola notte in lodge 5 stelle dal falso sapore africano e dall’autentico profumo colonialista.

Una nazione dalla storia tormentata e sanguinosa, indipendente solo dal 1990, con un sottosuolo ricchissimo di materie prime. Un territorio di 825.418 kmq e solo 2.703.782 abitanti.

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Cape Point

32 i giorni.

6659 i chilometri totali percorsi con un’utilitaria.

2 le gomme forate (e riparate) e non so più quanti i giorni senza connessione internet.

1 la serata trascorsa in ospedale con il terrore di aver preso la malaria.

4 gli Stati attraversati via terra: Zimbabwe, Botswana, Namibia e Sudafrica.

Se siete curiosi di scoprire come è stato queste viaggio, leggete i prossimi articoli. Visiterete con me, passo dopo passo, dal confine nord a quello meridionale, la Namibia. Un’avventura ai confini del mondo, alla ricerca dei luoghi più insoliti e le soste fuori programma, con la speranza di incuriosirvi tanto da pensare di volare in Africa. E non dimenticatevi di scrivermi tutte le vostre domande e curiosità nei commenti! Stay tuned!

Italia · Piemonte

Racconigi, dove i Savoia andavano in villeggiatura

Il bellissimo castello reale di Racconigi, la palazzina di caccia di Stupinigi e il castello di Moncalieri sono solo tre dei numerosi edifici e parchi appartenenti alla dinastia sabauda siti nei dintorni di Torino e parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Mentre i primi due sono visitabili, il castello di Moncalieri, aperto nel 2017, è stato nuovamente chiuso e non si sa quando verrà riaperto al pubblico. Nel corso di una giornata è possibile visitare sia Racconigi che Stupinigi senza difficoltà e usufruire dell’ingresso ridotto al secondo castello.

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Castello di Racconigi

In provincia di Cuneo, Racconigi è un comune di meno di 10 mila abitanti e luogo di nascita dell’ultimo re d’Italia, Umberto II, nel 1904. Il palazzo è costituito da circa 550 stanze, tra le quali una biblioteca contenente più di 10 mila volumi. Il castello nacque come fortezza nell’XI secolo: a pianta quadrata, con quattro torri angolari, il fossato e il mastio in posizione laterale. Solo nella seconda metà del XVII secolo venne commissionato a Guarino Guarini un primo rimaneggiamento della struttura. L’architetto trasformò la fortezza in una “Villa delle delizie”, coprendo il cortile centrale e creando un’ampia sala da ballo e innalzando due padiglioni laterali di quattro piani. Nell’Ottocento fu Carlo Alberto ad ampliare ulteriormente la residenza con la costruzione delle ali laterali e il castello venne ufficialmente eletto sede di villeggiatura per i reali. Durante l’estate e l’autunno l’intera corte si trasferiva a Racconigi e i sovrani vivevano la vita del paese: si recavano al mercato, invitavano i sudditi a vedere film in quella che oggi è conosciuta come la “Galleria del cinema”, lasciavano che i principini giocassero insieme ai figli della servitù e a quelli degli abitanti, passeggiavano per l’immenso parco del castello. Nel 1901 la residenza fu dotata di energia elettrica e impianti idrici e nel 1902 fu installato un ascensore.

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Salone d’Ercole

Il percorso della visita guidata viene modificato ogni quattro mesi circa per consentire a tutte le stanze di essere viste e rende benissimo l’idea di quanto questa sia stata una vera “Villa delle delizie”, nonostante gli esterni oggi paiano poco curati. Ben restaurati, sale, gallerie e appartamenti sono decorate in stile diversi, dal neoclassico al decò, e hanno mantenuto tutti gli arredi originali. Il castello non fu mai attaccato, di conseguenza non ci fu bisogno di abbandonarlo o spogliarlo per preservarne il contenuto. Il salone d’Ercole e l’attigua sala di Diana sono dedicate all’eroe e alla divinità greca e si trovano al centro dell’edificio, dove sorgeva il cortile del castello medievale.

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Appartamento cinese

Le stanze più affascinanti sono sicuramente quelle dell’appartamento cinese: realizzate alla metà del Settecento, hanno le pareti ricoperte da carta da parati dipinta a mano su carta di riso con motivi di gusto orientaleggiante perfettamente conservata. In questa parte del palazzo soggiornò lo zar Nicola II, ultimo imperatore di Russia.

Il gabinetto etrusco, decorato con stilemi tipici della pittura etrusca, era lo studio di Carlo Alberto. Le opere che ne costituiscono la decorazione sono intagliate nel legno e più di 17 tipi diversi di legno sono stati utilizzati per comporle: l’arredo fu presentato nel 1851 all’Esposizione universale al Crystal Palace di Londra e, in gara con tutte le regge d’Europa, vinse il primo premio. Sulla volta sono anche riprodotti gli affresci della Tomba del Barone, che ha sede nelle necropoli di Monterozzi, a Tarquinia.

La galleria dei ritratti è l’unico corridoio privo di affreschi a livello della volta, perché fu utilizzato, per ordine della regina Margherita, per accogliere i malati di influenza spagnola negli anni ’20 e venne disinfettato usando la calce viva, che cancellò le pitture che lo ornavano.

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Le cucine del lato ovest, nel piano interrato, sono immense: avrebbero dovuto essere in grado di preparare pasti per 400 ospiti contemporaneamente, anche se qui non si tennero mai banchetti di queste dimensioni.

Oggi il parco è aperto al pubblico in piccola parte e mal tenuto. Dei 170 ettari, circondati da un muro lungo 6 chilometri, è visitabile solo la parte antistante il castello. La dacia russa e la fagianaia si possono raggiungere e vedere dall’esterno, ma l’unico edificio non in rovina rimane il palazzo, di cui si può vedere quello che era il vero ingresso proprio dal parco.

Informazioni pratiche:

  • Luogo: Racconigi, provincia di Cuneo.
  • Orari di apertura:
    • Visite guidate al castello:
      • Lunedì chiuso;
      • Martedì-sabato: 9.00, 10.30, 12.00, 14.00, 15.30, 17.00, 18.00;
      • Domenica: 9-19 (ultimo ingresso ore 18).
    • Parco (primo anello):
      • Lunedì chiuso;
      • Martedì-domenica: 9.30-19 (ultimo ingresso ore 18.30).
  • Biglietti:
    • Castello:
      • Intero: 5 €;
      • Ridotto: 2 €.
    • Parco: 2 €.
  • Per ulteriori informazioni, la pagine internet ufficiale: http://polomusealepiemonte.beniculturali.it/index.php/musei-e-luoghi-della-cultura/castello-di-racconigi/visita-il-castello-di-racconigi/